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Non casualmente,
dopo avere polemizzato, già nelle aspre tenzoni legate al
Sangue dei vinti, contro l’angusta pedanteria di
professori che pretendevano addirittura l’indicazione delle
fonti su cui egli aveva «lavorato», l’autore andava
rivendicando la propria formazione storica, avvenuta
all’Università di Torino, con una tesi sulla Resistenza
nelle sue zone, l’Alessandrino. Ho detto via Crucis, in
quanto in realtà tutta l’operazione-Pansa, oltre ad avere un
significato, prima di tutto, bassamente commerciale, era una
delle tante rese dei conti che nel sottobosco intellettuale
italiano si andavano consumando relativamente ad
appartenenze o a militanze nell’area vicina o contigua alle
forze politiche della tradizione operaia, socialista,
comunista.
Insomma, «revisionando» i risultati della ricerca sulle
«questioni scottanti» legate alla Resistenza, e ancor piú al
post 25 aprile, l’autore sembrava esercitare il suo
commiato, aspro ed egolatrico, dalla sinistra, accusata di
essere, in sostanza, disonesta, retrograda, succube
dell’occhiuto, nefasto esercizio dell’egemonia
gramsciano-togliattiana. Un tema assai caro a una
sovrabbondante pubblicistica, passata dall’era craxiana a
quella berlusconiana, che, via via piú convinta della
giustezza della battaglia contro la pretesa egemonia
comunista, ne ha fatto una sorta di leitmotiv (2).
Benché, con eccesso di malizia, forse, vi fu chi sospettò
allora che le ambizioni di Pansa fossero di tipo politico, o
di giornalismo «che conta» (direzione Corriere della
Sera, ad esempio), in realtà il giornalista Pansa era
parte – divenuta subito prediletta dai media di area di
centrodestra – di una non piccola, anche se non estesa,
conventicola: i rovistatori della Resistenza, che hanno la
specialità, o endogena, o insufflata dalla committenza
politico editoriale, di raschiare nelle pieghe della storia,
per snidare il nascosto, ma soltanto se questo sia passibile
di uso politico e mercantile, e, soprattutto, se questo
«nascosto» emani odore di putrescenza, o sia in grado,
appunto, di rovesciare, ribaltare, le acquisizioni
storiografiche: ossia la «storia di sinistra», quella che De
Felice e i suoi adepti bollarono, con sussiegoso disdegno,
come «vulgata antifascista», e poi, semplicemente,
«vulgata». E poiché nella maggior parte dei casi la
putrescenza è assente, la si inventa, o meglio si condisce
con il proprio putridume interiore i fatti, a partire da una
impostazione che, come è stato osservato, è prima che
anticomunista, «anti-antifascista» (3).
Non casualmente, fu sempre pratica corrente di De Felice di
non citare mai i lavori dei suoi antagonisti, cioè coloro
che venivano deietti nell’inferno della storiografia
«ideologica», ossia «di sinistra»: il che, a prescindere dai
contenuti della querelle, costituisce già un errore di
prospettiva. La storiografia non può essere individuata come
«di destra» o «di sinistra», ma soltanto come buona o
cattiva, vale a dire seriamente fondata, o meno. Insomma,
l’accusa di ideologismo, proveniente dalla sponda
revisionistica, andrebbe semplicemente ribaltata su chi la
scaglia. E, in ogni caso, appare segno di debolezza – oltre
che di insopportabile arroganza – il voler evitare di
confrontarsi con ipotesi interpretative e impostazioni
metodologiche diverse dalle nostre.
Dunque, eccoci alla ricerca sistematica della storia
«nascosta», la storia «negata», la storia «menzognera», la
storia «sequestrata», la storia «violentata»…, ossia la
storia che mostrerebbe (questa la reductio ad unum)
il ruolo nefasto, esercitato appunto dal Partito comunista
italiano, e dai tanti suoi utili idioti, gli intellettuali
«organici», espressione con cui nel disinvolto quanto
grottesco lessico revisionistico, vengono etichettati tutti
coloro che al PCI erano stati legati, anche indirettamente,
coloro che pubblicavano presso casa Einaudi, oltre che sotto
le insegne canoniche delle Edizioni Rinascita e, poi, degli
Editori Riuniti. L’idea sottesa a questo tipo di
atteggiamento e di procedura, è – se vogliamo nobilitarli –
che la storia fino a un certo momento sia stata «ostaggio»
della cultura di sinistra, a sua volta egemonizzata dal PCI.
Costoro, gli intellettuali (non solo gli storici) di
sinistra, sotto l’occhiuta regia di Togliatti e, in seguito,
del togliattismo, sarebbero stati «i padroni della memoria»
(4).
Via via che il clima politico generale andava cambiando, e
diveniva un fatto concreto lo «sdoganamento» del neofascismo
(ormai, nella versione corrente, «postfascismo»), tra gli
anni Ottanta e i Novanta, ossia tra Craxi e Berlusconi, i
revisionisti prendevano coraggio, occupavano spazi (in
particolare si segnalano le pagine, non solo quelle
culturali, del Corriere della Sera, foglio in cui
ha imposto la linea, su queste tematiche, Ernesto Galli
della Loggia), e facevano proseliti, nella loro crociata,
che, oltre che anti-antifascista, sostanzialmente era
anticomunista, o meglio ancora, in termini piú generali,
antirivoluzionaria (benché il termine possa apparire
desueto). Il revisionismo ha posto sotto attacco, in
effetti, a partire dagli anni Sessanta, tutto il ciclo delle
rivoluzioni, da quella Francese a quella Bolscevica, fino
alla Resistenza, nella quale fu presente, come una
componente importante, l’istanza rivoluzionaria, di un
cambiamento epocale, e di un sovvertimento sociale a favore
delle classi subalterne (5).
Associandosi all’anticomunismo, questo revisionismo, anche
nella versione estrema, portato avanti da giornalisti, ma
anche da storici, giungeva a sostenere che tutto quello che
sappiamo in merito a fascismo, antifascismo, Resistenza, è
menzogna, o perché fondata sulla falsità, o perché basata
sull’occultamento; responsabili delle menzogne e dei
nascondimenti della verità, sono «i comunisti», da Gramsci
fino ai suoi pronipoti, con un particolare accanimento su
Togliatti, presentato, spesso e volentieri, egli stesso come
un soggetto storico su cui esercitare l’arte speciosa del
rovesciamento, e come ispiratore delle trame storiografiche
negatrici della verità, infine rimessa a posto dai Pansa e
sodali, i vendicatori della storia. Dunque, se quello che si
sa è menzogna, si tratta di costruire una «verità
alternativa». E piú si urlano le verità alternative, piú
esse sono costruite in modo plastico, condite possibilmente
da eros e thanatos, piú si allarga il bacino d’utenza. Piú i
libri smerciano le copie, piú aumentano i «passaggi»
televisivi (con un rapporto di reciproco beneficio tra l’una
cosa e l’altra), piú il ceto politico se ne occupa, e un
prodotto cartaceo diviene strumento di lotta politica.
Non è un caso che il successo dell’«operazione Pansa» sia
stato preparato da un lungo lavorio, che parte almeno dagli
anni Ottanta, volume dopo volume della mastodontica
biografia mussoliniana di Renzo De Felice.
Che De Feliceabbia dei meriti, è fuori discussione, ma che
il suo lavoro avesse anche un fine politico, è altrettanto
indubbio, e del resto lo stesso studioso si è incaricato con
prese di posizione pubbliche, specie nelle due note
interviste, rilasciate a distanza di un ventennio, di trarre
risultati politico-ideologici a una ricerca presentata
sempre come «disinteressata». E senza quel lavoro, e quegli
impulsi ideologici, il revisionismo all’italiana non avrebbe
avuto cittadinanza.
De Felice, dunque, a partire dai primi anni Sessanta, quando
venne allo scoperto come studioso del fascismo, aveva
reiteratamente etichettato il proprio metodo nei termini
classicamente positivistici del minatore che scava nelle
latebre del passato, portandone alla luce i tesori (i
documenti), aggiungendo, ad abundantiam, di essere
assolutamente «obiettivo», dimenticando l’avvertenza
salveminiana: «lo storico che si dichiara obiettivo o è uno
sciocco, o un uomo in malafede, quasi lupo travestito da
agnello» (7).
Salvemini invitava alla «probità»: dichiarare le proprie
passioni, innanzi tutto, e prendere «le contromisure nei
loro confronti». Il che significa essere onesti, sul piano
intellettuale, e rigorosi sul piano del metodo. Ma, nella
biografia del duce, contraddicendo il proprio assunto, fin
dal primo volume (1965), De Felice aveva operato un pieno
ricupero alle glorie patrie del figlio del fabbro romagnolo,
sconnettendo, nel prosieguo del lavoro, il cattivo nazismo
dal fascismo («che non era poi cosí male», come si espresse,
all’ingrosso, uno dei grands commis di questo apparato
ideologico, Giuliano Ferrara), usando (e abusando) la
categoria della «modernizzazione» oltre che, ovviamente, di
quella del «consenso». Categorie che, nell’analisi del
fascismo sono del tutto lecite, ma da usarsi con cautela. E
senza enfatizzare né l’una, né l’altra; soprattutto, senza
recidere i nessi tra fascismo (movimento e regime) e l’uso
della violenza, della sopraffazione, dell’intimidazione. E
il sostegno a Mussolini giunto da poteri non propriamente
modernizzatori come il Vaticano.
Ma ritorniamo a Pansa, e al revisionismo, inteso come teoria
e pratica della revisione programmatica, che sarebbe giunto
alla sua estremizzazione, il rovescismo, agli inizi degli
anni Duemila, ma che aveva palesato già vent’anni prima il
suo obiettivo, che ancor prima che culturale era
direttamente politico; ad ogni modo, esso non si collocava
affatto nell’alveo delle problematiche storiografiche, né
aveva un intento conoscitivo. A seguito di una intervista
(al Corriere della Sera), in cui De Felice invitava
a lasciar cadere la retorica dell’antifascismo (8), vi fu
chi – Alessandro Galante Garrone, tra i primissimi –
comprese quale fosse il punto d’arrivo, di un combinato
disposto, che metteva accanto, come pezzi di una batteria,
revisionismo (pseudo)storiografico e proposte politico
istituzionali (erano gli anni della annunciata Grande
Riforma, della vaticinata Seconda Repubblica). L’obiettivo
di tanto fuoco, in vero, era la Costituzione Repubblicana,
cui si voleva metter mano, per un «adeguamento», che
ricordava, nella sostanza, la medesima operazione che in
termini storiografici si pretendeva di compiere rispetto al
ventennio fascista e al biennio resistenziale (9).
