Una
sabbia nera luccicante e leggermente radioattiva, fino a
qualche tempo fa il coltan valeva poco o niente. Oggi le sue
quotazioni sono centuplicate e la sua estrazione in Africa
ha scatenato una vera e propria corsa all'oro. Ma cosa c'è
dietro il commercio del coltan? Questo articolo tratto da
www.diario.it
, aprile 2001 ci svela i retroscena.
Metallo ricco mi ci ficco
Il coltan è
una specie di sabbia nera radioattiva e preziosissima. È il
nuovo business della Repubblica democratica del Congo.
Senza, non esisterebbero telefonini, aerei e PlayStation2.
KINSHASA.
Martin Nkibatereza si alza, raccoglie la sua sabbia nera e
la mette in un sacchetto di plastica. Sono almeno due ore
che scava e spezza le rocce con il piccone sotto il sole
cocente. Si asciuga il sudore della fronte con uno straccio
lercio e lurido e si ripara all'ombra di un mango per
consumare il suo pasto frugale: farina di manioca stemperata
nell'acqua. Ciononostante l'uomo è contento. Sa che la sua
fatica sarà ricompensata da un buon gruzzolo di dollari. Ha
però un po' di paura.
La zona è
piena di ribelli che ogni tanto, specie quando sono
ubriachi, attaccano sparando all'impazzata, senza un
obiettivo preciso. Così, per seminare terrore tra i civili.
Tutt'intorno ci sono uomini armati che guardano e
controllano. L'area da proteggere è strategicamente
importante, qui dalle miniere a cielo aperto si estrae il
coltan, il minerale più ricercato del momento.
Al calar del
sole centinaia di uomini come Martin escono dalle buche
scavate nel terreno e dalle lunghe trincee che tagliano le
colline, trasportando con fatica i loro sacchi di plastica.
Siamo nella giungla tropicale della Repubblica democratica
del Congo, nella parte orientale del Paese, dove dall'agosto
1998 infuria la guerriglia.
Da una parte
ci sono i ribelli e i loro alleati, soldati ugandesi e
ruandesi che occupano il territorio congolese, dall'altra le
milizie hutu che sostengono il governo di Kinshasa. In palio
ci sono le immense ricchezze del sottosuolo: oro, diamanti,
rame e ora anche il coltan, un minerale raro che contiene
tantalio e niobio (che un tempo di chiamava colombite). Per
sfruttare le miniere ci si sono messi in tanti: sudafricani,
americani inglesi e ora anche i russi e i kazaki, che fanno
la parte del leone.
FINO A
QUALCHE TEMPO FA NESSUNO LO VOLEVA.
Due volte
alla settimana un uomo chiamato Pierre arriva in miniera e
compra i sacchetti di sabbia nera a dieci dollari ciascuno.
Nessuno di quelli che lo scavano sa perché quell'uomo sia
così interessato ad acquistare fango. "Il coltan? Nessuno sa
cosa cos'è", risponde Martin asciugandosi il sudore, "è
utile?". "Il coltan", spiega il vecchio gestore delle
miniere del Congo quando ancora si chiamava Zaire, "veniva
sfruttato anche prima della Seconda guerra mondiale, ma è
diventato strategico solo da qualche anno. Prima valeva
pochissimo e nessuno voleva estrarlo. Spaccare le pietre
sotto il sole non è un lavoro piacevole. Ora è
richiestissimo dall'industria ultratecnologica e le
concessioni si sono moltiplicate".
A cosa serve
il coltan? A vederlo così non somiglia a niente. Solo fango
di sabbia nera con qualche debole scintilla di luce, come se
fosse quarzo. Se gli si avvicina una calamita si attacca. In
realtà il coltan è un minerale dall'importanza economica e
strategica immensa. In particolare, spiegano gli esperti,
serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei
chip di nuovissima generazione. Nei telefonini, per esempio,
o nelle telecamere o nei computer portatili dove il problema
più difficile da risolvere è quello della durata delle
batterie. I condensatori al tantalio permettono un risparmio
energetico e quindi una maggiore versatilità
dell'apparecchio. Questa la spiegazione ufficiale.
