|
«“Socializzeremo
tutto, eccetto i barbieri”» disse Paolo Ferrero, esausto,
posando l’AK 47 su un tavolo del Viminale.
«E’ una frase bellissima. Lenin?» chiese Oliviero Diliberto,
mentre cercava di togliere la polvere dalla divisa
grigioverde.
Alle sue spalle Marco Rizzo, suo eterno contestatore, stava
posando con precauzione il bazooka. «Ma che stronzata. Lenin
non si è mai occupato di barbieri. Sarà un altro teorico.»
«Infatti»
sorrise Ferrero. «Si tratta di Mario Tanassi, segretario del
Partito Socialdemocratico prima di Mani Pulite.»
«Perché i barbieri no?» chiese Diliberto.
«Tanassi rettificò durante una Tribuna Politica. Anche i
barbieri erano da socializzare.»
Il dialogo si svolgeva mentre nelle strade si combatteva
ancora. Le milizie del CPO Gramigna avevano ormai preso
Montecitorio. Quelle del Crash di Bologna occupavano tutta
l’area da Ponte Milvio a Piazza del Popolo. Il Vittoria di
Milano presidiava la Stazione Termini. Il colpo di Stato era
fallito, si combatteva in ogni città italiana. A tutti era
chiaro che a Roma si svolgeva la battaglia decisiva, specie
dopo la fuga del papa ad Avignone.
Dai cortili giungeva il fragore delle fucilazioni. «Questo
deve essere Gasparri, oppure La Russa» osservò Ferrero,
trasognato.
«No, è D’Alema» disse secco Ferrando, che entrava in quel
momento. «Come ultimo desiderio ha chiesto di avere
l’estremo rapporto carnale con Berlusconi. Non è stato
possibile accontentarlo.»
Si curvarono tutti sulla carta geografica, come se potesse
fornire chissà quali risposte.
Ferrero guardò da sopra gli occhiali, che gli erano scesi
sulla punta del naso, come sempre. La forma del suo naso era
adatta allo scopo. «Adesso si tratta di realizzare il
comunismo. Qualche idea?»
Ferrando parlò con sicurezza. «A ciascuno secondo i suoi
bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità. E’ facile.»
«Facile?» Ferrero rialzò gli occhiali. Era la prima volta in
vita sua che lo faceva. «Barbieri a parte, chi potrebbe
gestire enormi complessi industriali? Le ferrovie? Le
telecomunicazioni? Gli impianti siderurgici?»
«Forse dovremmo sentire Toni Negri» propose Sergio Bologna
dal fondo della sala. «Lui aveva in merito idee ben
precise.»
Ferrero annuì. «Ottima proposta. Portatemi qua Negri. O
magari Casarini.»
Ferrando assunse un’espressione desolata. «Fucilati tutti e
due. Pochi minuti fa.»
«Ma perché?»
«Il Comitato di Salute Pubblica li ha definiti
deviazionisti. Sostenevano l’assimilazione degli ex ceti
medi al proletariato.»
Senza dare nell’occhio, Sergio Bologna infilò la porta.
Ferrero sospirò e scartò la mappa. «Basta. Dobbiamo fare il
comunismo. Siamo nella fare transitoria definita “dittatura
del proletariato”. Non c’è che lo Stato che possa gestire
strutture produttive di grande ampiezza. E’ il socialismo. A
ciascuno secondo il suo lavoro, da ciascuno secondo le sue
capacità.» Guardò Ferrando. «Dico bene?»
«In teoria sì» rispose il leader trotzkista «però sarebbe
capitalismo di Stato. Nulla a che vedere con il comunismo.»
«D’accordo, però a chi faremmo gestire i grandi impianti?»
«Si può pensare a soviet di lavoratori che eleggano i loro
manager.»
«Per un periodo transitorio.»
«Certo, transitorio.»
Si fece avanti Marco Rizzo. «Se permettete. Andrebbe
individuato un capitalista che guidi mezzi di informazione,
attività finanziarie, banche e sistemi di comunicazione,
gruppi assicurativi. Il soviet voterebbe per lui come primo
manager, a larga maggioranza. Lo fecero anche in Russia,
durante la NEP.»
Ferrero scosse il capo. «Non esiste un tipo così.«
«Sì che esiste» disse Ferrando. «Silvio Berlusconi.»
«Non lo hai già fucilato?»
«No. E’ lì in cortile che aspetta il plotone d’esecuzione.»
«Portalo qui subito!»
Poco dopo Berlusconi faceva il suo ingresso, scortato da due
guardie dell’Officina 99 di Napoli. Diliberto gli lanciò
un’occhiata carica di disprezzo. L’ex presidente del
Consiglio appariva invecchiato e affaticato, tuttavia non
mancava di vivacità.
«Eccolo qua, il fascista.»
«Mai stato fascista, non credete alle calunnie dei
giornali.» Berlusconi frugò sotto la giacca tutta
spiegazzata. «Posso anzi mostrarvi la tessera del partito
bielorusso Comunisti per la Democrazia, firmata dal compagno
Lukashenko in persona.»
«Non ci basta» replicò Diliberto, a muso duro.
«Non siate ingrati. Quando tutti sostenevano che i comunisti
non esistevano più, ero l’unico a dire che c’eravate
ancora.»
L’osservazione colpì positivamente tutti i presenti. Ferrero
finì con l’annuire. «C’è un fondo di verità. Ma non è
sufficiente a salvarle la vita.»
Berlusconi non si lasciò smontare. «Cosa diceva il compagno
Lenin? Che il comunismo sono i soviet più
l’elettrificazione. Voi mettete i soviet, io
l’elettrificazione. Credetemi, sarò un presidente
proletario.»
Ferrando, che sembrava il più perplesso, parve convincersi.
Si accarezzò la barba che non pettinava da trent’anni. «Be’,
si può provare» mormorò.
«Sì, sono d’accordo» disse Rizzo.
Ferrero guardò Diliberto, che gli fece un cenno di consenso.
«E sia.» Chiamò un miliziano del CPO Gramigna. «Metti quest’uomo
in libertà. Fallo scendere in cortile.»
«Subito.» Il miliziano accompagnò Berlusconi alla finestra e
lo gettò di sotto. Si udirono un urlo e un tonfo.
«Ma che ti prende?» urlarono tutti.
Il miliziano tolse la pistola dalla fondina e la brandì.
«Compagni, la dittatura del proletariato è finita. Inizia la
fase successiva. Quella dell’estinzione dello Stato.» |