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Solo il testo di
Fabbri rappresenta davvero un primo autentico «saggio» sul
fascismo, non certo «al di sopra della mischia», come egli
dichiara alludendo al volume pacifista Au-dessus de la
mélée di Romain Rolland, ma senz’altro al di fuori delle
ottiche anguste di partito e dei tatticismi della politica
parlamentare. Già il titolo si propone di definire
oggettivamente il fenomeno, anzi di rinominarlo: non
«impressioni», non «il fascismo visto da...», ma
un’inchiesta a tutto campo che dalla cronaca minuta, narrata
con gusto vivo del racconto, cerca di risalire alla forma
sociale del fascismo come «controrivoluzione preventiva».
Fabbri guarda lontano, indossa talora i panni autoironici
del «profeta», osserva nel presente l’avvenire e parla anche
a noi con lucida, sorprendente vitalità. Nel ristampare
questo saggio l’Assemblea antifascista permanente di Bologna
non intende né proporre un’operazione archeologica o
memorialistica, né istituire sommarie analogie tra il
fascismo storico e la nostra inquietante attualità fatta di
violenze neofasciste, ronde, populismo, razzismo, leggi
autoritarie e manipolazione revisionista della memoria.
Crediamo però che questo libro, pur con il suo stile
semplice e alla buona, racchiuda una lezione importante e
tuttora efficace sulle strutture del potere contemporaneo e
sulle strategie del fascismo.
Nel 1922 Luigi Fabbri compiva quarantacinque anni, era
maestro elementare a Corticella in provincia di Bologna e
militante anarchico da oltre vent’anni. Nel piccolo sobborgo
bolognese il «mêster Fabbri» era un personaggio che godeva
di ampia considerazione, uguale e contraria a quello del
parroco, e per questo aveva subìto intimidazioni e
bastonature da parte dei fascisti. La sua voce è anzitutto
quella di un testimone che ha visto una città «rossa» come
Bologna diventare, nel volgere di pochi mesi, una roccaforte
e anzi la «culla» del fascismo e della reazione
antiproletaria. Di lì a poco, nel 1925 egli sarà uno dei tre
maestri elementari a rifiutare il giuramento di fedeltà al
regime di Mussolini e, in seguito a ciò, prenderà la via
dell’esilio, prima a Parigi e poi a Montevideo, ove morirà
nel 1935, nell’ora più buia della notte del Novecento. Non
occorre qui seguire l’uomo, anche perché lo ha già fatto con
acume e sensibilità la figlia Luce Fabbri in Luigi
Fabbri. Storia d’un uomo libero (Pisa, Biblioteca Franco
Serantini, 1996), ma importa piuttosto descrivere brevemente
la sorte singolare della Controrivoluzione preventiva,
il cui titolo, avverte Luce Fabbri, «ebbe tanta fortuna da
diventare un luogo comune per la definizione del fenomeno».
Nonostante alla fine del 1922 i fascisti distruggessero le
copie ancora invendute del libro, tanto che oggi
sopravvivono nelle biblioteche italiane meno di una trentina
di esemplari dell’edizione originale, la tesi di quel saggio
scritto in fretta negli ultimi tumultuosi mesi del 1921 ebbe
fin da subito larghissima risonanza. Così, mentre il nome di
Fabbri cade presto nell’oblio, il concetto di
«controrivoluzione preventiva» attraversa invece per intero
la storia intellettuale del Novecento. Habent sua fata
libelli, anche i libri hanno il loro destino.