Ma parlando
con i commercianti che esportano il coltan viene fuori
un'altra strana verità. Il coltan è radioattivo e contiene
anche un bel po' di uranio. Non è forse che questo faccia
gola più della tantalite? Il commerciante che regala una
bustina di polvere di coltan a Butembo, nella parte
nordorientale del Congo, quella per intendersi controllata
dagli ugandesi, consiglia vivamente: "Non la tenga in tasca,
per carità! La radioattività potrebbe danneggiare i suoi
organi genitali".
Oltre a
essere l'ingrediente fondamentale nella costruzione dei
nostri telefoni cellulari, il coltan è usato nell'industria
aerospaziale per fabbricare i motori dei jet, oltre agli air
bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche. Quando in tutto
il mondo occidentale la gente impazziva perché nei negozi la
PlayStation 2 era introvabile, si era diffusa la voce che la
vera ragione fosse la carenza sul mercato della sabbia nera
che ogni giorno Martin Nkibatereza e i suoi colleghi
estraggono dalle miniere nella foresta africana.
Per alcuni
mesi la guerra ha impedito il lavoro nelle miniere e il
coltan non ha potuto raggiungere le sedi della sofisticata
industria hi-tech. Il prezioso minerale è naturalmente anche
la causa della guerra che sta devastando il Paese. I
proventi della vendita del minerale servono infatti a pagare
i soldati e ad acquistare nuove armi.
MORTI DI FATICA PER SFAMARE L'ESERCITO.
Il
Congo orientale è la più grossa riserva al mondo di coltan,
e in meno di due anni il valore del minerale è cresciuto a
dismisura. Fino alla settimana scorsa i ribelli che
controllano l'area hanno rivendicato il monopolio sulle
esportazioni. "Siamo in guerra", argomenta Bizima Karaha,
uno dei leader dell'Rcd, "dobbiamo mantenere i soldati e
tutta la logistica a loro necessaria".
"La realtà è
che la popolazione lavora fino allo sfinimento fisico nelle
miniere unicamente per sfamare l'esercito che ha trovato nel
prezioso minerale un'inesauribile fonte di arricchimento",
risponde Erik Kennes un economista belga che sta studiando
le implicazioni economiche e politiche del "miracolo coltan".
Prima della guerra il Kivu, la regione orientale del Congo,
era un'area molto fertile e aveva la reputazione di essere
il granaio del Paese. Riforniva di carne e verdure Kinshasa,
la capitale distante 1.600 chilometri. Con l'occupazione
ribelle il canale commerciale è stato definitivamente
interrotto e la gente ha cominciato a chiudere tutte le
attività, comprese quelle agricole e pastorali.
Da febbraio a
dicembre 2000 interi villaggi - si calcola oltre 10 mila
persone - sono stati trasferiti nella zona dei giacimenti
del coltan. L'organizzazione svizzera World Conservation
Union ha lanciato un grido di allarme chiedendo alla
comunità internazionale di boicottare il commercio del
minerale. Secondo gli ambientalisti elvetici le miniere a
cielo aperto congolesi stanno danneggiando l'ecosistema di
due riserve naturali considerate universalmente protette
dalla convenzione dell'Unesco World Heritage.
VITTIME TRA
LE POPOLAZIONI INDIGENE.
Nei parchi
nazionali di Kahuzi-Biega e Okapi si sono riversate migliaia
di persone che stanno alterando l'equilibrio ecologico della
foresta abbattendo alberi e uccidendo gli animali per
nutrirsi. La febbre di questo nuovo oro nero ha già
provocato un numero alto e imprecisato di vittime tra la
popolazione indigena della tribù Mbuti, oltre all'uccisione
di numerosi elefanti e alcune specie di gorilla. Quando alla
Borsa di Londra il prezzo del minerale si è moltiplicato per
dieci raggiungendo un picco di 400 dollari al chilo, i
guerriglieri del ribelle Rassemblement Congolais pour la
Democratie (Rcd), che governa la parte del Congo occupato
dalle truppe ruandesi, ha persino ordinato di sospendere
l'estrazione dell'oro per cercare il coltan.
