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Siamo alla
pretesa di un culto della personalità rivoltante, in
perfetto stile Ceausescu. Del resto, la definizione di
Berlusconi come un “Ceausescu buono” è del suo fedelissimo
Confalonieri, che lo conosce da una vita e sa quel che dice.
E che per correggere l’incresciosa definizione ha spiegato
che voleva intendere uno “tipo il Re Sole”! Se questo è
Berlusconi, uno che si crede il Re Sole, perché nella
prossima riforma istituzionale bipartisan, non si stabilisce
che l’inquilino di Palazzo Chigi venga sorteggiato fra
quanti, scolapasta in testa o meno, credono di essere
Napoleone? C’è poco da scherzare, infatti. Siamo al delirio
quotidiano, reso possibile da una menzogna mediatica
talmente onnipervasiva che ha trasformato in realtà l’incubo
orwelliano della neolingua, nella quale le parole
“significavano quasi esattamente l’opposto di quel che
parevano in un primo momento” – il mafioso diventa eroe,
l’odio amore, la latitanza esilio – ma il cui fine “non era
soltanto fornire un mezzo di espressione alla concezione del
mondo del Regime, ma soprattutto rendere impossibile ogni
altra forma di pensiero”.
Ci siamo già dentro, se i Galli della Loggia, Panebianco e
altri Ostellino insistono dal pulpito sempre più teocon del
Corriere della Sera a farfugliare la leggenda nera
delle colpe della sinistra, ostaggio dei “cattivi”
(Travaglio, Di Pietro, Santoro. E i magistrati che non
guardano in faccia a nessuno, naturalmente) perché non
ancora sufficientemente conquistata all’amoroso arrembaggio
bipartisan contro la Costituzione repubblicana. Proviamo
perciò ad uscire dall’incantesimo totalitario della
neolingua (“altre parole erano ambivalenti e avevano
significato positivo se applicate al Partito e ai suoi
membri e negativo se applicate ai loro nemici”). In buon
italiano le cose stanno così: lasciati definitivamente alle
spalle gli anni di piombo – Brigate rosse e stragi di Stato
– nella politica del nostro Paese l’odio era per fortuna e
da tempo solo un ricordo. I politici godevano di un
crescente disprezzo, a dire il vero meritatissimo, ma nulla
di più.
È stato Berlusconi, solo ed esclusivamente Berlusconi, con i
suoi alleati e signorsì mediatici, a reintrodurre nella vita
pubblica questo sentimento. E nel momento di più autentica
pacificazione, gli esordi di Mani Pulite, quando ogni
sondaggio raccontava l’afflato quasi unanime del Paese
intorno ai magistrati del pool di Borrelli, che applicavano
senza sconti la stella polare di ogni liberaldemocrazia, la
legge eguale per tutti. In quel corale anelito del Paese per
fare pulizia di corruzione e altra criminalità politica, se
vi fu qualche voce stonata, inclinante all’odio, non fu
certo il tintinnar di monetine di fronte all’hotel Raphael,
innocua manifestazione di disprezzo per il partitocrate
Craxi, ma il cappio sventolato in parlamento da quelli che
col tempo sono diventati alleati “perinde ac cadaver” del
berlusconiano “Partito dell’amore”, attraverso una sequenza
di amorevolezze in dolce stilnovo, pulirsi il culo col
tricolore e far pisciare maiali su terreni destinati a luogo
di culto religioso.
È Berlusconi e solo Berlusconi, con i suoi alleati e
signorsì mediatici, ad aver di nuovo trasformato in nemici
gli avversari politici.
E, prima ancora, i più onesti servitori dello Stato, i
magistrati integerrimi che non si facevano piegare né da
minacce né da lusinghe (e magari scoprivano e dunque
incriminavano i loro colleghi corrotti proprio dalle aziende
di Berlusconi). È questo mondo che ha inveito al grido di
“killer”, dai pollici catodici del santificando di Arcore,
contro magistrati che nella lotta alla mafia rischiavano
ogni giorno la vita. Mentre ad Arcore, non ancora Unto del
Signore, il signore della menzogna televisiva aveva già
tenuto come commensale uno stalliere poco aduso ai cavalli,
Attilio Mangano, che finirà i suoi giorni all’ergastolo per
mafia. A meno che i “cavalli” di Mangano non fossero le
partite di droga, come sostenuto da Borsellino nella sua
ultima intervista, in cui fa anche i nomi di Dell’Utri e
Berlusconi.
È Berlusconi che ha radunato la piazza intorno a una
gigantesca bara che auspicava la morte di un imbelle Prodi.
Inutile continuare: grazie a Travaglio e Gomez i lettori di
questo giornale hanno trovato un elenco assai ampio – e
tuttavia niente affatto esaustivo – delle sistematiche
manifestazioni di odio con cui Berlusconi ha imbarbarito lo
scontro politico. Nulla di tutto ciò sanno invece quanti
traggono l’informazione esclusivamente dai telegiornali,
circa nove italiani su dieci. Ed è allucinante che nel
maggiore (speriamo ancora per poco) partito di “opposizione”
si continuino a considerare democratiche delle competizioni
elettorali che si svolgono dentro questo incubo orwelliano,
trasformato in realtà anche per la loro acquiescenza. Del
resto, è il mondo berlusconiano che ha cancellato dalla
scena pubblica (che oggi quasi coincide con quella
televisiva) ogni residuo di argomentazione razionale,
addestrando allo squadrismo dell’interruzione e del
“man-darla in vacca” manipoli di cloni della menzogna über
alles (“al membro del partito” si richiede la capacità di
“esprimere opinioni corrette in modo automatico, come un
fucile mitragliatore una scarica di pallottole… Si sperava,
da ultimo, di far articolare il discorso nella stessa
laringe, senza che si dovessero chiamare in causa i centri
del cervello”).
Questo odio si è fatto programma, reso esplicito di fronte
ai parlamentari europei del Partito popolare
(l’internazionale Dc, per capirsi): violentare la
Costituzione repubblicana fino a sfigurarla, col vetriolo
che costringa la “balance des pouvoirs” di magistrati e
giornalismo al bacio della pantofola verso un governo
“legibus solutus”. Il totalitarismo mediatico della menzogna
onnipervasiva per tornare indietro di oltre tre secoli,
prima di Jefferson e Montesquieu, in una parodia degradante
e vomitevole della corte di Versailles.
L’odio berlusconiano contro la Costituzione – fondamento
della nostra convivenza civile, che nasce dalla Resistenza,
“questo patto/giurato fra uomini liberi/che volontari si
adunarono/per dignità e non per odio” immortalato da Piero
Calamandrei – è talmente attivo che ha costretto un
cautissimo Presidente della Repubblica a denunciare il
“violento attacco contro le fondamentali istituzioni di
garanzia” perpetrato da Berlusconi, e un ondivago Fini a
intimare “chiarimenti” (ma prendersi in risposta lo sputo di
un “basta ipocrisie”, e rientrare nei ranghi).
È dunque da quella solenne – e colpevolmente rimossa –
denuncia di Napolitano che l’Italia non ancora
mitridatizzata nel gorgo orwelliano del totalitarismo
televisivo deve ripartire (e il suo Presidente per primo):
fermare l’odio significa infatti fermare questa violenza
contro la Costituzione, le leggi ad personam e altri
“vulnera”, non firmarle, e prima ancora non votarle. |