* * *
Di fatto, la
fortuna dell’analisi di Fabbri fu immediata. Dinanzi a un
fenomeno allora nuovo e difficile da interpretare, la
Controrivoluzione preventiva procedeva oltre ogni
condanna moralistica delle violenze squadriste e delineava
il formarsi di una cultura reazionaria di massa promossa
dallo Stato e dalla borghesia «con la triplice azione
combinata della violenza illegale fascista, della
repressione legale governativa e della pressione economica
derivante dalla disoccupazione». Per Fabbri si trattava di
mostrare i «coefficienti» e i «fattori» che collegavano lo
squadrismo ai nuovi assetti repressivi del potere statale,
politico, culturale ed economico: le violenze fasciste non
erano un fenomeno isolato o episodico, ma una funzione
fondamentale della «reazione antiproletaria» come
capovolgimento preventivo della lotta di classe attraverso
cui la borghesia, senza rinunciare alle parvenze della
legalità e del liberalismo, aggrediva le conquiste operaie e
disciplinava la società. Così, fin dal 1923 la Conferenza
comunista internazionale di Francoforte allegava al
protocollo del dibattito una valutazione del Fascismo
italiano come «una controrivoluzione preventiva (vorbeugende
Konterrevolution) differente dalla controrivoluzione
classica in quanto fa appello a degli slogan pseudoradicali».
E ciò la dice lunga su quanto i movimenti rivoluzionari
europei fossero negli anni Venti un ambito straordinario di
scambi e di dibattiti anche al di là delle contrastanti
esperienze ideologiche e organizzative. Un anno dopo il
libro, la formula proposta da Fabbri cominciava a risuonare
nelle diverse lingue dell’Europa anarchica, socialista e
comunista.
Ma ancor più istruttivo per noi oggi è considerare la
reazione della cultura fascista al libro di Fabbri. Con la
Controrivoluzione preventiva egli aveva rinominato il
Fascismo tratteggiando vivacemente il groviglio di interessi
economici, coperture istituzionali e mitologie deteriori su
cui si reggeva. Aveva illustrato, come fattore determinante
del suo successo, la fragilità del socialismo riformista e
legalitario. Non nominava mai Mussolini. Non aveva usato le
parole del potere per parlare del potere. Contro questo
penetrante ritratto del Fascismo alle prime armi, usciva a
Milano nel 1923 un caposaldo del culto fascista della
personalità: L’Uomo nuovo di Antonio Beltramelli. Per
Fabbri il Fascismo era un aggregato eterogeneo di odio
antioperaio, tornaconti padronali, ambizioni di carriera,
fazioni litigiose e prepotenti: la sua «debolezza organica»
era «il vuoto d’idee su cui poggia», l’incapacità di
proporre un qualsiasi modello di società che non fosse
«l’arbitrio instabile e contradditorio degli individui, dei
gruppi inorganici, degli interessi ciechi, delle volontà
impulsive, non unite da un’idea ma da un odio, dal solo
desiderio distruttivo». Per questo il Fascismo aveva bisogno
di «vane parole retoriche», di «formule vaghe», di mitologie
e «simboli» unificanti. E Fabbri è eccezionalmente attento a
smascherare anche l’offensiva simbolica del Fascismo e a
mostrarne la funzione complementare rispetto alla pratica
della violenza squadrista. Non sorprende che proprio la
capacità di scomporre e ridefinire il Fascismo come
«controrivoluzione preventiva» innervosisca e indigni
Beltramelli, il quale non trova altro da contrapporre a
Fabbri che la retorica verbosa del «Duce» e dell’«Uomo
nuovo», in grado di plasmare la storia con la «passione sua
mortale e magnifica»:
«Ho
osservato inoltre, come in molti fra gli studi pubblicati
ultimamente e riguardanti le origini e lo sviluppo del
Fascismo, si ostenti, da taluni autori, di porre in ultimo
piano la figura di Benito Mussolini o non se ne parli
affatto, come fa, ad esempio, l’anarchico Luigi Fabbri nella
sua monografia che ha per titolo La contro-rivoluzione
preventiva. Mezzucci pietosi che non fanno e non
ficcano, perché possono darsi tutte le condizioni favorevoli
del mondo alla nascita di un movimento storico, ma se non
appare l’Uomo destinato e quello che possa assommare nel suo
fascino, nella tetragona forza della sua volontà, nella
gagliardia del suo ingegno, nella fierezza del suo coraggio
dette condizioni e si faccia banditore del nuovo verbo e
viva la passione di questo verbo disperatissimamente, oltre
ogni altra cosa del mondo, tanto da preferire l’ultimo
silenzio al fallimento di questa passione sua mortale e
magnifica, se quest’uomo non appaia, l’umanità non potrà
beneficiare delle condizioni favorevoli invano apparse e
invano vissute».