"Con la
vendita dei diamanti riusciamo più o meno a guadagnare 200
mila dollari al mese", dichiara Adolphe Onusumba, presidente
della fazione ribelle che controlla anche la regione
diamantifera di Kisangani, "con il coltan arriviamo a
guadagnare oltre un milione di dollari al mese". I soldi
servono a pagare la logistica militare, il carburante degli
automezzi e degli aerei, il cibo ai 40 mila soldati
attestati su un fronte lungo 1.600 chilometri e,
naturalmente, le armi. "In realtà solo una piccola parte di
sabbia nera ha un certo valore", afferma Bernard, uno dei 19
comptoir, cioè compratori al dettaglio del Kivu, subito dopo
aver chiuso il suo telefono portatile con cui stava parlando
a un uomo d'affari tedesco, "una volta acquistati, i
sacchetti vanno analizzati e ripuliti". Da qualche mese
Bernard ha la tendenza a frenare gli acquisti.
È una
resistenza passiva, spiega, mostrando le carte che rivelano
affari per poche migliaia di dollari. Il malcontento ha
investito tutti i compratori locali del minerale da quando
l'Rcd, fiutando il business, ha deciso di serrare le briglie
e di imporre il monopolio sulle vendite all'estero. I
commercianti locali dichiaravano di aver comprato 40
tonnellate al mese e su quelle pagavano le tasse mentre i
dirigenti ribelli addetti alle finanze sapevano che ne
rivendevano oltre 140 tonnellate in nero. Inoltre mentivano
anche sul prezzo: sulla carta dichiaravano otto dollari al
chilo, in realtà ne guadagnavano da 30 a 80, secondo la
qualità.
Dallo scorso
novembre tutti i comptoir si sono visti annullare le loro
licenze commerciali e sono stati obbligati a rivendere il
coltan a una nuova società creata per l'occasione, la
Société minière des Grands Lacs (Somigl), di cui il
Rassemblement congolese detiene il 75 per cento del
capitale. La Somigl versa nelle casse del gruppo di
occupazione ribelle dieci dollari per ciascun chilo
esportato. Nelle prime due settimane di attività la società
ha già esportato più di 30 tonnellate di coltan, per un
ricavo di 550 mila dollari, cifre da capogiro. La ragione
ufficiale dell'istituzione di un regime di monopolio è
quella di "combattere le frodi", controllando
l'esportazione. Invece, secondo i comptoirs, i ribelli
ruandesi intendono solo riempire le loro casse di denaro.
NIENTE DI NUOVO IN CONGO.
dall'inizio
della guerra, nel 1998, tutti i belligeranti stranieri -
compresi Zimbabwe, Angola e Namibia, amici del governo di
Kinshasa - si sono buttati sulle enormi ricchezze del Congo.
"È tornato il Congo di Leopoldo II. Chiunque può venire e
prendere la sua parte", ironizza un prete cattolico di Goma.
In effetti, prima dell'ordinanza sul monopolio delle
esportazioni, i soldi gestiti dai compratori locali
circolavano tra la popolazione.
Oggi il
milione di dollari mensile guadagnato nell'esportazione del
coltan rimane solo a disposizione dei leader dell'Rcd. La
rabbia dei commercianti è diventata ancora più forte quando
i leader dell'Rcd hanno affidato la gestione e la direzione
della Somigl a una donna ricca dal passato oscuro e la
reputazione solforosa: Aziza Gulamali Kulsum, una meticcia
araba e burundese di etnia hutu.
Proprietaria
di una fabbrica di sigarette a Bukavu, al confine con il
Ruanda, la donna dirige anche la propria attività di
comptoir con una catena di negozi che acquistano la preziosa
sabbia nera direttamente dai minatori. Per anni Aziza è
stata la principale finanziatrice della ribellione hutu in
Burundi che dispone di basi segrete anche in Congo. La donna
ha costruito un impero fondato su un gigantesco contrabbando
di sigarette, oro, avorio, diamanti, armi, e ora anche di
coltan.
"Quando il
prezzo del coltan è salito alle stelle", racconta il
presidente dell'Rcd, "stavamo cercando una figura che
potesse aiutarci a fare dei soldi e gestire il monopolio per
il commercio del minerale. Abbiamo pensato subito a madame
Gulamali perché conosce ogni canale legale e illegale di
questo Paese. E poi da quando collabora con noi ha smesso di
vendere le armi agli hutu". Dopo l'allontanamento della
ribellione hutu dal Congo orientale, grazie all'occupazione
dell'esercito tutsi ruandese, mascherato da ribellione
interna, pare che la donna abbia deciso di prendere le
distanze dai suoi vecchi amici ed entrare in affari con i
nuovi leader venuti da Kigali.
