Tu come vedi il futuro di questa terza rivoluzione industriale: come un futuro di libertà o come un futuro di autoritarismo?
Credo che l'atteggiamento più corretto di fronte a certe nuove rivoluzioni tecnologiche sia quello di considerarle In partenza come neutrali. L'esito di queste rivoluzioni, infatti, così come è sempre accaduto nel passato, non dipende dallo strumento in sé, ma dal modo col quale gli uomini decidono di utilizzarlo. Per essere più chiaro: io vedo oggi la possibilità di due processi contemporanei: da una parte un uso della microelettronica per rafforzare il potere dei gruppi economici dominanti, il potere di quello che in una parola viene chiamato il complesso militare industriale. Dall'altra però vedo una grande diffusione di nuove conoscenze che può portare ad un arricchimento di tutta la civiltà (…) Oggi non sono entrati in discussione soltanto gli assetti produttivi e le strutture del capitalismo maturo, ma siamo di fronte a una vera e propria crisi del mondo. Viviamo in un'epoca per molti aspetti suprema della storia dell'uomo sia per le possibilità che per i rischi. L'allarme non riguarda solo il rapporto tra lo Stato e l'elettronica ma riguarda anche i fiumi, i laghi, i mari, l'aria che respiriamo, l'atmosfera e la troposfera della terra. Grava infine sull'umanità l'incubo di una crescente insufficienza delle risorse alimentari (…)
Insistiamo ancora
sul tema dell'elettronica.
Come deve prepararsi il
partito ad affrontare questa
nuova epoca?
Innanzitutto bisogna
impadronirsi il più
possibile della conoscenza
di questi fenomeni. A tutti
i livelli. Su questa base
bisogna poi definire
politiche adeguate a
stimolare, a orientare,
controllare e condizionare
le innovazioni in modo che
non siano sacrificate
esigenze vitali dei
lavoratori e dei cittadini.
Ma bisogna anche saper
vedere i problemi che si
pongono per la composizione
sociale del partito. Credo
che dobbiamo ormai
considerare come un dato
ineluttabile la progressiva
diminuzione del peso
specifico della classe
operaia tradizionale. Le
congiunture economiche
possono, di volta in volta,
accelerare o decelerare
questa tendenza. Con le
lotte sindacali e politiche
si deve poi intervenire n
questi processi, per evitare
che essi assumano un
carattere selvaggio e si
risolvano n un danno per i
lavoratori.
Ma la tendenza è quella.
Alcuni traggono da ciò la
conclusione che la classe
operaia è morta e che con
essa muore anche la spinta
principale alla
trasformazione. Secondo me
non è così. A condizione che
si sappiano individuare e
conquistare alla lotta per
la trasformazione socialista
altri strati della
popolazione che assumono,
anch'essi, in forme nuove,
la figura di lavoratori
sfruttati come i lavoratori
intellettuali, i tecnici, i
ricercatori. Sono anch'essi,
come la classe operaia, una
forza di trasformazione. E
poi ci sono le donne, i
giovani.
Si può arrivare a
dire che i lavoratori
intellettuali sostituiranno
la classe operaia
tradizionale?
È una domanda che si spinge
molto avanti nel tempo.
Forse avanti di alcuni
decenni. Comunque già oggi i
processi industriali
spingono a far sostituire da
questi strati notevoli
settori di classe operaia.
Mi pare però che sia
assolutamente da respingere
l'idea che questi nuovi
processi costituiscano una
confutazione del marxismo e
del pensiero di Marx in
particolare. Il carattere
sociale della produzione (e
anche della informazione
come fattore di produzione)
è sempre ancorai n contrasto
con il carattere ristretto
della conduzione economica.
Questo assunto di Marx non è
smentito neanche dalla
rivoluzione elettronica.
Ma in un mondo nel
quale le informazioni, anche
le più sofisticate, possono
arrivare direttamente nelle
case della gente, resisterà
il partito di massa? Avrà
ancora un senso un partito
che costruisce un proprio
sistema autonomo di
informazione con gli
iscritti? L'elettronica non
spezzerà il circuito della
partecipazione?
La questione esiste ed è
anche più ampia di quella
che tu poni. Non riguarda
solo il PCI e i partiti di
massa ma riguarda il destino
e le possibilità stesse
dell'associazione
collettiva. Io francamente
credo che questa esigenza
sia una esigenza
irrinunciabile dell'uomo e
continuerà ad esistere anche
se in forme diverse dal
passato. La lotta, la
pressione di massa saranno
sempre necessarie. Certo si
può immaginare un mondo nel
quale la politica si riduca
solo al voto e ai sondaggi;
ma questo sarebbe
inaccettabile perché
significherebbe stravolgere
l'essenza della vita
democratica. Ma già si parla
di "democrazia elettronica":
la gente risponde da casa ai
quesiti posti sul video
dall'amministrazione.. La
democrazia elettronica
limitata ad alcuni aspetti
della vita associata
dell'uomo può anche essere
presa in considerazione. Ma
non si può accettare che
sostituisca tutte le forme
della vita democratica (…)
Uno slogan che fa
parte della cultura
socialista e comunista parla
del "sol dell'avvenire". Da
raggiungere, da conquistare,
nel quale credere. In una
civiltà in cui angoscia e
segni di morte sembrano
prevalere, ha ancora senso
questo slogan?
Intanto c'è un paradosso:
sul sole dell'avvenire oggi
discutono più gli scienziati
che i comunisti: infatti uno
degli orizzonti più ricchi
che si può aprire per uomo
nasce proprio dalla
possibilità di una piena
utilizzazione dell'energia
solare. Ecco un modo
scientifico di rifarsi
ancora all'idea del sol
dell'avvenir"! Ma tolto
tutto quello che di
utopistico, che pure nel
passato questo slogan
esprimeva, io credo che esso
non vada affossato. Quali
furono infatti gli obiettivi
per cui è sorto il movimento
per socialismo? L'obiettivo
del superamento di ogni
forma di sfruttamento e di
oppressione dell'uomo
sull'uomo, di una classe
sulle altre, di una razza
sull'altra, del sesso
maschile su quello
femminile, di una nazione su
altre nazioni. E poi: la
pace fra i popoli, il
progressivo avvicinamento
fra governanti e governati,
la fine di ogni
discriminazione nell'accesso
al sapere e alla cultura.
Ebbene, se guardiamo alla
realtà del mondo d'oggi chi
potrebbe dire che questi
obiettivi non sono più
validi? Tante incrostazioni
ideologiche (anche proprie
del marxismo) noi le abbiamo
superate. Ma i motivi, le
ragioni profonde della
nostra esistenza quelle no,
quelle ci sono sempre e ci
inducono ad una sempre più
incisiva azione in Italia e
nel mondo.