La Controrivoluzione preventiva è un libretto di 100
pagine. Ma per cancellarne il discorso lucido ed rigoroso il
Fascismo dovette distruggerne tutte le copie che trovò e
contrapporvi un volume oratorio e altisonante di ben 600
pagine a enorme tiratura come appunto è L’Uomo nuovo.
Non si tratta di qualcosa che riguarda soltanto il passato.
Anche oggi lo squadrismo simbolico dei neofascisti risulta
complementare al loro squadrismo reale. Non vi sono solo le
aggressioni, gli accoltellamenti, gli omicidi (censiti sul
sito web
ecn.org/antifa).
Vi sono anche quei gesti che passano per provocazioni
artistiche o iniziative culturali, con la complicità di
giornalisti affamati di notiziole piccanti e talora amici
sottobanco dei neofascisti. Ad esempio nel dicembre 2008, in
occasione dell’anniversario della Strage di Piazza Fontana
che l’Assemblea Antifascista Permanente ricordava con una
manifestazione, CasaPound ha cercato di presentare a Bologna
un libro-intervista al terrorista nero Pierluigi Concutelli,
uno dei fondatori di Ordine Nuovo, l’organizzazione che
eseguì quella strage: un caso di provocazione esplicita, di
rivendicazione allusiva. Qualche mese dopo a Milano,
nell’anniversario dell’uccisione di Eugenio Curiel,
partigiano ebreo ammazzato dai repubblichini il 24 febbraio
1945, i soliti ignoti hanno imbrattato di strisce di vernice
rossa la lapide commemorativa e vi hanno deposto sopra 30
bossoli calibro 30: un altro caso di rivendicazione allusiva
o, se si vuole, di intimidazione.
Tra le varie
iniziative degli squadristi simbolici vi è anche la storia
diffusa da CasaPound che narra di un loro simpatizzante
omosessuale, P.D., 45enne dei Castelli Romani, che, in
procinto di sottoporsi a un’operazione per cambiare sesso,
chiedeva «una garanzia da parte della curia vescovile
riguardo al suo desiderio di farsi suora ed entrare in
convento»... Le agenzie di stampa, sempre compiacenti verso
i «fascisti del terzo millennio», hanno diffuso la notizia,
ma si trattava solo di una fandonia – dichiara CasaPound –
per criticare il Partito Democratico «che cambia pelle ogni
due settimane». O piuttosto per offendere la scelta trans,
paragonandola a un partito ormai privo d’identità: un’offesa
allusiva, un insulto solo simbolico. Analogamente, nel
febbraio del 2009 a Palermo, dinanzi alla sede del
collettivo Malefimmine, comparivano scritte di minaccia come
«collettivo Maletroie» firmato CasaPound e «compagna quando
ce vedi te se bagna». Né va allora dimenticato che il
romanzo futurista di Filippo Tommaso Marinetti Mafarka
si fonda sulla descrizione sadico-eroica di uno stupro di
massa: «Scrissi dunque “Lo stupro delle negre” perché da una
gran fornace torrida di lussuria e di abbrutimento potesse
balzar fuori la grande volontà eroica di Mafarka»,
dichiarava Marinetti nel 1910. E il forum di CasaPound si
chiama appunto vivamafarka... Ancora oggi la nuova
«controrivoluzione preventiva» in atto è una strategia che
associa insieme la violenza extralegale, le connivenze
istituzionali, la manipolazione mediatica, il nazionalismo
razzista e sessista, la cultura intimidatoria dello
squadrismo simbolico.
