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Su Fini non
hanno ancora deciso. Il comitato parlamentare d'indagine sui
fatti del G8 ha chiuso ieri sera la prima fase dei lavori e,
per il momento, il presidente Donato Bruno (Forza Italia) e
la casa delle libertà fanno blocco. "Non c'è motivo per
sentire il vicepremier, il suo sarebbe solo un racconto
de relato", ha tagliato corto Bruno. Poco importa che
Fini, a Genova, abbia trascorso le sue giornate tra il
comando dei carabinieri e le varie sale operative. E poco
importa che l'Ulivo e Rifondazione insistano.
Davanti al comitato non andranno neanche Berlusconi e Amato.
Pur di evitare la convocazione del cavaliere, il
centrodestra ha rinunciato a sentire l'ex presidente del
consiglio sulla prima fase della preparazione del G8.
Comunque, dal 28 agosto in poi, sarà una passerella di
ministri ed ex ministri: Bianco e Scajola per gli interni,
Dini e Ruggiero per gli esteri e il guardasigilli leghista
Roberto Castelli, che durante il G8 ha fatto una lunga
visita alla caserma di Bolzaneto senza accorgersi delle
violeenze inflitte agli arrestati. Su oltre sessanta
richieste di audizione ne sono state accolte poco più di
venti.
Tra i convocati
anche i prefetti Andreassi e La Barbera e il questore
Colucci, rimossi dal Viminale dopo l'indagine interna, i
comandanti provinciali dei carabinieri e della guardia di
finanza e i responsabili delle sale operative. Sarà sentito
anche Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, ma non da
solo. Le opposizioni hanno chiesto e ottenuto la
convocazione di una commissione più ampia, formata
dall'intera delegazione del Gsf che aveva trattato con il
governo prima del G8.
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All'indomani dell'arringa del capo della polizia De
Gennaro, che mercoledì aveva difeso i suoi uomini
pur riconoscendo qualche "eccesso", ieri è stato il
giorno del prefetto di Genova Antonio Di Giovine,
tirato in ballo proprio da De Gennaro come "massima
autorità di pubblica sicurezza nella provincia".
Ormai nella bufera, Di Giovine si è presentato a
Montecitorio con un pacco di carte che non finiva
più per dimostrare il lavoro preventivo, la grande
attenzione, il puntuale esame che era stato condotto
sui possibili pericoli per l'ordine pubblico. Ai
parlamentari il prefetto di Genova ha spiegato di
essere stato "costretto a prendere un provvedimento
limitativo delle libertà costituzionali", il divieto
poi revocato di manifestare nella "zona gialla",
sottolineando che "nella zona gialla non è accaduto
niente". |
Temevamo il
terrorismo, ha detto Di Giovine, e il terrorismo non è
arrivato. Ma il prefetto ha potuto obiettare ben poco a
Graziella Mascia, del Prc, che sottolineava come "l'unica
preoccupazione delle forze dell'ordine sia stata lo
svolgimento del vertice, la militarizzazione della zona
rossa, ma delle manifestazioni non importava granché". Di
qui la scelta, confermata anche dal dossier di Di Giovine,
di chiudere la cittadella degli otto grandi, sottovalutando
il rischio che i disordini avvenissero negli altri
quartieri, teatro delle devastazioni del black bloc e poi
delle cariche indiscriminate contro i manifestanti pacifici.
Altri elementi sui piani preventivi delle forze dell'ordine
i parlamentari li hanno avuti da Emilio Di Somma,
vicedirettore dell'amministrazione penitenziaria (Dap) e
quindi responsabile, tra l'altro, del Gom, il reparto
speciale delle guardie carcerarie, accusato di aver
malmenato e torturato gli arrestati nelle caserme di
Bolzaneto (Ps) e Forte San Giuliano (Cc). "In vista del
vertice si prevedeva che il numero dei possibili arrestati
potesse oscillare tra i 300 e i 1000", ha detto Di Somma,
confermando indirettamente che polizia e carabinieri - come
risulta da numerose testimonianze - avevano l'ordine di fare
più arresti possibile. Alla fine, ha precisato Di Somma, la
polizia penitenziaria ha preso in consegna 279 persone,
quindi gli arresti sono stati perfino in numero inferiore al
previsto.
