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Stefano Ricucci, definito «star emergente» del mondo
immobiliar-finanziario italiano, ha raggiunto le prime pagine dei giornali
mantenendo però sempre un alone di mistero. Nonostante sia ormai membro di
punta del salotto più buono d'Italia, quello di Rcs Media Group, molti
ancora continuano a chiedersi come abbia fatto o dove abbia trovato tutti
i soldi che manovra. Da anni si scrive, o si lascia intendere, che agisca
per conto di finanziatori occulti. Da un'inchiesta del Sole-24 Ore, intesa
a trovare risposte a queste domande, risulta che la storia imprenditoriale
di Ricucci è piuttosto segnata negli anni iniziali dalla difficoltà a
reperire liquidità, e anche per questo abbonda di operazioni di favore o
di incerta natura. Ma soprattutto sono i numeri di Ricucci che non
tornano.
I suoi numeri subiscono da sempre moltiplicazioni
sorprendenti. Risultato: il patrimonio dichiarato appare decisamente
superiore rispetto a quello documentato. In altre parole Stefano Ricucci è
molto meno ricco di quanto non ami affermare. Perché secondo i nostri
calcoli i suoi immobili rappresentano circa un decimo del patrimonio di 2
miliardi di euro da lui dichiarato ai quattro venti e le sue
partecipazioni azionarie sono ad altissima leva, cioè finanziate con i
soldi di banche che le hanno in pegno.
Insomma il segreto di Ricucci è
che è un maestro del bluff.
I conti
Proseguendo il
lavoro iniziato dal nostro giornale con l'articolo del 5 maggio scorso a
firma di Gianni Dragoni, abbiamo deciso di fare i conti in tasca al gruppo
Magiste. Non si può non cominciare dal patrimonio immobiliare. Perché
Ricucci stesso ama definirsi un immobiliarista. E perché sin dagli albori
della sua carriera Ricucci ha sempre usato gli immobili come leva
finanziaria. Ma prima una precisazione: invocando la trasparenza, «Il
Sole-24 Ore» ha ripetutamente chiesto un'intervista al signor - dottore
per i lettori di San Marino (vedi box in basso) - Ricucci, al fine di
ricostruire con il suo apporto la sua brillante ascesa. Per due mesi ci è
stata negata. Così come ci è stato negato un curriculum scritto di sua
mano che ricostruisse le pietre miliari della sua carriera.
Come ormai
è noto, la sua avventura è cominciata in un paesino della periferia
romana, Zagarolo, prima con un piccolo studio odontotecnico, poi con un
appartamento, quindi due, tre e così via. Fin quando non è arrivato a fare
il suo primo miliardo. Tutto nel giro di pochissimi anni.
Ricucci ha
pubblicamente dichiarato: «A 23 anni fatturavo già 6 miliardi». Forse, ma
un fatto è certo: le sue dichiarazioni dei redditi non sono quelle di un
miliardario. Nel 1986, a 24 anni, dichiarò 12 milioni di lire di
imponibile, nel 1990 42 milioni, e nel 1995, già trentaduenne, il suo
reddito scese addirittura a meno di 5 milioni. Di vecchie lire. Soltanto
nel 1999 superò seppur a malapena la barriera dei 100 milioni.
Che per
Ricucci quelli fossero anni duri lo testimonia anche il fatto che non una,
ma due delle maggiori banche attive nel mercato edile della provincia
romana - Credito Italiano e Cariplo - cessarono di operare con lui. Anche
perché la centrale rischi della Banca d'Italia, interrogata, aveva
segnalato frequenti aperture e chiusure di conti su banche diverse e senza
stabilità di rapporti. Già allora risultò inoltre chiaro a quelle banche
che nonostante la sua società avesse come oggetto sociale la costruzione
edilizia, in realtà costruiva ben poco svolgendo invece attività
finanziarie.