Ma torniamo al passato remoto. Importa infatti sottolineare
come l’analisi di Fabbri abbia contribuito al formarsi in
Europa di una coscienza antifascista rivoluzionaria fin
dagli anni Venti e Trenta. Anche nella Spagna del 1936 sarà
proprio la lezione di Fabbri che permetterà di criticare
ogni interpretazione del conflitto civile come semplice
«guerra del antifascismo contra el fascismo» per
considerarlo invece – scriveva Horacio Badaraco nel 1937,
citando Fabbri – quale irrinunciabile «guerra social»
operaia contro la «contrarrevolución preventiva» guidata dal
generalissimo Francisco Franco. Non occorre qui moltiplicare
gli esempi e basti dire che persino Alexandre Koyré, il
grande studioso di Galileo e di Newton, rifletterà nel 1945
sulla specificità del nazifascismo come esempio di «quinta
colonna» e di «tradimento» dell’oligarchia borghese contro
la società civile:
«Si même avec
cette aide elle ne réussit pas à réaliser ses desseins,
l’oligarchie dirigeante de la société bourgeoise se
transformera en “ennemi intérieur” et la “cinquième colonne”
fera son apparition. [...] Elle est, essentiellement, un
phénomène de contre-révolution, et même plus exactement de
contre-révolution préventive. Elle est aussi, et tout aussi
essentiellement, un phénomène de trahison».
Ma ormai la
memoria del libro di Fabbri si andava cancellando e il
concetto di «controrivoluzione preventiva», declinato nei
modi più diversi, era diventato patrimonio comune
dell’antifascismo europeo come sinonimo di dittatura e
totalitarismo. La formula aveva preso congedo dal suo
autore.
* * *
Dopo il 1945 la
sconfitta del nazifascismo e la stabilizzazione bipolare del
secondo dopoguerra avrebbe potuto rendere obsoleta la tesi
della «controrivoluzione preventiva», come interpretazione
storica di un regime autoritario ormai deposto. Eppure
l’invenzione terminologica di Fabbri racchiudeva
un’intuizione profonda delle nuove forme repressive della
società borghese: con il Fascismo la controrivoluzione non
veniva dopo un sovvertimento sociale per ribaltarlo e
restaurare con la forza il regime antecedente, ma doveva
prevenire ogni possibilità di rivolta; non era più un evento
collocato nel tempo, ma diventava una funzione permanente in
anticipo sui fatti: «la sola idea di costituire nuclei di
“arditi del popolo” è stata preventivamente repressa».
Tuttavia la definizione coniata da Fabbri, pur senza alcuna
dicitura d’autore, non andò fuori corso. Fuggito dalla
Germania nazista agli Stati Uniti nel 1934, Herbert Marcuse
– che in gioventù aveva militato nel Partito
socialdemocratico tedesco – riprende e riarticola la
categoria analitica della «controrivoluzione preventiva»
(«preventive counterrevolution») dopo l’insurrezione globale
del maggio 1968. Ereditandolo dal dibattito tedesco degli
anni Venti, Marcuse reinterpreta ed estende il concetto di
«controrivoluzione preventiva» come asse fondamentale della
dialettica contemporanea tra contestazione e repressione,
tra la «controrivoluzione» e la «rivolta». In apertura di
Counterrevolution and Revolt del 1972, uno dei libri
chiave degli anni Settanta, egli descriveva così la risposta
capitalista alla destabilizzazione prodotta dai nuovi
movimenti sociali su scala planetaria:
«Il mondo
occidentale ha raggiunto un nuovo stadio di sviluppo; a
questo punto la difesa del sistema capitalista impone,
all’interno e all’estero, l’organizzazione della
controrivoluzione che attua nelle sue manifestazioni estreme
gli orrori del regime nazista. [...] Si tratta di una
controrivoluzione in larga misura preventiva, interamente
preventiva nel mondo occidentale dove non ci sono né
rivoluzioni recenti da annullare né rivoluzioni nuove
all’orizzonte. Eppure la paura della rivoluzione che ne
costituisce il denominatore comune lega nei vari stadi e
aspetti la controrivoluzione, ne percorre tutta la gamma,
dalle democrazie parlamentari alle dittature aperte,
passando per gli stati di polizia. Il capitalismo si
riorganizza per fronteggiare la minaccia di una rivoluzione
che sarebbe la più radicale della storia, la prima vera
rivoluzione storico-mondiale».