Tra De Felice, in specie l’ultimo De Felice, e Pansa, il
rapporto sussiste ed è indiretto; fra i due esiste
naturalmente una distanza siderale, ma il nesso v’è, e il
secondo non sarebbe pensabile senza il primo. Diretta invece
la filiazione dal primo degli pseudostorici della Resistenza
chiamata sbrigativamente «guerra civile», il giornalista
repubblichino Giorgio Pisanò; ma Pansa s’inseriva nel solco
tracciato da divulgatori disinvolti quali Arrigo Petacco,
Silvio Bertoldi, e un nugolo di altri che non sempre hanno
avuto il beneficio del grande successo di pubblico, ossia
del massiccio sostegno mediatico. Proprio tale successo,
impossibile del resto in epoca preberlusconiana, faceva di
Pansa, a partire dal 2003, il principe dei rovistatori.
L’obiettivo perseguito da costoro è, come dicevo, la ricerca
del sensazionale, o ancora meglio del maleodorante, del
putrescente: e, se non c’è, lo si inventa, lo si amplifica,
e lo si sbatte in prima pagina.
Che questa operazione sia
fatta senza alcun criterio storico, senza le cautele minime
di qualsivoglia studioso, poco importa. Se gli autori di
libri di tal fatta, vendono, troveranno editori disposti a
scommettere su di loro, giornali, radio e televisioni pronti
a parlarne, e un pubblico abilmente stuzzicato e quindi
incuriosito, non dei fatti, cosí come si sono effettivamente
svolti, ma delle notizie (il giornalismo attuale ci ha
abituato a una perfetta disconnessione fra le due parole, un
tempo legate consequenzialmente: le notizie come la
fotografia e radiografia, quando si va un po’ oltre i dati
empirici, dei fatti accaduti). Quel pubblico, in sostanza,
viene convogliato verso il misterioso, verso il segreto,
verso il maligno, verso l’erotico, verso il sadico, verso il
macabro: ossia verso ciò che suscita attenzione di massa,
che eccita interesse della radio e soprattutto della
televisione; ebbene allora il risultato è conseguito. Del
resto, l’obiettivo massimo – raggiunto da Pansa– è che la
propria opera diventi un film o uno sceneggiato TV.
Ho affermato che la filiazione del Pansa«storico» della
Resistenza e del primissimo dopoguerra, ci porta a un
attivista neofascista, già militante della RSI, giornalista
e politico nel MSI (di cui fu rappresentante al senato per
un ventennio), Giorgio Pisanò. Nella sua febbrile attività
volta a screditare l’antifascismo, e a riabilitare il duce,
e il fascismo in generale, costui negli anni Cinquanta
pubblicava un’opera a suo modo capitale, che fissava lo
stilema interpretativo della Resistenza nei termini di
guerra civile (10).
A tale fonte a dir poco inquinata, si abbeverarono i
rovistatori di cui sopra, Pansa per ultimo, ma con maggiore
dovizia. Ma vediamo chi è il revisionista numero uno, in
fatto di «storiografia» sulla Resistenza, Giorgio Pisanò.
Ci affidiamo a una fonte inequivoca, un suo libro
autobiografico-memorialistico (11).
La decisione di restare nel campo repubblicano (la RSI,insomma)
dopo l’8 settembre, viene motivata dall’autore come difesa
della «sua dignità di italiano» e de «l’onore della
bandiera» di fronte al «rovesciamento di fronte» del Regno
(12). Fu il 27 aprile 1945, il giorno in cui l’autore
dichiara di aver incontrato per la prima volta i partigiani
(salvo smentirsi quando racconta di essere stato catturato
da un partigiano durante una missione di spionaggio
nell’agosto 1944 (13):
Ero affascinato. Finalmente li vedevo. Lontani, ma li
vedevo. Per tutto il periodo della guerra civile non li
avevo mai incontrati, tranne quei due, feriti, nell’ospedale
di Grosio, pochi giorni prima. Ma quelli erano bloccati in
un letto e mi erano sembrati solo due poveri ragazzi
spauriti. Raccontarlo oggi che, a sentire le loro storie e a
vedere i loro film, si potrebbe giustamente ritenere che i
partigiani noi li avessimo dappertutto, anche sotto il
letto, può sembrare assurdo. Eppure avevo girato il
territorio della RSI in lungo e in largo, di giorno e di
notte, ero stato al fronte, avevo superato le linee
attraverso zone partigiane, avevo anche partecipato a
rastrellamenti, ma i partigiani non li avevo proprio mai
visti.
Dunque, presenza evanescente, quella partigiana. O se si
vuole, poiché non si facevano vedere, v’era da sospettare
che non esistessero. E quando finalmente si materializzano,
rivelano la loro pochezza.
Ponte Valtellina era sí in mano ai partigiani. Ma appena ci
videro, scapparono via. Non ci fu nemmeno bisogno di
sparare. Quei pochi che furono raggiunti dai nostri ragazzi,
gettarono le armi a terra e alzarono le braccia. Vennero
liquidati a calci nel sedere. (14)
Nonostante questo brillantissimo successo militare, il 28
aprile la colonna fu costretta alla resa dalla caduta della
RSI e del duce, fucilato quello stesso giorno. Pisanò e
camerati fatti prigionieri furono trasferiti nel carcere di
Sondrio:
Novemila metri tra una folla urlante, che inveiva, ci
sputava addosso, ci aggrediva a ogni passo. Noi eravamo i
delinquenti, noi gli assassini, noi i traditori, noi che
indossavamo ancora il grigio verde e avevamo avuto per
bandiera un tricolore, quel tricolore che non vedevo piú
perché attorno a me c’erano solo bandiere inglesi,
americane, e bandiere rosse, un uragano di bandiere rosse.
(15)
In carcere, Pisanò e gli altri hanno modo di meditare. Non
certo autocriticamente. L’apologetica del fascismo e del
duce ha avuto inizio:
La visione di Mussolini appeso per i piedi ci tormentava
tutti. Ne parlammo a lungo. Cercammo di immaginare che cosa
poteva avere sofferto moralmente e fisicamente negli ultimi
istanti della sua vita quell’uomo che per tanti anni aveva
lottato e lavorato nell’illusione di fare grande e potente
il popolo italiano. E nel valutare l’immensità della
tragedia vissuta e sofferta da lui, ognuno di noi poté
concludere che il proprio dramma personale, al confronto,
era ben poca cosa. (16)
Durante la detenzione di Sondrio molti dei prigionieri
vengono giudicati dal Tribunale del Popolo e poi giustiziati
o condannati a lunghe pene detentive:
I processi celebrati davanti alla Corte d’Assise di
Sondrio vennero considerati un vero e proprio spettacolo. La
folla si accalcava per vedere le belve in gabbia e per
ascoltare gli sproloqui oratori di tanti bravi signori che,
fascistissimi fino al giorno prima, ora si agitavano per
accusare i loro camerati di ieri delle colpe piú ignobili e
infamanti. (17)
L’autore evita accuratamente qualsiasi analisi delle
condanne del Tribunale, dei fatti per cui gli imputati erano
alla sbarra, delle procedure, avvalorando, senza onere di
prova, la tesi delle uccisioni sommarie di «onesti»
fascisti. Lo schema che sarà fatto proprio da Pansa è tutto
qui.
L’onere della prova spetta al lettore, semmai, non certo
all’autore (in un dibattito pubblico al rimprovero mossogli
da chi scrive di non indicare le fonti della sua
«ricostruzione», costui rispose: «Professore, ma lei non si
fida?». E alla risposta ovviamente negativa, replicò con una
singolare proposta: inviare i dieci migliori allievi a fare
ricerca sui luoghi di cui egli si era occupato per
verificare se il suo racconto fosse o meno attendibile…).
Pisanò, grande e ineguagliato modello per Pansa, avendo
svolto attività spionistica, fu oggetto dell’attenzione non
solo degli inglesi (che lo arrestarono), ma altresí della
magistratura italiana: ma l’imputato non le riconosce titolo
a giudicarlo, giacché si tratta di italiani, come lui; e
come lui hanno perso la guerra. Dunque – questa la logica
del revanscista Pisanò– non possono giudicare altri
italiani. Nel finale del libro, affiora il lato buono,
quello conciliazionista, o delle «memorie condivise», tema
ed espressione entrate in circolazione sull’onda lunga del
revisionismo soft negli ultimi dieci-quindici anni.
Quando ripenso a quei giorni, mi domando se gli
antifascisti abbiano mai compreso l’enorme errore commesso
nel volerci perseguitare in quella maniera. E sono costretto
a rispondermi che, evidentemente, non se ne resero conto né
allora né dopo. Loro, è chiaro, furono succubi delle loro
paure, dei loro incubi ventennali, della loro stessa
propaganda; ci vollero considerare tutti in blocco una banda
di criminali, di pazzi furiosi, di avventurieri prezzolati,
di poveri dementi dal cervello offuscato. Non capirono, o
non vollero capire, che quelle centinaia di migliaia di
italiani che si erano stretti intorno a Mussolini chiedendo
solo di combattere per riscattare l’onore della patria,
erano stati mossi da un impulso ideale, da un senso di
ribellione, da una volontà di rinnovamento che non avevano
alcun precedente nella nostra storia. Non capirono che noi
giovani, specialmente noi giovani, ci eravamo battuti perché
avevamo visto nella Repubblica sociale, nelle nuove leggi,
nei suoi ordinamenti, la possibilità di ricostruire una
nuova Italia e una nuova Europa. Non capirono che noi ci
eravamo battuti per una Italia che ancora doveva sorgere.
[…] Se solo uno di quei cervelloni tornati alla ribalta ci
avesse detto: «Ragazzi, vi siete battuti in buona fede.
Avete perso. Possiamo tentare di realizzare insieme, anche
sotto forme diverse da quelle che vi erano state indicate,
quel mondo nuovo che avevate sognato», ebbene, sono certo
che quel tale ci avrebbe raccolti intorno a lui, pronti a
rimboccarci le maniche per ricostruire l’Italia. (18)
Eccoci, insomma all’apologetica dei «ragazzi di Salò»,
destinata ad ampia fortuna politica.
