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I fascisti del 2000

Scontro su Fini poi tutti al mare

da "il manifesto" del 10 Agosto 2001

Sui fatti del G8 l'Ulivo vuole sentire il leader di An, il Polo si oppone: decisione rinviata. Il capo della polizia penitenziaria ammette: "Erano previsti fino a mille arresti"
ALESSANDRO MANTOVANI


Su Fini non hanno ancora deciso. Il comitato parlamentare d'indagine sui fatti del G8 ha chiuso ieri sera la prima fase dei lavori e, per il momento, il presidente Donato Bruno (Forza Italia) e la casa delle libertà fanno blocco. "Non c'è motivo per sentire il vicepremier, il suo sarebbe solo un racconto de relato", ha tagliato corto Bruno. Poco importa che Fini, a Genova, abbia trascorso le sue giornate tra il comando dei carabinieri e le varie sale operative. E poco importa che l'Ulivo e Rifondazione insistano.


Davanti al comitato non andranno neanche Berlusconi e Amato. Pur di evitare la convocazione del cavaliere, il centrodestra ha rinunciato a sentire l'ex presidente del consiglio sulla prima fase della preparazione del G8. Comunque, dal 28 agosto in poi, sarà una passerella di ministri ed ex ministri: Bianco e Scajola per gli interni, Dini e Ruggiero per gli esteri e il guardasigilli leghista Roberto Castelli, che durante il G8 ha fatto una lunga visita alla caserma di Bolzaneto senza accorgersi delle violeenze inflitte agli arrestati. Su oltre sessanta richieste di audizione ne sono state accolte poco più di venti.

 

Tra i convocati anche i prefetti Andreassi e La Barbera e il questore Colucci, rimossi dal Viminale dopo l'indagine interna, i comandanti provinciali dei carabinieri e della guardia di finanza e i responsabili delle sale operative. Sarà sentito anche Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, ma non da solo. Le opposizioni hanno chiesto e ottenuto la convocazione di una commissione più ampia, formata dall'intera delegazione del Gsf che aveva trattato con il governo prima del G8.

 

All'indomani dell'arringa del capo della polizia De Gennaro, che mercoledì aveva difeso i suoi uomini pur riconoscendo qualche "eccesso", ieri è stato il giorno del prefetto di Genova Antonio Di Giovine, tirato in ballo proprio da De Gennaro come "massima autorità di pubblica sicurezza nella provincia". Ormai nella bufera, Di Giovine si è presentato a Montecitorio con un pacco di carte che non finiva più per dimostrare il lavoro preventivo, la grande attenzione, il puntuale esame che era stato condotto sui possibili pericoli per l'ordine pubblico. Ai parlamentari il prefetto di Genova ha spiegato di essere stato "costretto a prendere un provvedimento limitativo delle libertà costituzionali", il divieto poi revocato di manifestare nella "zona gialla", sottolineando che "nella zona gialla non è accaduto niente".

Temevamo il terrorismo, ha detto Di Giovine, e il terrorismo non è arrivato. Ma il prefetto ha potuto obiettare ben poco a Graziella Mascia, del Prc, che sottolineava come "l'unica preoccupazione delle forze dell'ordine sia stata lo svolgimento del vertice, la militarizzazione della zona rossa, ma delle manifestazioni non importava granché". Di qui la scelta, confermata anche dal dossier di Di Giovine, di chiudere la cittadella degli otto grandi, sottovalutando il rischio che i disordini avvenissero negli altri quartieri, teatro delle devastazioni del black bloc e poi delle cariche indiscriminate contro i manifestanti pacifici.


Altri elementi sui piani preventivi delle forze dell'ordine i parlamentari li hanno avuti da Emilio Di Somma, vicedirettore dell'amministrazione penitenziaria (Dap) e quindi responsabile, tra l'altro, del Gom, il reparto speciale delle guardie carcerarie, accusato di aver malmenato e torturato gli arrestati nelle caserme di Bolzaneto (Ps) e Forte San Giuliano (Cc). "In vista del vertice si prevedeva che il numero dei possibili arrestati potesse oscillare tra i 300 e i 1000", ha detto Di Somma, confermando indirettamente che polizia e carabinieri - come risulta da numerose testimonianze - avevano l'ordine di fare più arresti possibile. Alla fine, ha precisato Di Somma, la polizia penitenziaria ha preso in consegna 279 persone, quindi gli arresti sono stati perfino in numero inferiore al previsto.