L'istituto che invece lo sosteneva anche in quel periodo
incerto, con affidamenti di svariati miliardi, era la Banca Agricola
Mantovana, una vera e propria anomalia poiché non aveva neppure una
filiale a Roma. Comunque sia, da allora la Bam, che fino al 1999 aveva
Roberto Colaninno come azionista e consigliere e fu poi assorbita dal
Monte dei Paschi, è sempre rimasta vicina a Ricucci, accompagnandolo in
molte delle sue avventure finanziarie, dalla Meliorbanca alla Hopa.
Il rapporto con la legge
Nella sua biografia pubblica
si nota l'assenza di ogni riferimento alla passata attività di
odontotecnico. Due pazienti lo denunciarono, una nel 1986 per truffa e
l'altra nel 1989 per esercizio abusivo della professione dentistica,
sostenendo che sarebbe intervenuto in modo sbagliato spacciandosi per
dentista. Secondo gli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria nel
secondo caso, «nel settembre 1988 la denunciante a seguito di una
iniezione praticatagli dal Ricucci veniva colta da malessere e
precisamente da semi-paresi dell'occhio sinistro, della guancia e del
collo». I fatti sono remoti e non risulta che siano mai stati vagliati da
un giudice anche perché nel 1989 è intervenuta l'amnistia.
Cosa non
successa in un'altra vicenda giudiziaria avvenuta in giorni più recenti.
Il 18 giugno 2002, quando la Magiste dichiarava già un patrimonio da 600
milioni di euro e Ricucci era il primo azionista di Banca Popolare di Lodi
e aveva partecipazioni sostanziose anche nell'Hopa di Emilio Gnutti , è
stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale per il quale ha
patteggiato quattro mesi di reclusione con la pena sospesa.
Il
bluff degli immobili
Ma veniamo al suo patrimonio immobiliare
attuale: nell'elenco del portafoglio del gruppo Magiste, unico documento
significativo fornitoci dal suo ufficio per le relazioni esterne, sono
citate 31 proprietà. Di queste, 25 hanno un valore commerciale medio
dichiarato di 4,1 milioni di euro, per un totale di 103 milioni. Dai
numeri forniti dalla stessa Magiste risulta quindi che l'intero patrimonio
immobiliare del gruppo, a cui è attribuito un valore di 560 milioni di
euro, si basa soprattutto su 6 immobili. «Il Sole-24 Ore» ha perciò
focalizzato la propria attenzione su questi. E ha concluso che i valori
dichiarati sono altamente inflazionati.
L'immobile di Via Silvio
Pellico 4, a Milano, è stato valutato 60 milioni di euro nonostante sia
stato comprato nel marzo 2004 per 36 milioni grazie a un leasing della
banca più amica di Ricucci, la
Banca Popolare di Lodi di
Gianpiero Fiorani.
L'immobile di Via Ferdinando di Savoia 1 e quello di via Lima
51-53 a Roma, sono valutati 100 milioni di euro, nonostante siano stati
(ri)acquistati da Ricucci dalla Bipielle Investimenti il 29 dicembre
scorso all'interno di un pacchetto pagato 68,2 milioni che conteneva altre
sette unità immobiliari.
Villa Feltrinelli, bellissima proprietà sul
Monte Argentario, dagli atti della Magiste risulta valutata 70 milioni di
euro, ma il valore commerciale attribuitogli nella zona non supera i 20
milioni (e il sindaco Nazareno Alocci ha confermato al Sole-24 Ore che gli
amministratori locali non permetteranno mai alcuna speculazione edilizia
che potrebbe giustificare un aumento del valore della proprietà fino a
cifre anche solo vicine a quella dichiarata).
La vicenda del palazzo
di Via Borromei 5, a Milano, valutato da Magiste 120 milioni di euro, ha
poi una storia tutta particolare. Fino al 2004 è stato il quartier
generale milanese della Meliorbanca, di cui Ricucci deteneva circa il 2%.