Al di là delle discontinuità esteriori, per Marcuse la
storia del Novecento doveva essere riletta unitariamente
come avvicendarsi di diverse forme storiche di
«controrivoluzione preventiva» secondo tre fasi successive:
1) l’ascesa dei fascismi in Europa, caratterizzata dalla
«liquidazione» violenta di «un’intera generazione di
rappresentanti rivoluzionari della classe operaia», dalla
«delega della sovranità economica all’apparato statale
fascista», dalla trasformazione delle classi subalterne in
masse «uniformate» e convinte dalla propaganda del loro
«privilegio» come nazione rispetto al «sacrificio» di gruppi
stranieri, inferiori, marginali; 2) la stabilizzazione
postbellica, segnata dal riorganizzarsi del sistema
capitalista sotto l’egemonia statunitense, dalla spartizione
concordata del mondo in due aree d’influenza, dalle
politiche di coesione e controllo culturale per normalizzare
le condotte dissidenti; 3) la rivolta degli anni Settanta,
contro la quale riacquista una nuova centralità l’apparato
di polizia: all’interno come strategia di contrasto
preventivo delle spinte rivoluzionarie (pestaggi,
schedature, discriminazioni), all’estero come containment
policy contro i movimenti di liberazione nei paesi
coloniali, per evitare la diffusione concomitante di «due,
tre, molti Vietnam» nelle periferie del mondo e nei centri
urbani d’Occidente. In quest’ultima fase, scrive Marcuse,
«le forze della legge e dell’ordine sono state trasformate
in forze al di sopra della legge». Tuttavia, negli Stati
Uniti il peso della repressione non investe la «classe
operaia», ma i fermenti di opposizione radicale, anzitutto
«le università e i militanti di colore», con il
dispiegamento pervasivo nella società di «un grande esercito
di agenti in borghese». È ancora una «controrivoluzione
preventiva», ma per Marcuse sarebbe fuorviante parlare
genericamente di «regime fascista»:
«Il fattore
decisivo è un altro: si tratta di capire se la fase attuale
della controrivoluzione (preventiva), e cioè la fase
democratico-costituzionale, stia preparando il terreno a una
successiva fase fascista oppure no».
Fin dagli anni Settanta quell’interrogativo – se «la
controrivoluzione [...] può produrre fascismo» – inquieta i
movimenti di protesta e l’intelligenza critica che indaga le
forme del dominio capitalista. Basti dire a titolo di
esempio che Michel Foucault, pur criticando la concezione
marcusiana del potere come semplice «repressione», osservava
nel 1977 che «la non analisi del fascismo è uno dei fatti
politici importanti di questi ultimi trent’anni». E ancora
nei Commentari sulla società dello spettacolo del
1988 Guy Debord alludeva alle stragi di stato come a «una
sorta di guerra civile preventiva». Ma non è questo l’ambito
per esplorare tali sviluppi e problemi.
* * *
Resta infine da
sottolineare una lezione di metodo. Ben prima della marcia
su Roma, nella lucida consapevolezza della sconfitta e nella
convinzione che, per combattere il male, «bisogna guardarlo
in faccia, esaminarlo», il saggio di Fabbri ha colto nei
suoi tratti fondamentali il nesso costitutivo che lega il
fascismo alla controrivoluzione. Delucidando questo
rapporto, la Controrivoluzione preventiva ha
inaugurato di fatto un campo d’indagine storico-politica che
va ben oltre le fortune della formula che dà il titolo al
libro. Non è un caso se, dalla metà del Novecento fino a
oggi, la riflessione sul pericolo fascista ha riproposto a
più riprese e in congiunture diverse il problema cruciale
del fascismo come forma particolare di controrivoluzione,
enunciato con rara acutezza di sguardo proprio da Fabbri.