 

E' una ragione in più per ritenere del tutto ingiustificato il disastro organizzativo di Bolzaneto, già messo in luce dal rapporto dell'ispettore del Viminale Salvatore Montanaro, reso pubblico martedì. In quella caserma non c'era un capo riconoscibile, agenti reduci da ore di scontri in piazza si sono scatenati su persone ormai detenute e gli arrestati, nella migliore delle ipotesi, sono stati trattenuti anche per 24 ore, spesso con le mani dietro la nuca e la faccia contro il muro. Quanto agli episodi più gravi attribuiti al Gom, vere e proprie sevizie documentate da decine di denunce, Di Somma ha svolto la sua difesa sulla falsariga di De Gennaro, ricordando che anche il Dap ha aperto un'indagine interna. "Penso di poter escludere - ha detto - che ci siano stati pestaggi sistematici. Possono esserci stati degli eccessi individuali, ma se vi sono stati saranno accertati dalla magistratura". Marco Boato (Verdi) ha fatto notare che Di Somma, assente a Genova, non era il più titolato a parlare a nome del Dap. Non a caso l'ufficio di presidenza ha deciso che i parlamentari sentiranno anche Alfonso Sabella, capo della sezione ispettiva dell'amministrazione penitenziaria. A Genova lui c'era, insieme ai suoi uomini.


G8, il "calciatore" pagherà
da "il manifesto" del 17 Ottobre 2001

Alessandro Perugini, vicecapo della Digos genovese, non la passerà liscia. Quei calcioni sferrati a sangue freddo, senza motivo apparente, sul viso di un manifestante quindicenne fermato dai celerini davanti alla questura, rischia di pagarli. La querela della famiglia è arrivata e, a quanto si è appreso in procura, era l'ultimo tassello che mancava. Come è noto, Perugini è l'unico poliziotto iscritto fra gli indagati per le violenze commesse in piazza. L'unico che le telecamere hanno sorpreso a volto scoperto, tra il 20 e il 21 luglio a Genova, mentre partecipava ai pestaggi. Gli altri poliziotti indagati sono quelli della "perquisizione" alla scuola Diaz.

Quelle immagini hanno fatto il giro del mondo. Il giovane no-global accerchiato dagli agenti davanti alla questura e riempito di manganellate. Poi l'arrivo dei due funzionari e Perugini, in jeans e maglietta gialla, che lo colpisce ancora. Un calcio a vuoto, poi un altro. E il ragazzino ne esce con un occhio tumefatto, irriconoscibile. Ci vorranno due punti in testa e due sotto l'occhio, oltre 40 giorni di prognosi complessiva. Il quindicenne, che vive a Ostia, quell'occhio non l'ha ancora recuperato del tutto.

Perugini non è l'ultimo dei celerinini. E' un uomo del Sap, il sindacato di polizia vicino alla destra, ed è il vicecapo della Digos genovese. E' uno che, a quanto si dice, "in questura fa il bello e il cattivo tempo". Ma quella "disavventura", finora, non gli è costata granché. Certo, la stampa ha accostato il suo nome ad accuse gravissime, infamanti. Certo, l'hanno mandato a Roma per un paio di mesi. Ma non era mica un provvedimento disciplinare - spiegavano al Viminale - era per motivi di sicurezza: per il suo bene insomma. Si parla da tempo di un trasferimento d'ufficio di Perugini a Savona o ad Alessandria, ma per il momento l'hanno rispedito a Genova. E sempre per il suo bene gli hanno dato anche tre uomini di scorta. Non si sa mai, ci mancherebbe.

Perugini aspettava il 21 ottobre, termine ultimo per la querela, con la speranza di un'archiviazione che sarebbe stata quasi inevitabile. I pm genovesi non sembravano convinti di poter procedere d'ufficio. Ora, però, la querela è arrivata e non si parla solo di calci e manganellate: i pm dovranno valutare anche l'ipotesi del falso. Quel quindicenne, infatti, fu arrestato con l'accusa di aver lanciato sassi contro gli agenti e di aver resistito all'arresto, come si legge nel verbale. Ma i filmati di Italia 1 e Indymedia proverebbero il contrario: il ragazzo stava camminando tranquillamente quando venne fermato.

E' capitato a molti altri, a centinaia di persone. Persino il dipartimento di Ps, con il rapporto dell'ispettore Lorenzo Cernetig, ha individuato tredici casi di violenze gratuite in piazza, equamente ripartiti tra polizia, carabinieri e finanzieri. Solo che gli agenti avevano sempre il fazzoletto sul viso. Quello con i jeans e la maglietta gialla, invece, lo riconoscono tutti.


FONTE: ARCHIVIO INDICIUS

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(17 Maggio 2005)