Il 30 giugno 2004 una controllata della banca ha ceduto il suo contratto
di leasing sull'immobile a Magiste, con la quale ha contestualmente
firmato un contratto di affitto. «Il palazzo è stato valutato 84 milioni,
di cui 40 erano il residuo del debito e 43,9 il corrispettivo da noi
incassato per la cessione del contratto di leasing» ci ha spiegato
Massimiliano Naef, amministratore delegato di
Meliorbanca.
Con questa
entrata straordinaria, Meliorbanca ha potuto ridurre le perdite a bilancio
per l'esercizio 2004 a 30,8 milioni di euro. Quello che però Naef non ha
detto è che a finanziare l'operazione è stata Meliorbanca stessa. Non
solo: il costo del leasing è inferiore alla rendita dell'affitto. In altre
parole, Meliorbanca ha ceduto a un suo azionista un immobile che rende più
di quello che sta costando. Un bel regalo, oltre che un esercizio di
cosmetica contabile che ovviamente migliora il bilancio della banca i
conti solo in apparenza. Perché i soldi sono entrati da una parte e usciti
dall'altra.
Come se non bastasse c'è da notare che Meliorbanca ha
successivamente dato a Ricucci finanziamenti per 50 milioni di euro per
l'acquisto di azioni Bnl (avute però in pegno di garanzia).
Una
vicenda non troppo dissimile, seppur con altri protagonisti, è quella di
un palazzo ancora più controverso: quello di Piazza Durante 11 a Milano,
acquisito dalla Magiste nel settembre 2004. A detta della Procura di
Brescia, l'immobile è stato al centro di una delle più sfacciate truffe
ordite da alcuni amministratori della Bipop assieme al costruttore romano
Mauro Ardesi, maggiore azionista della banca bresciana che il 30 maggio
scorso è stato rinviato a giudizio.
Riassunto in breve: nella
primavera 1999 venne costituita una società di facciata - Rovema 2000 Srl
- che fece un duplice accordo di leasing e di affitto con il gruppo
Bipop-Fineco per il quale avrebbe pagato 12 anni di canoni semestrali di
leasing per un totale di 68,6 miliardi di lire mentre avrebbe incassato,
nel corso degli stessi 12 anni, canoni di locazione pari a 108 miliardi.
Dopo quei 12 anni, con un esborso di appena 11 miliardi, Rovema 2000
avrebbe potuto rilevare il palazzo, pagando così in tutto meno di 80
miliardi un edificio che nel 1999 un perito della Bipop aveva valutato 107
miliardi.
Nel corso della sua indagine, la procura ha scoperto che
dietro alla San Paolo Fiduciaria, che risultava formalmente proprietaria
di Rovema 2000, si nascondeva lo stesso Mauro Ardesi (alle cui ditte Bipop
fece inoltre fare lavori di ristrutturazione per oltre 62 miliardi
ritenuti da un perito della banca non necessari.)
Questo accordo, che
la procura di Brescia ha dichiarato frutto di reato, è rimasto in essere
anche dopo l'acquisizione del gruppo Bipop-Fineco da parte di Capitalia.
Il che significa che Rovema 2000 ha continuato per anni a incassare di
affitto quasi il doppio di quello che pagava in leasing. Nel settembre
2004, Ardesi ha però passato questa gallina dalle uova d'oro a Ricucci, il
quale ha rilevato sia Rovema 2000 che Rebuffone Srl, società di proprietà
al 100% di Ardesi, e le ha poi incorporate in Magiste.
I motivi di
questa operazione non sono stati a noi spiegati. Anche Ardesi si è infatti
rifiutato di parlarci. Abbiamo però notato che nel 1999, anno in cui venne
siglato il presunto accordo-truffa tra Rovema 2000 Srl e gruppo Bipop,
dalla dichiarazione dei redditi Ricucci risulta aver percepito 9,812
milioni di lire di compensi dalla San Paolo Fiduciaria, la stessa
fiduciaria attraverso la quale Ardesi controllava segretamente Rovema
2000. Una coincidenza? Probabile. Rimane il fatto che Ricucci ha tolto le
castegne dal fuoco ad Ardesi, perché l'esito sfavorevole del suo processo
a Brescia avrebbe potuto anche portare a un'eccezione di nullità del
contratto di leasing/affitto per Piazza Durante. Rischio che a questo
punto finirebbe col ricadere su Ricucci.