Il revisionismo rovescistico sulla Resistenza e sul processo
che porta alla Repubblica, attraverso la Carta
Costituzionale, se non nasce direttamente dal revanscismo
nostalgico, gli si collega e a esso attinge: è, in sostanza,
un figlio, magari spurio, del neofascismo. Le contiguità,
piú che le affinità, emergono chiaramente con un’altra opera
data alla luce dallo stesso Pisanò, in sodalizio familiare,
a distanza di decenni, l’opera piú vicina ai pretesi scoop
di Pansa, dedicata a quello che ormai è divenuto usuale
chiamare «triangolo della morte». Su quest’opera, lasciando
cadere tutta la sovrabbondante produzione antecedente di
Pisanò, vale la pena soffermarsi, brevemente, anche perché
le rivelazioni pansesche sono relative essenzialmente al
post 25 aprile, precisamente come il racconto autobiografico
(19).
La tesi degli autori è che la frattura tra fascisti e
antifascisti non comunisti «non sarebbe sfociata, solo per
volontà di costoro, nella barbarie e nelle efferatezze della
guerra civile», in quanto «consapevoli dell’esito finale del
conflitto (vittoria scontata degli Alleati) ed erano
entrambi propensi ad un passaggio dei poteri il piú
possibile indolore»; di conseguenza la spirale di violenza è
da imputare alla «compagine di terroristi» che sarebbe stata
scatenata dal PCI (20).
In tale quadro, la provincia di Reggio Emilia diventa il
laboratorio in cui il PCI «sperimentò con maggior successo,
fra il 1943 e il 1945, l’azione rivoluzionaria tendente a
trasformare l’Italia, uscita sconfitta dalla guerra, in una
repubblica popolare di tipo sovietico» (21).
Nella ricostruzione dei Pisanò, i fascisti tentano in ogni
modo di evitare risposte violente e rappresaglie (e quando
avvengono, esse vengono attribuite immancabilmente ai
tedeschi) alle efferatezze dei terroristi rossi, che molto
spesso si rivelano essere ladri e briganti sotto mentite
spoglie.
Il PCI si distingue per il cinismo con cui ricorre alla
violenza pur di raggiungere i suoi obiettivi rivoluzionari;
a tali scopi i dirigenti comunisti cercano in ogni maniera
di far precipitare l’Italia in una guerra civile che nessuno
vuole (meno che mai i fascisti) in modo da avere un terreno
fertile per la loro azione politica eversiva.
Come nel caso dei fratelli Cervi, il PCI persegue
crudelmente chiunque al suo interno non sia allineato alle
strategie della dirigenza; dalla ricostruzione di questa
vicenda, paradigmatica per gli autori, si scoprono le
macchinazioni dei rossi che portarono all’eliminazione dei
fratelli Cervie di altri partigiani.
Il momento del dominio comunista sulla sponda antifascista
della guerra civile scavalca le categorie della politica e,
per quanto ammantato di frenesia rivoluzionaria, assume
anche i contorni di un momento di follia al potere.
In questa parte del libro dedicata ai Cervi, estremamente
dettagliata, non esiste nota o riferimento alcuno. Una delle
poche fonti richiamate viene presentata in questo modo:
Ciò che stiamo per rivelare non è scritto su nessuno
degli innumerevoli libri che la storiografia antifascista ha
prodotto per decenni per alimentare il mito dei Cervi. È
scritto, però, in una testimonianza raccolta dagli autori di
questo libro e rilasciata loro da uno dei pochi componenti
l’UPI (Ufficio politico investigativo) della questura di
Reggio sopravvissuti al 25 aprile. È una testimonianza
(riferita esclusivamente a vicende accadute nel Reggiano
durante la guerra civile) che si compone di 80 cartelle (62
manoscritte e 12 dattiloscritte) che gli autori custodiscono
nel loro archivio, e che quindi rendono in parte pubblica
rispettando la volontà del testimone a mantenere
l’anonimato. (22)
Naturalmente le fonti autentiche (tra cui la testimonianza
dello stesso Alcide Cervi) e le versioni documentate
dell’«impareggiabile storiografia stalinista applicata alla
guerra civile» vengono rigettate senza pietà. Ovviamente,
non facendo ricorso ad alcuna analisi documentale o
metodologica.
Altri casi di «epurazioni» interne alla Resistenza e
d’irresponsabili azioni terroristiche; quest’ultime
finiscono col coinvolgere i civili nelle rappresaglie
tedesche. Ma la provincia di Reggio
nonostante l’azione terroristica dei guerriglieri si
mantenne sempre disciplinata e operosa, compatibilmente con
l’eccezionalità del momento, agli ordini delle autorità
repubblicane, potendo contare inoltre su un numero altissimo
di aderenti alla RSI. E questo grazie alla instancabile
attività di Giovanni Caneva […]. Caneva, infatti, cercò
anche di attenuare con ogni mezzo gli orrori della guerra
civile, intervenendo quasi sempre per impedire l’esecuzione
di partigiani catturati e condannati a morte.
Le azioni violente dei partigiani continuarono oltre il 25
aprile del 1945; a dimostrazione gli autori citano «venti
episodi presi a caso fra migliaia dello stesso tipo, che
provano il clima di “giustizia sommaria” instaurato dai
comunisti». L’infiltrazione comunista nel reggiano era
diventata tale, nel dopoguerra, da arrivare a un vero
controllo sulla polizia di Stato. Mentre in Parlamento il
PCI sedeva «responsabilmente» a livello periferico manteneva
il suo apparato militare impiegandolo segretamente per i
suoi scopi; il PCI, sostengono gli autori, in un affondo
politico, negli anni Settanta avrebbe continuato su questo
doppio binario utilizzando le Brigate rosse in luogo dei
partigiani.
Nella provincia di Modena, invece, si manifestò subito e piú
concretamente «una vera reazione anticomunista in seno
all’antifascismo» grazie a una consistente presenza
democristiana nel «mare rosso» della Resistenza.
Ciononostante, «scomparso di scena il fascismo senza
l’arrivo delle truppe alleate, anche da una Resistenza
“bipolare” (almeno sulla carta) come quella modenese,
sarebbe potuta scaturire solo una “repubblica dei soviet”».
Nel Modenese erano attivi anche altri partiti (Partito
d’azione, PSIUP), ma
il mito dell’antifascismo «unitario», insomma, naufragò
subito. Di fronte ai comunisti che andavano dritti per la
loro strada, sfruttando fino in fondo lo stato di guerra per
puntare alla rivoluzione di classe, gli esponenti degli
altri partiti, posti nella necessità di esprimere un
progetto politico capace di rifondare lo Stato oltre il
fascismo superando la politica marxista, denunciandone il
pericolo e smascherandone la sfida filosovietica lanciata
con le armi, chinarono chi piú chi meno la testa e si
piegarono, fingendo di starci, al gioco dell’«unità
ciellenista» targata Mosca. (23)
Per debolezza o per viltà, l’antifascismo non comunista
rinunciò a esprimere «una valida e chiara alternati va
sottratta all’ipoteca comunista», condannandosi cosí a
essere «non solo succube ma anche zimbello della strategia
del PCI» (24).
Guardando alle istituzioni repubblichine, gli autori – ça va
sans dire – esprimono apprezzamento per l’operato delle
autorità politiche (in specie i podestà) e della burocrazia
della RSI: altro che «canaglie». Se mai il fascismo venne
onorato nel momento supremo della tragedia è evidente che lo
fu an che e soprattutto da questi oscuri addetti alla
macchina statale, che si erano formati durante il ventennio
di Mussolini e che rimasero al loro posto fino all’ultimo,
facendosi massacrare e dando una testimonianza di senso del
dovere e dello Stato che meritava da tutti gli italiani, nei
decenni successivi, un riconoscimento un po’ piú degno del
solo che moltissimi di loro ebbero allora: esecuzioni
sommarie e fosse senza nome sparse sull’Appennino.
Se si apprezza la Repubblica Sociale, la Repubblica di
Montefiorino, l’interessante esperimento di democrazia
spontanea, dal basso, scaturita dalla lotta partigiana, non
può che esser additata all’esecrazione. Essa «visse la sua
breve stagione all’insegna della megalomania e della
“giustizia popolare”, ossia della follia sanguinaria. Tutto,
sulla carta, venne ingigantito ed enfatizzato. Con una sola
eccezione: le violenze di ogni genere, le uccisioni e le
stragi indiscriminate eseguite in nome della “giustizia
proletaria” che, purtroppo, anticiparono il “triangolo della
morte”». E, esercitando i comunisti non solo il dominio
militare, ma l’egemonia, era quasi ovvio che quel «clima di
“repubblica popolare”», «contagiò» i non comunisti.
Fu un’orgia di sangue.
Bastonature, «predazioni», rapine, sequestri, stupri,
uccisioni, fucilazioni di massa, sevizie, efferatezze di
ogni genere furono il vero elemento caratterizzante della
«liberazione» di Montefiorino, preludio alla «liberazione»
dell’Emilia. […] Ma la cornice nella quale avvenne il
fenomeno […] fa assomigliare l’esperimento molto piú
all’incubo di un manicomio criminale che all’effervescenza
di un laboratorio politico. (25)
In chiusura, come nella parte sul Reggiano, il catalogo
degli orrori: l’elenco di «altre cento storie maledette».
Reggio, Modena, ed ecco il terzo corno del triangolo,
Ferrara. Rispetto ai precedenti le vicende sono meno
approfondite «poiché quest’opera vuole fornire soprattutto
gli elementi essenziali per una corretta rilettura storica e
politica di quel periodo e poiché le province di Reggio
Emilia e Modena risultano emblematiche al riguardo». Dopo
l’8 settembre il Ferrarese, grazie al fascismo repubblichino
(«repubblicano», per gli autori),
visse nella calma piú assoluta alcune settimane. Ma
tanta tranquillità non poteva essere bene accetta dai
comunisti.
Questi ultimi, infatti, grazie alla loro esperienza
rivoluzionaria, erano in grado di valutare l’importanza
strategica del possesso politico di una provincia come
quella di Ferrara, «serbatoio umano» di prim’ordine con i
suoi 160.000 braccianti agricoli, ed entrarono ben presto in
azione.