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E' una
ragione in più per ritenere del tutto ingiustificato
il disastro organizzativo di Bolzaneto, già messo in
luce dal rapporto dell'ispettore del Viminale
Salvatore Montanaro, reso pubblico martedì. In
quella caserma non c'era un capo riconoscibile,
agenti reduci da ore di scontri in piazza si sono
scatenati su persone ormai detenute e gli arrestati,
nella migliore delle ipotesi, sono stati trattenuti
anche per 24 ore, spesso con le mani dietro la nuca
e la faccia contro il muro. Quanto agli episodi più
gravi attribuiti al Gom, vere e proprie sevizie
documentate da decine di denunce, Di Somma ha svolto
la sua difesa sulla falsariga di De Gennaro,
ricordando che anche il Dap ha aperto un'indagine
interna. "Penso di poter escludere - ha detto - che
ci siano stati pestaggi sistematici. Possono esserci
stati degli eccessi individuali, ma se vi sono stati
saranno accertati dalla magistratura". Marco Boato
(Verdi) ha fatto notare che Di Somma, assente a
Genova, non era il più titolato a parlare a nome del
Dap. Non a caso l'ufficio di presidenza ha deciso
che i parlamentari sentiranno anche Alfonso Sabella,
capo della sezione ispettiva dell'amministrazione
penitenziaria. A Genova lui c'era, insieme ai suoi
uomini. |
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G8, il "calciatore" pagherà
da "il
manifesto"
del 17 Ottobre 2001
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Alessandro Perugini,
vicecapo della Digos genovese, non la
passerà liscia. Quei calcioni sferrati a
sangue freddo, senza motivo apparente, sul
viso di un manifestante quindicenne fermato
dai celerini davanti alla questura, rischia
di pagarli. La querela della famiglia è
arrivata e, a quanto si è appreso in
procura, era l'ultimo tassello che mancava.
Come è noto, Perugini è l'unico poliziotto
iscritto fra gli indagati per le violenze
commesse in piazza. L'unico che le
telecamere hanno sorpreso a volto scoperto,
tra il 20 e il 21 luglio a Genova, mentre
partecipava ai pestaggi. Gli altri
poliziotti indagati sono quelli della
"perquisizione" alla scuola Diaz. |
Quelle immagini hanno fatto il
giro del mondo. Il giovane no-global accerchiato
dagli agenti davanti alla questura e riempito di
manganellate. Poi l'arrivo dei due funzionari e
Perugini, in jeans e maglietta gialla, che lo
colpisce ancora. Un calcio a vuoto, poi un altro. E
il ragazzino ne esce con un occhio tumefatto,
irriconoscibile. Ci vorranno due punti in testa e
due sotto l'occhio, oltre 40 giorni di prognosi
complessiva. Il quindicenne, che vive a Ostia,
quell'occhio non l'ha ancora recuperato del tutto.
Perugini non è l'ultimo dei celerinini. E' un uomo
del Sap, il sindacato di polizia vicino alla destra,
ed è il vicecapo della Digos genovese. E' uno che, a
quanto si dice, "in questura fa il bello e il
cattivo tempo". Ma quella "disavventura", finora,
non gli è costata granché. Certo, la stampa ha
accostato il suo nome ad accuse gravissime,
infamanti. Certo, l'hanno mandato a Roma per un paio
di mesi. Ma non era mica un provvedimento
disciplinare - spiegavano al Viminale - era per
motivi di sicurezza: per il suo bene insomma. Si
parla da tempo di un trasferimento d'ufficio di
Perugini a Savona o ad Alessandria, ma per il
momento l'hanno rispedito a Genova. E sempre per il
suo bene gli hanno dato anche tre uomini di scorta.
Non si sa mai, ci mancherebbe.
Perugini aspettava il 21 ottobre, termine ultimo per
la querela, con la speranza di un'archiviazione che
sarebbe stata quasi inevitabile. I pm genovesi non
sembravano convinti di poter procedere d'ufficio.
Ora, però, la querela è arrivata e non si parla solo
di calci e manganellate: i pm dovranno valutare
anche l'ipotesi del falso. Quel quindicenne,
infatti, fu arrestato con l'accusa di aver lanciato
sassi contro gli agenti e di aver resistito
all'arresto, come si legge nel verbale. Ma i filmati
di Italia 1 e Indymedia proverebbero
il contrario: il ragazzo stava camminando
tranquillamente quando venne fermato.
E' capitato a molti altri, a
centinaia di persone. Persino il dipartimento di Ps,
con il rapporto dell'ispettore Lorenzo Cernetig, ha
individuato tredici casi di violenze gratuite in
piazza, equamente ripartiti tra polizia, carabinieri
e finanzieri. Solo che gli agenti avevano sempre il
fazzoletto sul viso. Quello con i jeans e la
maglietta gialla, invece, lo riconoscono tutti. |
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