I numeri della finanza
Ma anche sul fronte finanziario «Il Sole-24 Ore» ha trovato
operazioni piuttosto anomale e numeri che non quadrano. Cominciamo dai
numeri del raid in Borsa che ha sancito il passaggio di Ricucci da
illustre sconosciuto a finanziere dal fiuto straordinario: la famosa
plusvalenza sul suo investimento in Capitalia.
In svariate occasioni
Ricucci ha dichiarato che vendendo la quota da lui accumulata in Capitalia
tra l'autunno del 2002 e quello del 2003 ha avuto una plusvalenza di 100
milioni di euro. Ma sul bilancio del 2003 di Magiste International,
acquirente delle azioni Capitalia e unica società del gruppo a render
pubblici i suoi dati, la plusvalenza dichiarata è di 48.035.658,35 euro.
I rapporti con Gnutti e Fiorani
Il redditizio raid su
Capitalia, Ricucci lo ha attuato solo dopo aver fatto ingresso nel mondo
della finanza italiana. Cioè dopo essere entrato in modo massiccio in
Hopa, una delle protagoniste della madre di tutte le scalate, la conquista
di Telecom Italia da parte del duo formato da Roberto Colaninno (vecchio
consigliere di Bam, la prima banca a puntare su un Ricucci al quale altre
banche negavano fidi) ed Emilio Gnutti. Quell'operazione è significativa
non solo per la sua creatività ma perché è emblematica dello stile di
Ricucci e dei suoi soci in affari.
Ecco come andò: Magiste fece un
accordo con la Fingruppo di Gnutti in base al quale tra il 3 aprile e il
30 novembre 2001 avrebbe comprato 20 milioni di azioni Hopa per un valore
di 100 miliardi di lire e azioni Banca Valori per altri 2,3 miliardi,
riconoscendo una parcella di consulenza di 7,7 miliardi alla G.P.
Finanziaria (sempre del gruppo Gnutti). L'esborso totale era quindi di 110
miliardi di lire. Da parte sua, tra il 5 aprile e il 30 maggio 2001,
Fingruppo avrebbe comprato immobili da Magiste per un valore della stessa
esatta cifra.
Sui bilanci delle società interessate, l'impatto
dell'operazione fu senza dubbio significativo, ma «Il Sole-24 Ore» ha
appurato che fu in realtà un affare a finanza zero in cui nessuna delle
due parti mise mano al portafoglio. Non solo, fu anche un'operazione a
elastico. Era cioè previsto sin dal suo concepimento che venisse azzerata.
Entrambe le parti avevano infatti un'opzione put per tornare al precedente
stato delle cose. Ricucci aveva un put sui 20 milioni di azioni Hopa che
avrebbe potuto esercitare tra il 1° e il 31 dicembre 2004, mentre Gnutti
aveva un put sugli immobili acquisiti (qualora
fossero rimasti invenduti)
negli stessi esatti 31 giorni.
Come in ogni buon affare, la
convenienza era reciproca. A Gnutti servivano liquidi da dirottare verso
Bell, la holding lussemburghese che in quel momento controllava a fatica
Telecom Italia. Ricucci ambiva invece a fare un ingresso alla grande nel
mondo della finanza, senza però tirar fuori soldi che non aveva. Il
problema era che neppure il suo pacchetto immobiliare aveva un grande
valore. Oltre a garage, appartamenti e una palazzina abbandonata da anni,
includeva addirittura immobili il cui acquisto era «da perfezionare».