Da qui il PCI s’impegnò, come altrove, a far saltare tutte
le ipotesi di tregua tra antifascisti non comunisti e
fascisti. Ottenuta la guerra civile, i partigiani si diedero
al massacro e ai regolamenti di conti come nelle altre
provincie anche dopo il 25 aprile.
Da ultimo, nella parte finale del libro, è trattata la
provincia di Bologna: il triangolo diventa quadrangolo, a
dispetto del titolo dell’opera.
La vastità del dramma causato dalla guerra civile in
provincia di Bologna eguaglia, per numero di vittime e di
atrocità, quella registrata in provincia di Modena,
lasciando al Bolognese solo un triste primato, la piú
terribile rappresaglia eseguita dai tedeschi sul territorio
italiano: Marzabotto.
Questa tragedia «cominciò a maturare fin dai primi mesi del
1944 allorché la “brigata” comunista “Stella rossa” cominciò
a dar segni di vita», impegnando le truppe tedesche nella
zona. «Chi fece le spese della situazione fu, come al
solito, la popolazione civile, abbandonata dai partigiani
rossi alla mercé delle truppe rastrellatrici». Durante il
rastrellamento nazista di Marzabotto i partigiani non fecero
nulla per difendere la popolazione e anzi, quando non erano
impegnati negli omicidi degli elementi non graditi alla
dirigenza comunista, si diedero alla fuga verso i territori
controllati dagli alleati. Nei processi successivi alla
strage il PCI si impegnò, attraverso un «largo spiegamento
di testimoni falsi», a nascondere le responsabilità della
«Stella rossa» (26).
Qui siamo davanti a un altro leitmotiv revisionistico: le
colpe dei partigiani, vale a dire da un canto la loro
irresponsabilità (eseguire attentati contro i nazisti e i
saloini, non curandosi delle conseguenze: il caso di via
Rasella, come si sa, è l’esempio emblematico; e proprio su
di esso una menzogna clamorosa è diventata moneta corrente
sui giornali e alla televisione, con personaggi incuranti
dei documenti, che ripetono e ribadiscono la responsabilità
degli attentatori); dall’altro canto, i partigiani vengono
regolarmente accusati di essere vili. Insomma, gente che
lancia il sasso e nasconde la mano, pronta a mettersi in
salvo, lasciando alla mercé del nemico i civili inermi.
In appendice al volume, dulcis in fundo, si ha una lista di
tutte le vittime menzionate nel testo, senza beneficio di
prova alcuna. Del resto, i documenti, le fonti, la
letteratura critica, il metodo, le tecniche della ricerca…
che saranno mai?
I Pisanò forniscono, in definitiva, senza saperlo, fin dagli
anni Cinquanta, un repertorio perfetto del «metodo»
revisionistico, a cui si abbevereranno i tanti rovistatori
della Resistenza, i quali rientrano in una categoria piú
ampia, che sembra inesauribile. Ora – sia detto una volta
per tutte, benché per gli specialisti si tratti di
un’ovvietà – esiste una differenza essenziale tra la
revisione, momento irrinunciabile del lavoro del ricercatore
storico, e il revisionismo, che definisco come l’ideologia e
la pratica della revisione programmatica. Se l’una ha un
valore eminentemente storiografico, l’altro si colloca in un
ambito sostanzialmente politico: qual è infatti il compito
dello storico?
Quello, nobile e
problematico, di accertare la verità dei fatti, sulla base
dei documenti («pas de documents, pas d’histoire»: senza
documenti non c’è storia, ci ha insegnato la grande
tradizione metodologica francese), i quali vanno
opportunamente trattati, onde accertarne l’autenticità, la
provenienza e la veridicità (esistono documenti autentici
che raccontano frottole e documenti falsi che dicono
verità), opportunamente «interrogati» e «sollecitati», e
infine interpretati. In tal modo, sulla base della scoperta
di nuove fonti – documenti fino ad allora sconosciuti – o
del perfezionamento di tecniche di ricerca, o dell’emergere
di sensibilità nuove, si procede a quell’incessante lavoro
di «revisione», che è anima del lavoro storiografico. La
conoscenza che cosí si può rag giungere è il prodotto
collettivo di individui singoli e di intere generazioni;
tutti coloro che fanno ricerca possono portare i loro
mattoni a questo edificio, correggendo, integrando il già
costruito, o facendo salire il livello della costruzione,
piano dopo piano.
Il revisionismo vuole invece pregiudizialmente
«revisionare», possibilmente ribaltare, le conoscenze
acquisite, partendo dal presupposto che quello che abbiamo
appreso finora siano «bugie» (27): sintomatico in tal senso
il titolo del Pansa che ha fatto seguito al Sangue dei
vinti, o di pamphlet tanto di studiosi come Piero
Melograni, o di mestieranti come Sandro Fontana, nei quali
troviamo una serie di grottesche «rivelazioni» partorite
tutte dalla fertile inventiva degli autori: la tesi di fondo
è che la storia, intesa come historia rerum gestarum,
è zeppa di «bugie» (28).
E perché mai? Semplice: perché la verità è stata
«sequestrata» o addirittura «imprigionata» dalla cultura di
sinistra, egemonizzata dal PCI, gramscian-togliattiano. E
finalmente, in epoca liberata dall’egemonia della sinistra,
le menzogne vengono smascherate, e cadono i «miti», grazie
precisamente, prima alla meritoria opera di ricercatori
coraggiosi, non soggetti al ricatto di partito, o alle
pressioni della cultura dominante, o non corrivi alla
«vulgata».
Cosí il defeliciano Pasquale Chessaspiega la «vulgata»:
È nel «legittimismo» antifascista, visto
dall’angolazione ciellinista e partigiana, l’origine di
quella vulgata storiografica che ha tramandato l’immagine
politica della Resistenza come lotta di popolo contro il
nemico nazifascista, escludendo dal perimetro della memoria
condivisa la Resistenza come «guerra civile» in luogo del
piú politicamente corretto «guerra di liberazione
nazionale».
L’introduzione nella storia «ufficiale» del concetto di
«guerra civile», sebbene puramente descrittivo, rifletteva
infatti un’imbarazzante equivalenza politica fra i «ribelli»
e i «ragazzi di Salò», un’improponibile simmetria morale.
Secondo questo ennesimo giornalista con aspirazioni da
storico, la storiografia e la memorialistica «partigiana»
sono da sempre impegnate in una «straordinaria partita per
il controllo della Resistenza»; partita «viva ancora oggi,
per stabilire un nesso irresolubile fra la Resistenza e la
Repubblica dei partiti fondata sulla Costituzione
antifascista. Che la storiografia, in questa storia, abbia
finito per giocare un ruolo politico, è il discrimine
teorico individuato da Renzo De Felice nella cosiddetta
vulgata» (29).
E Chessa, naturalmente, sponsorizza la memoria condivisa, la
storia completa, e respinge la polemica antirevisionistica,
con grande semplicità, o forse con semplicismo, quasi
ingenuo. «Le memorie di partigiani e saloini sono rimaste
finora separate, incomunicabili, senza mai potersi
incrociare nella ricostruzione storica della molteplicità di
guerre che hanno attraversato il paese nel pieno degli anni
Quaranta». E in modo del tutto corrivo ai modi e agli stessi
tic verbali dell’ondata postdefeliciana, l’autore parla di
«storia dei vincitori», accusandola non solo di aver
praticato la rimozione di un passato indicibile sommerso
dalla necessità politica di legittimare l’antifascismo, e
con esso il PCI, nella nuova storia del paese, quanto l’uso
calunnioso del concetto di revisionismo storico che
sovrappone i risultati della nuova ricerca storiografica con
la maschera del nemico.
Dichiarando di rifiutare la richiesta della «storia
condivisa», respinge altresí l’idea della «memoria divisa»
(alludendo per esempio a Sergio Luzzatto), l’autore
asserisce la necessità di «cercare la strada per arrivare a
una storia completa» (Pansa parlerà di «completismo») che
sappia raccontare i fatti cosí come sono accaduti piuttosto
che sottometterli alle ricostruzioni volute dalla politica e
dall’ideologia e financo dalla morale e dall’etica» (30).
La guerra partigiana dunque deve diventare – o ritornare a
essere – «guerra civile», come categoria interpretativa
fondamentale. Guerra civile: ma l’operazione è stata già
compiuta con il libro di Claudio Pavone. Allora (siamo agli
inizi degli anni Novanta), tanti poterono esclamare:
l’avevamo sempre detto! Qui un’osservazione si impone: pur
essendo coscienti che l’editore (Bollati Boringhieri) per
ragioni, come suol dirsi, «squisitamente editoriali», operò
un’inversione fra sottotitolo originario (Saggio sulla
moralità della Resistenza) e titolo del libro di Pavone(Una
guerra civile), va tuttavia rilevato che quel titolo
appariva comunque corrivo alla nuova aura storiografica,
culturale, politica. E come tale fu usato – naturalmente,
non piú che il titolo, sia per la mole impegnativa del
volume, sia perché comunque l’autore aggiungeva alla guerra
civile due altri conflitti: quello sociale (la Resistenza
come moto di liberazione dei subalterni) e quello nazionale
(italiani contro stranieri occupanti).
Se uno storico
proveniente dall’area della sinistra, già partigiano, ha
etichettato il biennio ’43-45 nei termini di guerra civile,
vuol proprio dire che avevamo ragione noi: cosí argomentato
dai rovistatori. Nella corsa ad accaparrarsi la primazia
nell’uso di quell’espressione, e nella valanga
revisionistico-rovescistica che seguí alla pubblicazione
dell’opera di Pavone – una sintesi magistrale, peraltro –
non ci si interrogò sul senso stesso di «guerra civile»:
anche se fosse, come fu, in parte, nel senso letterale, di
conflitto intestino fra connazionali, lo scontro tra
partigiani e repubblichini – guerra civile, appunto – quale
lo scandalo? Le guerre civili sono guerre solitamente
provviste di motivazioni piú forti, piú «convincenti», e, in
definitiva, sono piú lecite moralmente di qualsiasi altro
conflitto armato. Il libro di Pavone, invece, grazie anche
alla provenienza politica dell’autore, divenne la prova
provata che quella era stata «soltanto» una guerra civile;
ossia, un’oscenità inammissibile.