Alla cerniera tra la Controrivoluzione preventiva e
il riemergere della sua problematica dopo il Sessantotto,
risulta allora di particolare importanza un testo del
comunista libertario Daniel Guérin, Fascisme et grand
capital. Scritto «dopo la presa del potere da parte di
Hitler, agli inizi del 1933, e dopo il tentativo di
putsch fascista del 6 febbraio 1934» (cioè il tentato
assalto al Parlamento francese per mano dei fascisti
dell’Action française), e pubblicato per la prima volta nel
1936, Fascismo e gran capitale si propone di
«diagnosticare la vera natura del fascismo»: «Ai miei
occhi», scriverà Guérin nel 1956, «il fascismo era una
malattia. Per descrivere un male nuovo e ancora poco
conosciuto, un medico non dispone d’altra risorsa se non
quella di compararne minuziosamente i sintomi…». Nel cuore
di un nuovo momento critico, riemerge – negli stessi
termini, ma in forma più complessa rispondente alla nuova
situazione – la necessità di esaminare il male per
combatterlo sostenuta dalla Controrivoluzione preventiva
nei primi anni del decennio precedente. Per Guérin il
nazifascismo rappresenta l’espressione politica del «grande
capitale» che – dinanzi alla crisi – rifiuta e sopprime i
propri antichi ideali di «libertà» e «democrazia» ormai
incompatibili con l’egemonia borghese: «allora la borghesia
distrugge rabbiosamente i suoi vecchi idoli e i teorici
dell’antidemocrazia divengono i maestri del suo pensiero».
Mussolini dichiarava nel 1926: «Noi rappresentiamo
l’antitesi netta, categorica, definitiva [...] dei principî
del 1789». E Goebbels nel 1933: «L’anno 1789 sarà cancellato
dalla storia». Ma proprio il carattere controrivoluzionario
dei fascismi europei e il loro rapporto organico con il
grande capitale poneva la questione se quei regimi avrebbero
potuto ripresentarsi ancora sotto nuove forme. Anche in
questo caso Fabbri è avanti un passo: nell’ultimo capitolo
del libro egli pronostica che il Fascismo «prima o poi
finirà», prospettando un articolato quadro delle diverse
forme possibili della sua inevitabile fine; ed è qui che,
come in contropartita, egli formula una questione che non ha
cessato di riproporsi in diverse circostanze fino ad oggi:
la possibilità del Fascismo di riprodursi oltre la sua
caduta.
«Tutto ciò viene
a confermare il già detto, che il fascismo è un ramo del
grande tronco statale-capitalistico, od una filiazione di
esso. Combattere il fascismo lasciando indisturbato il suo
perenne generatore, ed anzi illudersi di trovare in questo
un difensore contro quello, significa continuare ad aver
sempre sulle spalle, ogni giorno più pesanti ed oppressivi,
e l’uno e l’altro. Uccidere il fascismo è possibile, sol che
l’azione di difesa contro di lui, imposta dalle circostanze,
non vada scompagnata dall’attacco alle sue sorgenti: il
privilegio del potere ed il privilegio della ricchezza. Ma
ucciderlo è necessario, e bisogna che a ciò riesca
direttamente e con le sue forze il proletariato, perché se
il fascismo fosse semplicemente addormentato o riassorbito
dalle istituzioni attuali, esso potrebbe sempre o almeno più
facilmente riprodursi. La borghesia ha imparato il modo di
servirsi di quest’arma; e se il proletariato non gliene
toglie la voglia, dimostrandole coi fatti che sa
spezzargliela nelle mani, essa anche se per ora la
deponesse, tornerà ad impugnarla alla prima occasione».
Alla tesi
conclusiva di Fabbri potrebbero allora accostarsi due frasi
lucidamente anticipatrici – tratte dalle prefazioni di
Guérin a Fascismo e gran capitale – che perimetrano
lo spazio di un problema ancora decisivo per il nostro
presente. Marzo 1945: «Domani, le grandi “democrazie”
potrebbero riporre con tutta naturalezza l’antifascismo nel
magazzino degli attrezzi usati. Già fin d’ora, questa parola
magica, che ha fatto insorgere i lavoratori contro l’hitlerismo,
viene considerata con sospetto e avversata non appena serve
a riaggregare tra loro gli avversari del sistema
capitalistico». Novembre 1956: «Non bisogna dunque lasciarsi
ipnotizzare dal pericolo di un ritorno offensivo del
fascismo “puro”: la controrivoluzione potrebbe riapparire in
altre forme». Né andrà pertanto dimenticato che in Italia vi
è stata una forte continuità tra Fascismo «riassorbito dalle
istituzioni» e Repubblica. Nel 1960 si calcolò che 62 dei 64
prefetti in servizio erano stati funzionari fascisti. Lo
stesso valeva per tutti (tutti...) i 135 questori e per i
loro 139 vice. Poi, dopo il Sessantotto, vennero le stragi.
