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Dunque la Banca «europea» si affida ad agenzie di
rating americane tipo Standard & Poors (sono loro che danno i voti), le
quali non hanno nulla di obbiettivo - legate come sono all'ideologia e agli
interessi finanziari speculativi USA - per giudicare la nostra
affidabilità come debitori. E la minaccia pregiudica in primo luogo
proprio l'Italia.
I Buoni del Tesoro italiani sono quasi un terzo dei titoli
trattati nella zona euro, grazie a Ciampi che decise di indebitare l'Italia con
l'estero anziché, come prima, con i suoi cittadini.
Se
la BCE non
accetterà più i nostri titoli, li renderà non negoziabili sul mercato.
I
nostri tassi d'interesse schizzeranno alle stelle.
Forse per noi cittadini
non tutto il male verrebbe per nuocere: ricominceremmo a comprare BOT redditizi,
anziché dilapidare i nostri risparmi in «investimenti consigliati» dai
banchieri, tipo Parmalat o Argentina.
Ma «l'EIR
Strategic Alert» ci segnala un altro
scenario, non meno
inquietante.
La
BCE avrebbe fatto questo passo come prima fase di un progetto
per arrivare a una Europa Monetaria «ristretta» a Francia, Germania (e
Lussemburgo, Liechtenstein, ecc.), escludendo i Paesi meno virtuosi, come
Italia, Grecia, Portogallo.
L'EIR prosegue:
«questo della 'eurozona ristretta' è uno scenario messo a punto da ambienti
oligarchici che intendono 'mantenere in vita l'euro dopo la sua morte'. Il
trucco dovrebbe servire soprattutto a tenere la Germania entro una UME 'riformata e
snellita' in modo tale da impedirle di liberarsi dalle pastoie di Maastricht e
tornare così al marco tedesco, cioè capace di emettere sovranamente il credito
per lo sviluppo. Questo progetto ha i suoi principali sostenitori in Francia,
soprattutto tra gli eredi di quel Mitterrand che volle impastoiare
la Germania
con l'euro, come prezzo per la riunificazione tedesca. In tale contesto, il 10
novembre, la BCE è intervenuta per bloccare la proposta di
riforma della Banca d'Italia preparata dal governo, che comprende un
trasferimento delle azioni della Banca Centrale, possedute dai privati, allo
Stato. Il rappresentante della BCE Lorenzo Bini Smaghi ha annunciato che se la
riforma della Banca d'Italia sarà approvata, la BCE farà ricorso alla Corte di Giustizia
Europea in quanto la riforma violerebbe le regole di 'indipendenza' delle Banche
Centrali».
Palesemente la BCE non vuole
il controllo dello Stato
nemmeno sulla spettrale Bankitalia: ciò
che teme è la sovranità monetaria degli Stati, ed è decisa a ricorrere ad ogni
mezzo, anche rovinoso, per mantenerci in riga.
La Banca d'Italia resterà perciò proprietà
privata, delle banche controllanti-controllate (collegate alla «oligarchia») ma,
piccolo particolare, gli stipendi di Bankitalia restano a carico nostro, ossia
di noi contribuenti.
E sono stipendi enormi, come abbiamo appreso: un
dipendente della nostra Banca Centrale prende in media (da noi) 153 mila dollari
l'anno, contro i 91 mila dollari della Banca Centrale USA, la Federal
Reserve.
Il monte-stipendi di Bankitalia è tra i più salati
del mondo; ci costa 1,237 miliardi di dollari l'anno (oltre un miliardo di euro,
2.000 miliardi di lire), contro i 1,009 della Banca Centrale tedesca, e i 377
milioni (non miliardi) della Banca Centrale del Giappone.
La Federal Reserve
costa di più (1,5 miliardi di dollari) ma ha parecchie responsabilità in più, e
fra l'altro è una banca di emissione, cosa che la nostra inutile Bankitalia ha
cessato di essere.
Ma gli stipendi
dei nostri principi della banca
«pubblica» e privata sono aumentati del
10% nell'ultimo anno.
C'è da chiedersi perché dobbiamo pagare
tanto i servizi che degli incompetenti rendono non al popolo italiano, ma alle
oligarchie di cui sono servi?
Se li paghino gli oligarchi, i loro
maggiordomi.
Maurizio Blondet
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