La cui colpa,
come si constatò dallo tsunami di pubblicazioni (di
giornalisti-storici) e dichiarazioni (di politici), ricadeva
nella sostanza sui comunisti, che avevano irretito i
partigiani, di cui si minimizzava l’entità numerica e
soprattutto il significato militare della loro azione; anzi,
si arrivò a rovesciare addirittura i meriti in demeriti. E
le stragi nazifasciste vennero tutte interpretate come
(legittime, in fondo) reazioni alle provocazioni dei
partigiani (comunisti), ai loro attacchi scriteriati, alle
loro inutili azioni: inutili come inutile fu tutta la
guerriglia antifascista del ’43-45. L’Italia, naturalmente,
fu liberata dagli Alleati.
Oggi il revisionismo è diventato moneta corrente, ormai
nella sua versione estrema, quella rovescistica. Il «rovescismo»,
infatti, può essere definito la fase suprema del
revisionismo (31).
Quest’ultimo filone è il cavallo di battaglia di Pansa, la
sua gallina dalle uova d’oro. Senza alcun rispetto per i piú
elementari principi del lavoro storiografico, egli sta ormai
perseguendo da anni un sistematico rovesciamento di giudizio
sul ’43-45. Naturalmente, ciò non sarebbe possibile senza
editori che sollecitano libri di tal genere, libri che
rovescino quello che si sa… altrimenti chi comprerebbe un
altro libro sulla Resistenza? Bisogna almeno sostenere che i
comunisti hanno nascosto – nell’ipotesi piú benigna – una
fetta della Resistenza: i comunisti intesi come classe
politica, ma anche i comunisti intesi come storici e
intellettuali. Dunque, ecco farsi strada la Resistenza
cancellata o negata; quella dei non comunisti; un filo che
sarebbe poi stato dipanato fino ai primi anni dell’immediato
post 25 aprile, sempre insistendo sulla tesi che i comunisti
hanno schiacciato i non comunisti, quand’anche loro alleati
nella guerra di Liberazione (32).
Dall’alto delle loro centinaia di migliaia di copie, i
rovescisti irridono agli accademici pignoli, magari
«invidiosi» del loro successo, i quali – niente di meno –
vorrebbero le note a piè di pagina. Ma le note non sono
altro che la possibilità offerta al lettore di verificare
quello che scriviamo, se non vogliamo rimanere nel regno
della fiction: chi ci legge deve poter fare il nostro stesso
percorso, al limite andando a frugare negli stessi archivi
dove noi abbiamo lavorato, e controllare se ci siamo
inventati i documenti, o li abbiamo alterati… Per i
rovescisti questa è inutile noiosaggine professorale.
Dobbiamo fidarci del loro intuito, o – come Pansa procede –
delle loro ricostruzioni fatte sulla base di racconti
altrui, o di «travaso» di libri in altri libri. Cosí
Benedetto Croce, che molti decenni or sono denunciava le «pseudostorie».
Nulla di nuovo sotto il sole, in un certo senso. Per
raccontare la storia non basta scrivere, perdipiú con il
ricorso furbesco a un piano di comunicazione che mescola
l’invenzione narrativa (se cosí vogliamo chiamarla) e la
pretesa di «raccontare i fatti»: per tal via ogni
contestazione di metodo e di merito è impossibile. L’autore
ha la risposta pronta.
Se lo cogli in fallo, egli può sempre rispondere che la sua
è «libera ricostruzione», e che non si può pretendere
l’esattezza. Da questo punto di vista, almeno, il buon
Pisanò era meno ambiguo.
Ma veniamo all’analisi sia pur succinta del primo libro
rovescistico di Pansa, direttamente ispirato nelle fonti,
nel metodo, e nel risultato da Pisanò e compagnia. Come già
accennato, siamo davanti a un’operazione scientificamente
inaccettabile. Nulla ha a che fare con le criti che che a
siffatte opere sono state mosse in nome della political
correctness, a cui invece l’autore ha facilitato la strada
con una serie di dichiarazioni e di interventi all’inizio
soltanto sgradevoli, poi davvero grevi, anche se va detto
che egli fu «provocato» da alcuni attacchi assai polemici, i
quali forse hanno avuto il torto di confondere il discorso
storiografico con quello del sospettato fine politico e/o
personale dell’autore. È ovvio che lo studioso di storia non
debba preoccuparsi dei possibili utilizzi politici del suo
lavoro, ai quali egli è estraneo; non deve chiedersi «a chi
giova?», perché la verità giova a tutti; e dunque se il suo
lavoro è indirizzato, come dovrebbe, alla ricerca della
verità, egli non può fermarsi davanti a questioni di
opportunità, di interessi, di convenienze.
La verità è un
grande edificio collettivo, a cui ciascun ricercatore, in
ogni epoca, in ogni parte del mondo, può recare il suo
piccolo o grande mattone; e la costruzione procede per
aggiustamenti successivi, correzioni, revisioni, sulla base
di nuove fonti che nel corso del tempo si rendono
disponibili, ovvero grazie al perfezionamento delle stesse
tecniche di ricerca; o, infine (in realtà, innanzi tutto),
sulla base della capacità che ciascuna generazione, ciascun
singolo studioso, ha di porre domande ai documenti, di
sollecitare problematicamente la storia. Non occorrono
titoli accademici per fare questo; e dunque Pansa che, come
ricordato, ha studi storici nel suo passato remoto, e ha
avuto buoni maestri (politicamente ineccepibili: Guido
Quazza innanzi tutti gli altri), non deve essere maltrattato
perché non siede in cattedra. Cosí come non deve essere
attaccato anche quando si giudichi il suo libro «utile al
nemico»; ciò naturalmente non impedisce inquietanti
interrogativi sul momento politico in cui il libro apparve,
caratterizzato da goffe riabilitazioni del fascismo e da
sciagurate minimizzazioni della Resistenza, con tentativi di
equiparazione di partigiani e repubblichini, con le dubbie
proposte di celebrazione dei morti, e cosí via. L’autore,
piuttosto, va messo sotto accusa, storiograficamente
parlando, per altre ragioni, squisitamente inerenti il
mestiere di storico.
Trattasi di mestiere che richiede un bagaglio di metodo e
uno strumentario tecnico che Pansa a dispetto della vantata
ascendenza quazziana, non ha affatto, neppure in minima
misura. Egli avverte il lettore che tutto è vero, che tutto
è documentato, che tutto è stato riscontrato. Peccato che
nessun elemento venga fornito in tale direzione. La
disonestà del libro consiste proprio in questo: che ha la
pretesa di essere uno studio storico, ma ha l’alibi della
letteratura. E in tal modo l’autore si costruisce una sorta
di barriera difensiva preventiva. In effetti, il libro è
costruito in maniera ambiguamente narrativa, con due
personaggi, l’autore, che come in un metaracconto si
presenta in veste di ricercatore della verità storica, e un
personaggio – l’unico di fantasia, precisa Pansa– che svolge
il ruolo di Virgilio che accompagna Dante nell’Inferno della
Resistenza, o meglio del post 25 aprile. Livia, tale il nome
del personaggio, è una bibliotecaria che guida il «noto
giornalista» nella sua indagine, e in un gioco delle parti
che viene piuttosto stucchevolmente ripetuto capitolo dopo
capitolo, nel libro si passano in rassegna una serie di
casi, specie nell’Italia settentrionale, di «vendette» –
parola-chiave del racconto, parola che implica un evidente
giudizio di (dis)valore – perpetrate dai vincitori (i
resistenti) ai danni dei vinti (i repubblichini), il cui
sangue (come il titolo indica senza esitazioni: il sangue in
copertina è stato un indubbio elemento di richiamo per una
larga fetta di pubblico) viene appunto versato, anche
quando, come si suggerisce o si dichiara sovente nelle
pagine di Pansa, si tratti di sangue innocente.
Nella sua pretesa di mostrare, come egli ha dichiarato
ripetutamente, «l’altra faccia della medaglia», l’autore
finisce per dare un’immagine del partigianato assai simile a
quella della peggiore pubblicistica neofascista e nostalgica
fin dai primi anni del post 1945. Non a caso una parte
cospicua delle fonti, che vengono menzionate nel corso delle
conversazioni tra la bibliotecaria e il giornalista che si
vuole anche storico, sono appunto di quel genere. Pisanò,
ripeto, è il fiume: Pansa è uno dei rivoli che ne discende.
E il libro di Pansa, che vorrebbe ristabilire una «verità
negata», si riduce a quell’accennato travaso da altri libri,
senza alcuna verifica sull’attendibilità dei racconti in
essi contenuti. E quando in numerosi casi appaiono
discrepanze tra una fonte e un’altra, l’autore sceglie sulla
base di «ritengo», «mi pare», «sembrerebbe»33.
Nell’insieme, il risultato confonde due piani: la moralità
degli individui e quella della causa per la quale essi
combattono. È evidente, e noto, che tra i partigiani e tra
gli stessi antifascisti vi furono personaggi moralmente
discutibili (per usare un eufemismo) e fra i saloini vi
furono giovani in buona fede, i migliori dei quali,
peraltro, si avvidero piú o meno per tempo dell’errore che
stavano commettendo e passarono dall’altra parte. Ma sulla
differenza e la distanza tra la causa degli uni (la
liberazione d’Italia, e per larga parte dei resistenti anche
un suo rinnovamento politico e sociale) e quella degli altri
(il fascismo e la sudditanza alla Germania hitleriana) non
vi possono essere dubbi su quale fosse la parte giusta.
Del resto tutti i casi qui proposti – una serie di nomi di
uomini e donne fascisti, o sospetti tali, uccisi, talora
barbaramente, dopo il 25 aprile, da uomini e donne della
Resistenza, o sospetti tali, in una galleria degli orrori,
in cui c’è del vero, sia ben chiaro – sono tappezzati di
formule vaghe, di asserzioni che possono essere accettate in
una chiacchierata in poltrona fra amici, non stampate in un
libro che, questa l’aggravante, si propone (ça va sans dire)
di «far luce su una pagina buia della nostra storia».
E mentre è calcata la mano sulla crudeltà dei partigiani che
perpetrano le loro nefandezze, quella mano diventa lieve
quando si accenna alle cause scatenanti di tali azioni.