Ma
siccome l'interesse di entrambi era che le cifre fossero più alte
possibili, il valore del pacchetto venne fortemente «gonfiato». Al fine di
evitare equivoci o controversie la cosa fu codificata nel contratto
stesso, che recita: «Le Parti si danno reciprocamente atto che il prezzo
degli Immobili oggetto di opzione è stato determinato su base totalmente
convenzionale ed aleatoria e pertanto prescinde dall'effettivo valore che
degli immobili stessi potranno avere al momento in cui abbia eventualmente
luogo l'esercizio dell'opzione di vendita».
L'operazione non avrebbe
però avuto alcun senso se non avesse generato liquidi. A metter quelli fu
la solita banca vicina sia a Gnutti che a Ricucci, la Banca Popolare di
Lodi di Fiorani. Dopo aver trasferito gli immobili di Ricucci su una ex
scatola vuota chiamata Immobiliare il Corso Srl, Gnutti vendette infatti
questa società (con tanto di put) al gruppo Bpl. Fu così che dal cilindro
finanziario di Fiorani emersero i contanti da uno scambio alla pari senza
cash.
L'operazione ebbe poi la sua preannunciata seppur difficoltosa
conclusione tre anni dopo, quando Bipielle Investimenti restituì
l'Immobiliare Il Corso alla Magiste e Ricucci uscì da Hopa. Nel frattempo
però Gnutti aveva fatto enormi plusvalenze con la vendita di Telecom
Italia a Tronchetti Provera. E Ricucci era diventato una "star
emergente"
del firmamento finanziario italiano.
In conclusione, pur volendo
puntualizzare che nella sua inchiesta «Il Sole-24 Ore» non ha trovato
tracce di denaro di provenienza illecita, resta il fatto che il ritratto
emerso non è certamente quello di un finanziere con gli strumenti per
conquistare quasi il 20% di Rcs Media Group. Finora le cose gli sono
sempre andate bene, anche se molto meno bene di quanto non faccia pensare
lui. Ma chi cavalca l'onda speculativa senza avere mezzi propri
all'altezza della situazione, è sempre a rischio di caduta. E più alta è
l'onda, più violenta è la caduta.
GLI STUDI A SAN MARINO Le lauree «veloci» della Clayton
Fino ai 40 anni è stato semplicemente «il
signor Ricucci». Ma una volta entrato nel gotha della finanza italiana,
nel 2002, ha trovato scomodo non potersi fregiare del titolo di "dottore".
È così che ha deciso di ricorrere ai servizi della succursale di San
Marino della Clayton University, istituto accademico americano che produce
lauree senza classi né corsi di studio.
Sono semplici pezzi di carta
senza alcun valore legale dallo stato italiano, ma permettono a chi li ha
di inserire il titolo di dottore nel proprio biglietto da visita. Per
curiosità ci siamo fatti spiegare come si diventa dottori alla Clayton da
una sua gentilissima impiegata.
Il corso di laurea in economia, quello
prescelto da Ricucci, comprende 18 esami più la tesi per il cosiddetto
"Bachelor", e poi altri 18 esami più la tesi per il "Doctor".
Il costo
per entrambi i corsi è di 7.640 euro rateizzabili.
«Le uniche presenze obbligatorie sono quelle dell'esame
finale con la presentazione e discussione della tesi».
Ma allora come si sostengono gli esami? «Si
possono fare scritti, presentando una tesina di ricerca, magari con un
contatto telefonico per approfondire gli argomenti. Il tema dell'esame lo
sceglie l'allievo, tra gli argomenti trattati nei testi. Il numero minimo
di pagine deve essere 25 e si può inviare anche via e mail». In ogni caso
non è richiesta la presenza.
E le
lezioni? Non sono previste, ma se il candidato dovesse
ritenere di averne bisogno verrebbe indirizzato presso un "campus"
convenzionato. Che ovviamente avrebbe costi aggiuntivi.
Ma
perché mai sprecar soldi per qualcosa di non richiesto?
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