* * *
Oggi forse siamo
giunti a una soglia storica che potrà dare una risposta alla
vecchia domanda rinnovata da Marcuse. Sotto i nostri occhi
sono stati via via riattivati in Italia alcuni dei
dispositivi del nazifascismo che operarono dal 1938 al 1945:
il rastrellamento di corpi clandestini da espellere, la
detenzione in campi per aver commesso il «reato» di
esistere, i muri di separazione etnica, l’istituzione di
classi separate per «stranieri», l’accesso differenziale
alle cure mediche, una nuova politica sempre più cupa e
aggressiva di «salute pubblica». Negli anni Settanta la
fascistizzazione era un fenomeno anzitutto di vertici
statali, di continuità istituzionali tra Fascismo e
Repubblica, di tentati colpi di stato, di bombe nelle
piazze, di complotti e segreti nell’ombra. Adesso è invece
un fenomeno diffuso, capillare, in gran parte alla luce del
sole, articolato anzitutto sul razzismo e alimentato da tv,
governi, rotocalchi, amministrazioni locali. Si consideri
quanti vigili, poliziotti, carabinieri, consigli comunali
sono stati protagonisti negli ultimi anni di aggressioni o
provvedimenti razzisti contro rom e migranti: morti anomale,
pestaggi, torture, arresti ingiustificati, intimidazioni,
allontanamenti forzati, ordinanze antimigranti, prepotenze
di ogni genere. Il razzismo in Italia assomiglia ormai a una
Bolzaneto a cielo aperto. Ed è una «strategia della
tensione» adattata ai tempi nuovi: non più di vertice, ma
diffusa, a bassa intensità. Gli omicidi fascisti e razzisti
sono ormai una strage a rate. Persone ignare e inermi,
uccise per una sigaretta, una parola, un pacco di biscotti.
Proprio il clima di violenza xenofoba e «securitaria»,
fomentato in questi anni da politici, sindaci, giudici e
giornalisti, ha offerto nuova agibilità a gruppi e partiti
neofascisti e ha consentito la riorganizzazione della
destra. Non si tratta solo di un consolidamento operativo,
ma anche simbolico. A ben riflettere, l’attuale squadrismo
neofascista non avrebbe efficacia se non vi fosse un
disciplinamento autoritario diffuso che occorre ostacolare
in ogni sua forma: il perbenismo aggressivo, il
patriottismo, la propaganda martellante di «paure» razziste
e omofobe, il familismo opprimente, il sessismo, la volontà
di punire chi non fa figli bianchi italici cattolici, la
persecuzione contro prostituzione e aborto, la manipolazione
della memoria pubblica. Apparati statali e organizzazioni
neofasciste collaborano attualmente per costruire una
cultura di massa dell’odio e della discriminazione verso i
presunti «diversi» e per convincere le «classi espropriate»
– è questo uno dei caratteri del nazifascismo secondo
Marcuse – a considerarsi «come popolazione privilegiata nei
confronti dei “gruppi stranieri” sacrificati».
Per questo crediamo che oggi l’antifascismo non costituisca
affatto un residuo logoro del passato, ma un campo vivo e
irrinunciabile di pratiche e resistenze contro i processi di
disciplinamento sociale, nella scuola, sul lavoro, nel
privato, nella famiglia, nella società. Come ha mostrato
anche il recente Festival sociale delle culture
antifasciste svoltosi a Bologna dal 29 maggio al 2
giugno 2009, si tratta di raccogliere le sfide della
contemporaneità e sperimentare l’antifascismo del XXI
secolo. Catilina, lo pseudonimo che Fabbri si era scelto in
gioventù, parla ora a noi. Catilina parla ancora. |