Sembra emergere tutt’al piú, come sfondo, l’eterna nequizia
degli esseri umani, la loro ferinità che altro non aspetta
che un’occasione quando non addirittura un pretesto per
scatenarsi. E il contesto storico in cui quei fatti (anche
dandoli per accertati) avvennero? Nulla o quasi. Anzi, di
tanto in tanto, emerge la «colpa» dei comunisti, che
soffiano sul fuoco, che incitano alla «mattanza» (la parola
ricorre piú volte): comunisti che per libidine vendicativa
dietro la quale s’indovina una strategia del terrore per
condizionare gli sviluppi della vita italiana, lasciano
fare, proteggendo gli assassini, o fanno essi stessi in
prima persona.
Ora, la storiografia seria su questo drammatico (ma quanto
importante per noi tutti!) periodo della storia italiana,
che non ha dovuto aspettare le «ricerche» di Pansa per
produrre risultati, oltre a mettere in luce gli elementi
costitutivi della situazione (come dimenticare il biennio di
orrore, quello sí di sangue e di morte, della RSI?
Come parlare di «vendetta» o di «mattanza» senza tener conto
di quello che l’ha immediatamente preceduta?), ha al
contrario sottolineato la prudenza della leadership
comunista, a cominciare da Palmiro Togliatti. E anche se ci
sono stati momenti iniziali, le giornate immediatamente
successive al 25 aprile, in cui si lasciò fare,
giustificando gli indubbi eccessi – Pansa ha ripetutamente
sottolineato la citazione di Giorgio Amendola che
legittimava il furore giacobino – d’altro canto non v’è
dubbio che si sia trattato di un fenomeno, che,
opportunamente storicizzato, rivela caratteri in qualche
modo di inevitabilità, dato appunto il contesto; e i suoi
numeri furono limitati, rispetto ad analoghe situazioni di
«rivalsa» dei vincitori sui vinti. Si aggiunga che (Pansa
non ci offre alcun elemento nuovo) la situazione era
oggettivamente di difficilissima governabilità e gli stessi
comandi alleati ebbero la netta sensazione che molti di quei
delitti – giacché delitti vi furono – erano privi di
qualsiasi motivazione politica, a cui invece erano
attribuiti.
Infine, secondo uno stile proprio di suoi colleghi che si
pongono a far «storia», e che ormai si può chiamare la
storia secondo Porta a Porta (il programma TV dove
imperversa un altro “gigante” della verità storica e ormai
anche della pubblica opinione) egli premette al suo racconto
una precisazione che ci informa sulla esiziale concezione
opinionistica della storia: «Dopo tante pagine scritte,
anche da me, sulla Resistenza e sulle atrocità compiute
anche dai tedeschi e dai fascisti, mi è sembrato giusto far
vedere anche l’altra faccia della medaglia» (34).
Il problema è che la storia non è un confronto di opinioni,
non è il salotto televisivo, la storia non è un tavolo da
ping-pong (di’ la tua che poi dico la mia); la storia è
affar serio, che si fa in modo scientifico e ha il solo
scopo di accertare la verità, seguendo tecniche consolidate.
Con una premessa sottintesa che deve essere quella
dell’onestà intellettuale (un documento scomodo, una verità
inquietante per la mia parte politica non deve essere
rimosso o corrotto o ignorato…): qui ancora dovrebbe
ricorrere il richiamo a Salvemini, con il suo incitamento
alla «probità»: dichiarare le proprie passioni, e prendere
le contromisure nei loro confronti. Che significa
innanzitutto lavorare sui documenti e lavorare
correttamente, secondo le regole del metodo storico.
All’accusa di revisionismo, Pansa inizialmente rispose, in
svariate interviste, con un altro «ismo», di cui possiamo
ritenere sia l’inventore: il già accennato «completismo»
(salvo però scrivere nell’avvertenza che il suo «non
pretende di essere un racconto completo e non lo è») (35).
Il suo libro aveva la pretesa di riempire i buchi della
storia, buchi che naturalmente sarebbero intenzionali: la
sinistra, egemone in storiografia (?), succube dei diktat
del Partito comunista, avrebbe «rimosso», «censurato»,
«negato».
In seguito, in modo via via piú aggressivo fino a diventare
becero e volgare, il giornalista ormai coccolato da una
larga parte dei media, e dello stesso sistema politico, ma
diventando via via beniamino della destra, che dal suo
lavoro ha tratto linfa per spingersi ad attaccare i
fondamenti dell’Italia repubblicana, con disegni di legge,
ora (provvisoriamente?) accantonati, di equiparazione
giuridica, anche ai fini del trattamento di quiescenza, dei
combattenti dell’una e dell’altra parte. Beffardamente, nel
messaggio indirizzato «Al lettore», con cui si apre il
volume, l’autore afferma pacato che il proprio intento «era
di costruire un libro sereno». Basti leggere, ad apertura
casuale, per rendersi conto di quanta serenità spiri tra le
pagine di Pansa: non ho spazio qui per procedere, ma chi
voglia è invitato ad assaggiare quelle pagine.
E dopo Il sangue dei vinti, dopo La Grande Bugia
(le maiuscole sono nell’originale), Pansa dà alle stampe un
terzo volume nel quale il narciso si presenta nei termini
della vittima. Il percorso a ben vedere è consequenziale
(36).
La verità è stata nascosta per decenni; sono i comunisti ad
averla nascosta; arrivano gli Zorro della storia, e svelano
«l’altra faccia», che ovviamente gronda sangue; ma allora
una cortina di ferro si leva contro di loro,
ostracizzandoli, demonizzandoli, scomunicandoli. Sono i
«professori», gli «intellettuali», almeno quelli
veteromarxisti, gramsciani fuori moda, togliattiani
impenitenti, che ancora seguono vecchi schemi, o subiscono
antiche censure, e si fanno censori a loro volta. Il
comunismo è morto, ma i suoi effetti (attraverso la
perniciosa arma dell’egemonia), sono ben presenti e vivi,
insomma. Ed ecco costoro farsi nientemeno che «gendarmi
della memoria»: essi tengono ben chiusa sotto chiave la
memoria della guerra civile, pretendendo di avere
l’esclusiva di parlarne.
Come se, appunto (il modello talk show), la storiografia
fosse un campo di opinioni. Ed ecco la grande bouffe di
«verità scomode» che il nostro intrepido eroe porta allo
scoperto, incurante del pericolo della scomunica. O peggio.
Del resto il volume secondo e terzo della tetralogia (Pansa
ha un illustre predecessore in Benedetto Croce!), sono
dedicati al resoconto di recensioni, presentazioni,
boicottaggi organizzati da codesti gendarmi; ma la morale è
che la verità si afferma malgrado tutto questo, e lo
dimostrano le centinaia di migliaia di copie che si sono
smerciate di questi tomi. In ogni caso, il leitmotiv è la
Resistenza come «mito», costruito ad arte dai comunisti, e
protetto nel corso del tempo, nascondendo le migliaia di
morti inutili che specie dopo il 25 aprile si sarebbero
prodotte. E come per le Foibe, e la fobia da foiba, come è
stato scritto (37), su cui si è scatenata da un ventennio
una campagna sistematica di menzogne (e mezze verità, che
sono menzogne ancora piú dannose), Pansa dà le cifre, del
tutto arbitrarie, conteggiando intorno ai ventimila
ammazzati nella «resa dei conti», dopo la caduta del
fascismo. Una «mattanza», appunto, che non solo non
corrisponde alle sole cifre attendibili a disposizione
(moltiplicandole per 10 o 15) (38), ma dimentica, o finge di
dimenticare i contesti in cui le violenze avvenivano, e che
nella gran parte dei casi erano esecuzioni comminate dai
Tribunali del Popolo. Un fatto anche vero, estratto dal
contesto che lo ha generato, perde ogni significato e valore
probatorio. Ma tant’è. Pansa ha imboccato una strada che lo
porta a diventare, alla fine, il paladino del revisionismo
estremo, ma via via in termini piú bolsi, autistici,
grottescamente autoapologetici quanto volgarmente ingiuriosi
verso i co siddetti «gendarmi».
Precisiamo, comunque, che è ben vero che sul tema della
«resa dei conti», vi siano state reticenze, è noto; e
ampiamente spiegato, nell’ambito della vicenda non soltanto
storiografica e culturale, ma politica dell’Italia
repubblicana. Quelle reticenze sono in parte spiegabili non
con l’intento di nascondere i morti, ma semmai di sottacere
il ruolo di Palmiro Togliatti artefice di un perdono
generalizzato su cui molto è stato eccepito, anche
recentemente, in termini piuttosto aspri (39).
Ossia, il condono togliattiano va esattamente contro la tesi
dei comunisti assassini programmatici. In definitiva, come
non ricordare che non da ieri la storiografia sulla
Resistenza e sullo stesso fascismo ha avviato un processo di
radicale rinnovamento? Di esso cui il libro di Claudio
Pavone, già richiamato qui, nei primi anni Novanta era
l’esito e non certo l’avvio, che invece si colloca tra gli
anni Sessanta e Settanta. E polemizzare oggi sulla storia
che «nasconde» la verità – dunque anche sui limiti della
Resistenza e dell’antifascismo – perché condizionata dal
comunismo, è ridicolo. Ricerche come quella di Hans Woller
hanno già detto pacatamente, e seriamente, documentatamente,
quello che v’era da dire sul tema (40).
E opere collettive quali l’Atlante storico della Resistenza
o il Dizionario della Resistenza(41), che nascono
direttamente o indirettamente dal lavoro di scavo condotto
nei decenni dalla rete degli Istituti Storici locali del
Movimento di Liberazione in Italia, sono assai lontane da
opere pur meritorie, ma in cui l’agiografia era robustamente
presente come la pur preziosissima e meritoria Enciclopedia
dell’antifascismo e della Resistenza (42).
