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Come si fa
a dire che il conflitto di classe fosse, per l’autore di una
quantità tanto imponente di interventi, puro “apparato
scenografico”? Certi critici e prefatori dovrebbero, prima
di pronunciarsi, informarsi un po’ meglio sull’assieme delle
opere dello scrittore che intendono analizzare, e magari
sulla sua vita – se non è chiedere troppo. Certo, Lagioia
dice, a sua giustificazione, di appartenere a una
generazione “cresciuta senza Dio e senza Marx”. Me ne
dispiace per lui. Jack London, di sicuro, non era della
stessa pasta.
Tutta la prima parte di uno dei suoi romanzi più noti (senza
essere dei migliori), Il tallone di ferro (1907), è
l’esposizione, in forme divulgative, delle tesi di Marx ed
Engels sui più svariati temi: la teoria del plusvalore, le
crisi da sovrapproduzione, lo sfociare in guerra delle
stesse, l’azione rivoluzionaria, l’inevitabile reazione di
une borghesia disposta a dimenticare, di punto in bianco,
gli ideali democratici di cui si dice portatrice. Il resto è
una critica serrata della socialdemocrazia che, con la sua
politica di compromessi, conduce il proletariato alla
disfatta. Affrontare temi simili per una vita intera (London
si dimise dal partito socialista americano solo l’anno –
1916 – della sua morte, rimpiangendo i tempi del più
radicale Socialist Labor Party, a cui aveva aderito nel
1896) sarebbe puro orpello, occasionale e insincero? Non
potrebbe crederlo nessun commentatore in buona fede.
Tanto più che London, oltre che ne Il tallone di ferro,
tornò a trattare dello scontro sociale e delle teorie
marxiane in una quantità di occasioni. Si pensi, oltre ai
saggi raccolti nel presente volume, al racconto molto noto
Il sogno di Debs (1909), in cui divulga i principi
del sindacalismo rivoluzionario, e illustra l’idea di uno
sciopero generale capace di mettere termine al capitalismo;
o al meno conosciuto I favoriti da Mida (1909), che
ha al centro una società segreta proletaria che si incarica
di giustiziare, sistematicamente, i magnati dell’industria e
della finanza. Erano questi, probabilmente, i “sogni di
London” quando conduceva attraverso l’America una vita
grama, passando da un lavoro faticoso a un altro più penoso
ancora, sperimentando di persona tutte le forme possibili di
sfruttamento.
Ciò lo segnò al punto che, divenuto ricco e famoso, e
proprietario della fattoria Beauty Ranch (un’esperienza
narrata in chiave quasi favolistica nel romanzo La Valle
della Luna, 1913), concesse ai propri braccianti salari
più che degni e la giornata lavorativa di otto ore, malgrado
i malumori e i rimbrotti degli altri proprietari di quella
regione della California. Ospitò anche, gratuitamente, tutti
i vagabondi che bussavano alla porta della sua abitazione,
la “Casa del Lupo” (“Lupo” era uno dei soprannomi di London).
Allora, probabilmente, non credeva più nella rivoluzione (La
Valle della Luna contiene pagine magnifiche sullo
sciopero dei ferrovieri americani e sul suo fallimento); e,
mentre accusava il riformismo socialista della disfatta del
movimento operaio, in parallelo imputava a se stesso di
condurre una vita che lo aveva separato dal proletariato nel
cui seno era nato e cresciuto, e per il quale si era battuto
come un leone (la “belva bionda di Nietzsche”, per citare
Il tallone di ferro).
E’ in questa chiave che va interpretato Martin Eden
(1909), uno dei capolavori di London, cupo presagio che
anticipa di sette anni il suicidio dell’autore. Eden, figlio
delle classi subalterne, cresciuto in tutti gli inferni del
capitalismo più spietato, cerca il proprio riscatto
nell’affermazione individuale, come scrittore e come uomo.
Imbevuto di teorie superomistiche, affascinato da Spencer e
dalla sua fede in un progresso inevitabile, cultore
dell’individualismo più radicale (la vita sarebbe una corsa
di cavalli, in cui devono prevalere gli animali di razza),
vede soddisfatte tutte le sua aspirazioni. E’ a quel punto
che coglie la solitudine della sua condizione. Ha vinto, ma
non gli è rimasto attorno nessuno dei vecchi compagni di
lotta e di lavoro. La vita che conduce è falsa e ambigua, e
lui non riesce più a sentirla come propria. Passando di
disagio in malessere, odiando come odia l’ipocrisia (detesta
le opere liriche per ciò che hanno di artefatto), finisce
per suicidarsi. L’alienazione cui Eden si è condannato è
troppo dolorosa, per essere tollerata.
