IMMUNITÀ C’È CHI CI PROVA ANCHE PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA

L’onorevole Amedeo Matacena ha tentato in ogni modo di ottenere dalla Giunta per le Autorizzazioni della Camera l’insindacabilità per concorso in bancarotta fraudolenta.

Matacena, già noto alla Giunta, deputato nelle legislature XII e XIII, è stato accusato dal Tribunale di Reggio Calabria di aver concorso al fallimento di due società a responsabilità limitata, alle quali aveva imposto l’assunzione di personale al di là delle esigenze di manodopera delle stesse società.

Il momento di generosità era coinciso con una campagna elettorale per le elezioni politiche del 1996, alle quali Matacena intendeva ripresentarsi.

L’accusa parla esplicitamente di assunzioni clientelari che portarono al dissesto delle società.

Matacena, insomma, ha invocato il primo comma dell’articolo 68 della Costituzione (i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni) per essere dispensato da un procedimento penale che è ben difficile far rientrare nella categoria opinioni espresse richiamata dalla Costituzione.

Al di là dell’effettivo coinvolgimento di Matacena nei fatti che l’autorità giudiziaria gli ha contestato, accertamento che non è competenza della Giunta della Camera, la richiesta ricorda molto quella sorta di impunità assoluta per parlamentari e membri del governo che sembra rientrare ossessivamente nelle riforme che Berlusconi propone al Paese.

La Giunta per le Autorizzazioni della Camera, il 9 aprile 2003, ha discusso il caso, nonostante la palese incongruenza tra i suoi compiti ed i fatti: il presidente della Giunta, Vincenzo Siniscalchi, durante la seduta, ha osservato che nella richiesta era implicito un subdolo tentativo di usare strumentalmente il primo comma dell’articolo 68 per far rientrare dalla finestra quella immunità processuale possibile prima della riforma costituzionale del 93 (quando la Camera poteva decidere la sospensione temporanea di un procedimento penale nei confronti di un proprio membro) ma l’onorevole Ghedini, avvocato di Berlusconi nel processo Sme, ha chiesto comunque tempo per approfondire la vicenda ed avere nuova documentazione da Matacena.

Nonostante la disponibilità della Giunta, nessuna documentazione è pervenuta alla Giunta, dove la maggioranza ha comunque tentato una forzatura facendo profilare l’ipotesi di inviare il caso all’Aula.

Dopo questa sorta di prova generale di immunità assoluta, arriva la marcia indietro: Amedeo Matacena l’8 maggio informa la Giunta che intende ritirare la sua domanda di insindacabilità ed il caso è chiuso.

E’ sin troppo ovvio che la decisione di non farne niente è solo una scelta di opportunità: meglio non forzare troppo la mano, insomma….

Il caso non è solo frutto di una insensatezza: Matacena in persona aveva già chiesto nel settembre 2002 l’insindacabilità nei riguardi di un procedimento penale per associazione mafiosa già passato in giudicato: la Camera concesse quella insindacabilità, creando un precedente pericolosissimo.

Il Parlamento, insomma, può decidere che un procedimento a carico di un proprio membro debba essere sospeso per la durata del mandato: il giudice, tuttavia, può chiedere alla Corte Costituzionale di rivedere quella decisione e la Corte può decidere di annullarla: tutto ciò proprio nel rispetto dell’equilibrio dei poteri.

Se la Camera estende le proprie competenze anche su processi già chiusi, allora vengono sovvertite le garanzie di equilibrio dei poteri: infatti, non esiste più un giudice in grado di chiedere alla Corte una verifica.

L’attuale formulazione dell’articolo 68, insomma, garantisce i parlamentari per le opinioni espresse e li tutela prevedendo l’autorizzazione della Camera per le perquisizioni personali e domiciliari, l’arresto e le privazioni della libertà personale come misure cautelari, le intercettazioni, il sequestro della corrispondenza.

Casi come quello di Matacena rischiano di far saltare la maglie delle garanzie già esistenti, sovvertendo l’equilibrio dei poteri. Walter Bielli, membro della Giunta della Camera, ha espresso molta indignazione quando sul suo tavolo è arrivata la richiesta di Matacena di insindacabilità per bancarotta fraudolente e sottolinea bene il senso della vicenda: «nel sistema maggioritario è bene che siano molto chiare le regole anche per le autorizzazioni a procedere, altrimenti si rischia il far west».

Restano i dubbi: perché questo signore può permettersi la sfacciataggine di chiedere l’esonero da un processo per bancarotta fraudolenta?

Quale sprovveduto amico gli ha suggerito di provarci?

Ed infine, cosa ci avrà fatto con l’insindacabilità per il concorso in associazione mafiosa, ha forse chiesto la revisione di quel processo?

 

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