Il problema è che la storia, quella vera, mira precisamente
alla maggiore esattezza possibile, in quanto scienza, il cui
compito è avvicinarsi in uno sforzo continuo alla verità. I
rovescisti vogliono fare colpo, vendere libri, far parlare
di sé. E ci riescono: proprio nella misura in cui annunciano
che la loro verità è diversa, è altra, è il rovescio di
quella assodata. Quel che è grave è, al di là della
falsificazione della storia (e in particolare di una storia
che ha fondato il nostro presente, per quel che di buono è
rimasto in esso, sul piano istituzionale) il risultato
complessivo, per cosí dire «teorico» del loro «lavoro»: una
totale perdita di significato della storia, e la nascita di
una specie di senso comune nel quale c’è posto per tutti,
trasformando l’arena della ricerca in un infinito talk show,
una situazione in cui la ricerca diventa opinione (avete
detto la vostra, ora diciamo la nostra), e tutte le opinioni
hanno la medesima legittimità. Tutto viene equiparato, e le
ragioni degli individui sono confuse con le ragioni delle
cause per cui si battono. Norberto Bobbio rivolse a De
Felice e ai suoi adepti una domanda che rimase senza
risposta: «E se avessero vinto loro?»(43).
Se avesse prevalso il nazifascismo, insomma? Davvero la
causa dei resistenti può essere equiparata a quella dei
«ragazzi di Salò»? Il «sangue dei vinti»?! E quello dei
partigiani? E quello degli italiani mandati al macello da
Mussolini?
V’è chi sostiene, in buona fede, che oggi non sia piú il
caso di stare a distinguere. Un già richiamato giornalista
fedelissimo dell’armata defeliciana ha scritto di recente,
in un’opera illustrata, non ignobile, peraltro:
Come testimoniano le memorie sia postume sia coeve, chi
sceglierà di combattersi nella guerra fratricida ha visto
nell’8 settembre il giorno tanto della nemesi quanto della
rivelazione. Poco importa in sede storica distinguere, con
un criterio etico o politico, le ragioni ignobili dalle
motivazioni nobili, contrapporre la spinta ideale alla
necessità materiale. Perché, senza arrivare a un
appiattimento di tutte le posizioni, nella leggenda delle
origini della guerra civile il caso si coniuga con il
destino, lo stato di necessità con le spinte ambientali, le
tendenze dell’animo con le scorciatoie esistenziali, il
retroterra culturale e le inclinazioni caratteriali.
(44)
Eppure quelle lanciate a guisa di provocazione da Bobbio
sono domande che lasciano indifferenti i rovescisti, i quali
anzi, dal successo commerciale, mediatico e politico del
loro piú recente eroe (Pansa), hanno ricavato nuovo vigore:
Pansa, dal canto suo, inserendosi in un altro fortunato
filone pseudostorico (quello accennato della «denuncia»
delle bugie della storia, ossia degli storici «di sinistra»,
ossia «comunisti»), è passato dalla «ricostruzione fattuale»
alla polemica verso i suoi «avversari», dai quali
naturalmente non ha accettato di essere demolito sul piano
storiografico, e l’ha «buttata in politica», soluzione
comodissima, ben nota. E preso da una sorta di ybris ha
prodotto i successivi indigeribili centoni autoreferenziali,
insultanti verso persone e falsificatori verso i fatti.
Risposte all’insegna di un’aggressività che hanno messo allo
scoperto accanto alle debolezze metodologiche, quelle
caratteriali dell’autore; il quale, in un imbarazzante
crescendo, si è spinto fino all’autobiografismo esplicito,
in chiave autoapologetica (ovvio!), sfidando platealmente il
pubblico degli storici di professione: il successo ha
suscitato il classico delirio di onnipotenza, voltato in
pura provocazione. E con orgoglio si è proclamato,
nell’ultimo (per ora) capitolo della sua saga personale, Il
revisionista. Mentre nei precedenti la foto dell’autore
occupava l’intera ultima di copertina, qui egli è asceso
agli onori della prima (45).
L’idea, anzi l’ossessione di fondo, dei revisionisti è
accanto a quella volta a «rivedere», quella di raccontare
l’altra faccia della storia, quella nascosta (la storia come
la luna, insomma), e, cosí, di colmare vuoti che sono
politici: nel senso che i soliti comunisti avrebbero
impedito che si scavasse, si accertasse e, infine, che si
raccontasse.
Giornalisti, scrittori, poligrafi, e qualche studioso
professionale giunto spesso per vie imperscrutabili a
cattedre universitarie, si sono dati un gran da fare in tale
direzione. Per esempio, un testimone con doti da narratore,
Carlo Mazzantini, oltre a un romanzo memorialistico su Salò
(dall’evidente tratto apologetico), che ha avuto un notevole
successo, ci ha regalato un’altra opera, dove il testimone
si fa, ahinoi, anche storico, con risultati imbarazzanti.
Anche lui, Mazzantini, canonicamente, si propone di riempire
«un vuoto di venti anni», «riempirlo non di condanne o di
lodi, ma di uomini, di presenze umane, di sentimenti,
entusiasmi, dedizioni e anche di calcoli, di opportunismi e
di viltà» (46).
Retroterra è, classicamente, il consenso totale degli
italiani al regime prima della dichiarazione di guerra di
Mussolini: consenso totale e partecipato tranne che per «una
esigua minoranza di uomini integerrimi che il fascismo non
era riuscito a catturare. […] Di quelli ostinati, tetragoni
che anche se tutti dicono sí, loro continuano a scuotere il
capo e dire no. […] Ma questi non erano l’Italia»; ma
l’Italia «che il fascismo aveva conquistato e dalla quale
era stato conquistato» era un’altra, dove «io e i miei
coetanei eravamo nati, e altro non avevamo conosciuto, e
nella quale sono compresi anche coloro che “dopo”, o anche
in quel momento, dissentivano o dissentirono, ma non fecero
niente per manifestare quel dissenso». E su questo almeno
parzialmente all’autore si può dare ragione.
Ma il suo filo lo conduce altrove:
Si può allora condannare cosí senza appello, come pura
dabbenaggine e incoscienza quella esaltazione guerresca, del
popolo italiano di allora […]? Cosí come sarebbe giusto dire
che solo per leggerezza e ingenuità, quel popolo si sia
gettato nelle braccia del tiranno, mosso solo da vanità e
ambizione personale? No. Quell’Italia del 10 giugno del ’40,
cosí turgida di spiriti nazionalisti, percorsa, fra
sventolio di bandiere e fracasso di fanfare, da ondate di
orgoglio, non si era abbrancata dietro il suo Capo senza
ragioni. (47)
Perciò la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943
per noi patriottelli di diciassette, diciotto anni, fu il
trauma di un meteorite che aveva centrato la terra. Il
crollo di un mondo. La cancellazione del pianeta in cui eri
nato. Tutto quello che c’era, tutto quello che eri stato,
che avevi vissuto, tutto ciò che ti era stato insegnato e ti
connotava permettendoti di tenerti in piedi insieme agli
altri, era stato spazzato via. E adesso tu che fai? Chi sei?
Dove vai? Con chi stai? No, non credo che i giovani di oggi
possano capire. Quella caduta fu vissuta da migliaia di
giovani come un fatto personale, un’offesa diretta a ognuno
di essi: l’assassinio proditorio del padre. (48)
Conseguentemente, l’8 settembre si manifestò in quei ragazzi
«il disgusto di quanto era accaduto, di quanto avevamo
vissuto sulla nostra pelle, di quanto ci aveva lacerato
dentro. […] Di fronte a questo, noi, quei ragazzi, dicemmo
con disperazione: No». Un pugno di eroi, insomma, che si
oppone allo sfascio in nome del vero fascismo: «solo con
quei compagni potevi usare liberamente anche quelle parole
che nello sfacelo, nella miseria che avevi attorno suonavano
assurde, risibili – fedeltà alla parola data, onore, dignità
militare». Poi l’esecrabile, l’inimmaginabile: la guerra
civile. «Mai immaginato di poterci scontrare con altri
italiani. Che ci fosse gente che avrebbe scelto di “passare
al nemico”. E spararci addosso» (49).
E qui ha inizio il tema caro ai rovistatori degli ultimi
decenni: i crimini, prima, durante e dopo il biennio ’43-45:
crimini, naturalmente, addebitabili tutti, o quasi tutti,
agli antifascisti, e tra loro, essenzialmente, ai comunisti.
Sicché dopo «tutta la catena degli agguati, le imboscate, le
rappresaglie, le esecuzioni sommarie, gli incendi», ecco «il
massacro post bellum. La resa dei conti».
E il buon Mazzantini non trova di meglio che citare il
titolo del libro di Pansa, rendendo un omaggio untuoso
all’autore: «Insomma Il sangue dei vinti. Che un
uomo coraggioso e onesto, ma che solo la sacra unzione
dell’antifascismo ha reso attendibile, ha potuto raccontare
dopo cinquantotto anni essendo creduto».
Non manca l’atto d’accusa ai comunisti, egemoni nel
movimento partigiano (presentato nei soliti termini piú che
riduttivi): tra le loro colpe quella inestinguibile di aver
giustiziato il duce, che invece avrebbe dovuto avere un
processo regolare. Tanto piú che non sarebbe corretto
«accollare poi a Mussolini la illegalità diffusa, il
radicalismo, le atrocità del periodo repubblichino». Egli è
inerte e assente, e non conta nulla. E cosa accadde allora,
nel territorio della RSI? Una «guerra fratricida», «guerra
per bande da una parte e dall’altra», condotta da «capi
locali, nuovi capitani di ventura, che decidono e agiscono
di propria iniziativa». Quella guerra fratricida sarebbe
continuata, riemergendo per esempio negli anni di piombo,
«in cui gli eredi spirituali di quell’Uomini e no e della
“rossa primavera” proclameranno che “ammazzare non è reato”»
(50).
Mazzantini ritiene che il 25 aprile non sia data di tutti, e
non sia una buona data, in sostanza. Della ricorrenza si è
occupato, nell’anno del sessantennale, uno storico di
professione, di area di centrodestra, con un repertorio di
memorie della Resistenza, interessante, ma dalle linee non
chiarissime, che comunque può fornire qualche spunto sulla
genesi di revanscismi postfascisti e revisionismi
rovescistici; anche se, al riguardo, sono da leggere le
precedenti pagine di Sergio Luzzatto, ferocemente (e
giustamente) critico delle tesi delle «memorie condivise»,
pur senza fare sconti alla parte che della Resistenza si è
fatta interprete privilegiata (51).