Racconto autobiografico? In parte sì, ma non per ciò che
riguarda l’“ideologia” – metto il termine tra virgolette per
rispetto alle definizioni marxiane - fatta propria dal
protagonista. Le contraddizioni vissute da Martin Eden sono,
in fondo, meno stridenti di quelle sperimentate da Jack
London stesso. Partecipante nel 1894 alla marcia di un
milione di disoccupati e di affamati, la Kelly’s Army, su
Washington, e lì convertito alle idee egualitarie
(racconterà l’esperienza, nel 1907, in uno straordinario
libro di ricordi: La strada); arrestato nel 1897 per
un comizio improvvisato, valutato dalla polizia
“incendiario”, a favore del Socialist Labor Party;
emarginato nel 1902 nelle vie di Londra, in una discesa
all’inferno che narrerà in una testimonianza memorabile (Il
popolo dell’abisso, 1903); candidato due volte sindaco
di Oakland (nel 1901 e nel 1905) per il Socialist Party of
America; conferenziere e agitatore in ambito universitario,
quale presidente dell’Intercollegiate Socialist Society, di
cui era segretario Upton Sinclair; finanziatore di giornali
sovversivi e persino di comitati di sciopero, London fu al
tempo stesso uno degli scrittori più letti e amati del suo
tempo, e come tale ammesso nei salotti (in cui non
rinunciava a preconizzare alla borghesia la sua imminente
estinzione), e titolare di guadagni favolosi – se non fosse
stata altrettanto favolosa la rapidità con cui li
dilapidava.
In Martin Eden confliggevano l’umile origine e la ricchezza
acquisita; in Jack London, molto più acutamente, il
benessere (che qualche compagno non scordava, di tanto in
tanto, di rimproverargli) e le convinzioni che avevano
improntato tutta la sua esistenza. Ciò non toglie,
naturalmente, che il suo socialismo non fosse esente da
contraddizioni, come tutto il socialismo della sua epoca,
soprattutto negli Stati Uniti. Colpito da Nietzsche (lo si
nota in Il lupo dei mari, in Il tallone di ferro,
in Martin Eden ecc.), cercava di conciliarlo con
Marx, come facevano alcuni sindacalisti rivoluzionari. La
sua soluzione narrativa consisteva nel condannare alla
sconfitta, seppur grandiosa, chi si affidava al solo
Nietzsche (Eden, Lupo Larsen), mentre una vittoria magari
postuma poteva arridere a chi, ai valori individuali, sapeva
aggiungere la consapevolezza che non può esistere superuomo
che non sia di massa. London, innamorato in gioventù della
forma fisica personale, poi condannato quarantenne, dalle
droghe e dall’alcool, a un rapido decadimento, vedeva
nell’azione collettiva una soluzione ai problemi propri (lo
dice a tutte lettere in un saggio diventato celebre, Come
sono diventato socialista, 1903), e nell’alleanza tra
sfruttati, cioè tra debolezze, la nascita di una forza
capace di sovrastare quelle dominanti.
Il nemico che London combatte, anche entro se stesso, è
l’individualismo, bersaglio preferito dei suoi comizi.
Sembra, in prosa, esaltare l’esatto contrario. Ogni tanto
arriva a dire che la supremazia dell’uomo bianco è
inevitabile (per esempio nel romanzo L’Avventura,
1913), o a mettere in scena un conflitto tra ariani e classi
inferiori, etnicamente contaminate (L’ammutinamento dell’Elsinore,
1912). A chi, di parte fascista – pare incredibile, ma oggi
in Italia ci si può tranquillamente e impunemente definire
come tali – sostiene queste interpretazioni, è piuttosto
facile replicare.
Posto che un’ala del socialismo dei primi del ‘900 era
indubbiamente razzista e colonialista – in Italia è il caso
di Antonio Labriola, invocato come precursore dai comunisti
– Jack London si colloca altrove. Crede in un primato di
civiltà della razza bianca, non c’è dubbio. Attribuisce a un
suo segmento, gli anglosassoni, l’invenzione dello sport che
meglio rappresenta l’indole umana: la boxe. Dai colpi rapidi
come le parole inglesi (in La scimmia e la tigre,
1910).
Tuttavia, quando deve celebrare il pugile che idolatra, il
nero Johnson, vincitore sul bianco Jeffries, London cambia
completamente registro: “Ancora una volta Johnson ha
inflitto una disfatta al rappresentante scelto della razza
bianca, e questa volta il migliore di tutti. Come altre
volte, per lui è stato un gioco” (Il nero non ha mai
dubitato, non ha mai temuto, 1910). Seguono lodi non
alla forza di Johnson, ma alla sua intelligenza, alla sua
determinazione, al suo senso dell’umorismo. Ha demolito il
colosso bianco perché motivato. Ha incarnato uno sport
anglosassone meglio di un avversario effettivamente
anglosassone perché mosso da una convinzione, capace di
fargli vincere la paura.