CARNEFICI E VITTIME D'ACCORDO
IN NOME DEL COLTAN.
Tuttavia i
bene informati rivelano che la società di Aziza, la Shelimed,
compra la sabbia nera da chiunque, anche dalle miniere
controllate dagli attuali nemici dei suoi soci e dalle
milizie hutu ruandesi che hanno bisogno di denaro contante
per comprare i kalashnikov. Gli autori e le vittime del
genocidio ruandese sembrano così aver inventato un modello
di esistenza basato sul commercio.
La
leggendaria madame si interessa personalmente a tutto. È lei
che controlla la merce e si assicura che la sabbia nera sia
imbarcata a bordo di aerei protetti dalle squadre speciali
dell'esercito ruandese, per essere esportato a Kigali. Nelle
zone controllate dagli ugandesi, invece, il monopolio non è
mai esistito. A Butembo, per esempio, operano sei grossi
compratori stranieri, ufficialmente in concorrenza tra loro.
Lo strano, però è che operano in sordina, discretamente. La
visita in uno di questi uffici se da un lato lascia
insoddisfatti, dall'altra sorprende.
Gli impiegati
stranieri, a parte un ugandese, sono tutti ex sovietici:
russi o kazaki, forse, i quali non vogliono rivelare la loro
identità. "Meglio che non le diciamo i nostri cognomi. Io
sono Alexiei, lui è Misha. Niente di più. Viviamo in
Sudafrica da anni e ora siamo qui solo per seguire il
business del coltan". Ma chi lo compra? Solo alla fine di
una conversazione che dura più di un'oretta si riesce a
strappare a denti stretti: "Il Kazakistan".
Informazioni
riservate in possesso delle Nazioni Unite rivelano che in
Kazakistan è diretta la maggior parte del coltan estratto da
queste parti e che a organizzare il traffico sia addirittura
la figlia del presidente kazako, Nursultan Nazarbaev,
attraverso società di comodo e partner belgi. Particolare
inquietante, la figlia di Nazarbaev è sposata con Vassili
Mette, direttore generale della Ulba, la società kazaka che
si occupa dell'estrazione e della raffinazione dell'uranio e
che possiede uno degli impianti più grandi del mondo.
Naturalmente non sarebbero estranei al traffico i familiari
dei presidente ugandese Yoweri Museveni, e in particolare il
fratello Salim Saleh, noto per avere lo zampino in qualunque
affare poco pulito che coinvolga il suo Paese.
UN'INCHIESTA
DELL'ONU.
Il traffico
illegale di materie prime del Congo è diventato talmente
drammatico che il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha
istituito una commissione di inchiesta che sta attualmente
indagando sullo sfruttamento illegale delle risorse
congolesi, tra cui il coltan, e del collegamento con il
conflitto in corso. Un primo rapporto degli esperti delle
Nazioni Unite è appena stato pubblicato rivelando che "le
attività commerciali dei Paesi stranieri "invitati" da
Kinshasa e "non invitati" presenti in Congo oltrepassano la
qualifica di "sfruttamento illegale", ma sono diventate un
vero e proprio "saccheggio sistematico" delle ricchezze del
ricchissimo Paese.
I destinatari
finali sono, per ordine di importanza, i seguenti Paesi:
Stati Uniti, Germania, Belgio e Kazakistan". Lo sfruttamento
delle materie prime è una partita di poker che si gioca fra
più fazioni su un campo in rovina. Ma fino a quando?
A Bruxelles
all'Istituto di studi internazionali sulla tantalite,
frenano gli entusiasmi sulla frenesia attuale che circonda
il miracoloso minerale. La crescita favolosa del prezzo del
coltan nel 2000 è stata eccezionale, ma la tendenza attuale
è un po' al ribasso. L'Africa deve fare i conti con la
concorrenza dell'Australia e del Brasile, che stanno
scoprendo giacimenti di colombite-tantalite. Difficile dire
se la febbre del coltan rimarrà solo un miraggio.
È certo però
che la strana sabbia nera è un anello indispensabile della
catena lucrativa che è alla base della cosiddetta new
economy, e l'industria hi-tech continuerà a finanziare la
più grande e sanguinosa guerra africana. Per il momento,
senza sapere il perché, i contadini nella foresta congolese
continuano a riempire i loro sacchetti di sabbia. |