Ma, come ha scritto lo stesso studioso, recensendo uno dei
tanti Pansa:
Naturalmente, è vero che la Resistenza ha avuto i suoi
lati oscuri. È vero che la Liberazione ha avuto le sue
pagine nere. È vero che il PCI ha avuto le sue doppiezze. Ma
appunto, queste sono cose che gli storici seri sono venuti
studiando e scrivendo da almeno quindici anni. È per merito
loro, non certo per merito di Pansa e del circuito mediatico
dei suoi ammiratori, che noi possiamo coltivare adesso
un’idea antiretorica della Resistenza. E che ci possiamo
sentire tanto piú debitori verso chi la Resistenza ha avuto
il coraggio di fare, vincendo l’ignavia e consegnandoci
un’Italia libera. (52)
Che l’attacco alla Resistenza, e all’antifascismo, e in vero
alla stessa fondazione della Repubblica, con quel suo
straordinario documento fondativo che è la Costituzione
scritta nel 1946-47, provenga da un manipolo di mestieranti
della penna, è non solo fastidioso, ma offensivo, proprio
per la mancanza di serietà nel loro modo di procedere. Si
legga, in conclusione, cosa scrive un altro giornalista
(casualmente anch’egli del Corriere della Sera),
aduso a incursioni storiografiche, nella premessa a un suo
libro di «denuncia» degli orrori del comunismo…
Sono tutte storie vere. Nel senso che i luoghi, la
maggior parte dei nomi e delle situazioni corrisponde a
fatti precisi. Ma sono anche tutte false, dal momento che
una storia non puoi raccontarla basandoti soltanto su un
documento, altrimenti la tradisci. Bisogna fare in modo che
ognuna abbia una sua forma, tocchi un suo culmine
drammatico, altrimenti dopo tanti anni non potrebbe mai
riuscire ad attraversare il muro dell’indifferenza e del
silenzio. (53)
Fiction mischiata alla ricostruzione. Con quali criteri?
Sulla base di quali fonti? E con quanto fondamento? Insomma,
nel clima di deriva pseudostorica, tutto si può dire,
impunemente. Non è «storia», ma sul mercato del senso comune
conta infinitamente di piú. E contro di essa, oggi, si tenta
non solo di resistere, ma, finalmente, di passare al
contrattacco; il volume in cui compaiono queste mie
considerazioni rapsodiche, ne è un segnale incoraggiante
(54).
NOTE
1. Cfr. G. PANSA,
Il sangue dei vinti, Milano, Sperling & Kupfer, 2003. Solo
in copertina si legge: «Quel che accadde in Italia dopo il
25 aprile»; ID., La grande bugia, Milano, Sperling & Kupfer,
2006.
2. Cfr. A. D’ORSI, L’egemonia demoniaca del lessico italiano
contemporaneo, in A. D’ORSI (a cura di, con la
collaborazione di F. CHIAROTTO), Egemonie, Napoli, Dante &
Descartes, 2009, pp. 469-93.
3. S. LUZZATTO, Sangue d’Italia. Interventi sulla storia del
Novecento, Roma, Manifestolibri, 2009, pp. 105-106.
4. Cfr. E. GALLIDELLA LOGGIA, «I padroni della memoria. La
storia riscritta sempre a sinistra», in Corriere della Sera,
1°novembre 2003.
5. Cfr. D. LOSURDO, Il revisionismo storico. Problemi e
miti, Roma-Bari, Laterza, 1996, passim; ma per
un’introduzione al lemma rinvio alla mia voce «Revisionismo»
in Gli ismi della politica, a cura di A. d’Orsi, Roma,
Viella, 2009.
6. Cfr. R. DE FELICE, Intervista sul fascismo, a cura di M.
A. Ledeen, Roma-Bari, Laterza, 1975; ID., Rosso e Nero, a
cura di P. Chessa, Milano, Baldini e Castoldi, 1995.
7. Cito dal saggio di Salvemini, Mussolini diplomatico
apparso sia in italiano, sia in francese nel 1932, a Parigi;
l’edizione italiana di riferimento è ora in ID., Scritti di
politica estera, vol. III, a cura di A. Torre, Milano,
Feltrinelli, 1967.
8. Cfr. G. FERRARA, «De Felice: perché deve cadere la
retorica dell’antifascismo», in Corriere della Sera, 27
dicembre 1987.
9. Cfr. A. GALANTE GARRONE, «Costituzione, fascismo e
riforma», in La Stampa, 29 dicembre 1987. Nello stesso
giorno sul Corriere della Sera, fu pubblicata una pagina di
commenti all’intervista a De Felice.
10. Cfr. G. PISANÒ, Storia della guerra civile in Italia,
1943-1945, 3 voll., Milano, Edizioni Val Padana, s.d.
11. Cfr. G. PISANÒ, Io fascista. 1945-1946 La testimonianza
di un superstite, Milano, Il Saggiatore, 1997. Le prime due
edizioni recano il titolo La generazione che non si è arresa
(Milano, Edizioni Pidola, 1964; Milano, CDL Edizioni, 1993).
12. Ivi, p. 9.
13. Ivi, p. 111.
14. Ivi, pp. 65-66.
15. Ivi, p. 71.
16. Ivi, p. 82.
17. Ivi, p. 130.
18. Ivi, pp. 149-50.
19. Cfr. G. PISANÒ, P. PISANÒ, Il triangolo della morte. La
politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra
civile, Milano, Mursia, 1992.
20. Cfr. ivi, pp. 1-3.
21. Ivi, p. 9. Ma su Reggio e il «triangolo rosso» rinvio
soprattutto a M. STORCHI, Il sangue dei vincitori. Saggio
sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra. 1945-46,
Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2008, che rovescia fin dal
titolo il rovescismo di Pansa.
22. Ivi, p. 51. La precedente citazione, p. 62.
23. Ivi, p. 144, 145, 157. Le precedenti citazioni, pp. 60,
82, 115, 120.
24.Ivi, pp. 163-64.
25. Ivi, pp. 202, 211, 219. La precedente citazione, p. 190;
le successive, pp. 292, 329.
26. Ivi, pp. 369, 370, 383.
27. Sul tema rinvio al volume, a mia cura (con la
collaborazione di F. POMPA), Revisioni e revisionismi nella
storia d’Italia. Tre generazioni di studiosisi raccontano,
Roma, Manifestolibri, 2005.
28. Cfr. P. MELOGRANI, Le bugie della storia, Milano,
Mondadori, 2006; S. FONTANA, La grande menzogna. Come una
minoranza è arrivata al potere, Venezia, Marsilio, 2001; ID.,
Le grandi menzogne della storia contemporanea: dal mito
della vittoria mutilata alla strage di Marzabotto, Milano,
Ares, 2009.
29. Ivi, pp. XVIII, XXIII.
30. Ivi, p. LXIII; le precedenti citazioni, pp. XLII-XLIII.
31. Ho usato il termine in alcuni articoli e nel libro: Il
diritto e il rovescio. Un’apologia della storia, Torino,
Aragno, 2006.
32. Si veda per un paio di esempi interessanti (nelle
scempiaggini che mettono insieme) i libri di U. FINETTI, La
Resistenza cancellata, prefazione di S. Fontana, Milano,
Ares, 2003 (pessimo); e M. SERRI, I profeti disarmati,
1945-1948: la guerra tra le due sinistre, Milano, Corbaccio,
2008 (bislacco).
33. Per una prova degli abbagli di Pansa: D. SPAGNOLI,«Pansa
riabilita il “partigiano” spia dei fascisti», in Il
Calendario del Popolo, n. 727, 2008, pp. 4-10.
34. PANSA, Il sangue dei vinti, cit., p. X.
35. Ivi, p. IX.
36. G. PANSA, I gendarmi della memoria, Milano, Sperling &
Kupfer, 2007 (in copertina il sottotitolo: Chi imprigiona la
verità sulla guerra civile).
37. Cfr. G. BAJC, Le «foibe»: contributo a un dibattito
storiografico in corso, in D. ANTONI (a cura di),
Revisionismo storico e terre di confine. Atti del corso di
aggiornamento. Trieste, 13-14 marzo 2006, pp. 195 sgg.; ma
tutto il volume è da vedersi, insieme agli atti di un altro
convegno (Sesto San Giovanni, 9 febbraio 2008): Foibe.
Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica, Udine,
Kappa Vu, 2008.
38. Cfr. G. CRAINZ, L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia,
Roma, Donzelli, 2007, pp. 76 sgg.
39. Cr. M. FRANZINELLI, L’amnistia Togliatti. 22 giugno
1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Milano,
Mondadori, 2006.
40. Cfr. H. WOLLER, I conti con il fascismo. L’epurazione in
Italia, Bologna, il Mulino, 1997; ed. orig. 1996.
41. Edite da Einaudi (a cura di E. Collotti, R. Sandri, F.
Sessi, 2006) e Bruno Mondadori (a cura di L. Baldissara,
sotto l’egida dell’Istituto per la Storia del Movimento di
Liberazione in Italia, 2001).
42. Cfr. edito da La Pietra, Milano, 1968-1989.
43. Il dibattito tra R. DE FELICE, N. BOBBIO col titolo «La
memoria divisa che ci fa essere anomali», a cura di P.
Chessae G. Bosetti, in Reset, n. 17, 1995.
44. P. CHESSA, Guerra civile. 1943-1945-1948. Una storia
fotografica, Milano, Mondadori, 2005, pp. 188, p. XV.
45. Cfr. G. PANSA, Il revisionista, Milano, Rizzoli, 2009.
46. Cfr. C. MAZZANTINI, L’ultimo repubblichino. Sessant’anni
son passati, Venezia, Marsilio, 2005, p. 12.
47.Ivi, p. 29; la precedente citazione, pp. 20-21.
48. Ivi, p. 49.
49. Ivi, p. 68; le precedenti citazioni, pp. 55, 56, 68.
50. Ivi, pp. 78, 205; pp. 71-72.
51. Cfr. R. CHIARINI, 25 aprile, La competizione politica
sulla memoria, Venezia, Marsilio, 2005; S. LUZZATTO, La
crisi dell’antifascismo, Torino, Einaudi, 2004.
52. LUZZATTO, Sangue d’Italia, cit., pp. 106-107.
53. D. FERTILIO, La morte rossa. Storie di italiani vittime
del comunismo, Venezia, Marsilio, 2004, pp. 18-19.
54. Questo è l’orientamento di Historia Magistra. Rivista di
storia critica (Franco Angeli), il cui n. 1 è apparso a fine
aprile 2009. |