E’ alla luce dei reportages da bordo ring, e dalle
novelle sul mondo della boxe, che dovrebbe essere
correttamente interpretato un racconto celebre come Il
messicano (1911). Lotta individuale, sì, ma condotta
allo stremo delle forze per procurare fondi alla causa
rivoluzionaria; nell’ambito di un’attività sportiva che
l’autore vedeva come sintesi delle pulsioni umane. Cioè un
conflitto in cui i muscoli contano meno della volontà, della
capacità di soffrire, del respiro di un sostegno collettivo.
Il povero messicano non avrebbe mai potuto avere la meglio
se non fosse stato parte di un popolo di umiliati in cerca
del loro riscatto. Ciò può sfuggire al rappresentante di
“una generazione cresciuta senza Dio e senza Marx”. Peccato
che, altrimenti, il racconto non abbia senso. Peccato,
altresì, che senza partecipazione ideale ed emotiva sia
impossibile capire che il superuomo nietzschiano cui si
richiama London sia una collettività capace di sommare i
propri limiti per superarli, per radunarsi a pugno e con
quello colpire.
Quanto alla leggenda del London razzista, si dimenticano –
o, quel che è peggio, non si conoscono – i suoi interventi
contro gli atroci linciaggi dei neri del Mississippi, o
contro l’antisemitismo, o contro il razzismo nei confronti
dei giapponesi. Si scorda o si ignora che molti dei suoi
bellissimi Racconti dei mari del Sud (1911)
denunciano il colonialismo ai danni delle popolazioni
asiatiche. Che il cinese Ah-Cho fu da lui scelto, e messo al
centro di un racconto, per esemplificare le dinamiche dello
sfruttamento fuori dai confini americano-europei (Il
Chinago, 1909).
Sì, ma L’avventura, L’ammutinamento dell’Elsinore?
Il secondo romanzo, pubblicato nel 1914 e poco conosciuto in
Italia, narra la rivolta di una massa umana miserabile,
deforme, semi-idiota contro i “signori” che governano un
vascello a quattro alberi. Il riferimento insistito è a
Il tramonto dell’occidente di Spengler, che sulla nave
troverebbe la sua esemplificazione. Ciò ha fatto pensare a
uno dei peggiori biografi di London (Robert Baltrop, Jack
London: l’uomo, lo scrittore, il ribelle, Mazzotta,
1978) che ormai l’autore avesse rinnegato i propri ideali, e
si fosse convertito a un’eugenetica proto-nazista.
Niente affatto. A parte che London, quasi negli stessi mesi,
scrisse La forza dei forti, uno dei suoi testi
narrativi socialisti più noti ed energici, è un errore
identificare il suo punto di vista con quello dello snervato
e romantico scrittorucolo che, nel romanzo, narra la storia.
Anche Lagioia riconosce l’incredibile capacità di London di
indossare panni altrui. Sa descrivere meravigliosamente Lupo
Larsen, ma non è Lupo Larsen. Ci fa palpitare con Martin
Eden, ma non è Martin Eden. Sull’Elsinore lo possiamo forse
identificare con Mellaire, il secondo ufficiale. Colui che
dichiara di odiare i sottoproletari che cercano di
impadronirsi della nave, ma, in egual misura, i privilegiati
che li hanno ridotti in simili condizioni a furia di
sfruttarli, generazione dopo generazione. Il pensiero corre
a La macchina del tempo di Wells (uno degli scrittori
più amati da London), e al conflitto tra i Morlocks, figli
degradati della classe operaia, e gli Eloi, discendenti
eterei dei loro sfruttatori.
E’ comunque certo che London, nel 1914, nutriva poche
speranze sul proletariato quale “belva bionda” che avrebbe
azzannato il sistema alla gola. La sua vita era sconvolta da
fallimenti, disgrazie, lutti. Il suo partito aveva
abbracciato la via del compromesso e, due anni dopo, gli
avrebbe rimproverato il suo interventismo e la vita da ricco
(più presunta che reale) che conduceva.
L’ultimo scritto socialista di London è comunque datato 6
marzo 1915: una prefazione a un’antologia, The Cry of
Justice, dell’amico Upton Sinclair. Un anno dopo dava le
dimissioni
dallo SPA, rievocando le lotte gloriose del Socialist Labor
Party. Nel novembre del 1916 si suicidava.
Privo di dimensione collettiva, l’Übermensch di
Nietzsche, ritemprato per decenni alla luce di Marx,
rivelava la propria debolezza. E lasciava cadere il corpo
sfatto di uno scrittore che era stato un grande socialista,
e un grande rivoluzionario. Un superuomo che cercava e
trasmetteva amore e solidarietà, coerente fino in fondo. |