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Sono parole che non hanno
bisogno di tanti commenti: mi pare che lei pensi a una crisi di sistema, o
sbaglio?
Non c'è dubbio. Siamo di fronte a una crisi epocale e di sistema. Una crisi
che ha dei punti di non ritorno. Le difficoltà economiche di oggi non
possono essere risolte come in passato ma richiedono nuovi assetti
istituzionali, nuovi equilibri, un diverso rapporto tra Stato ed economia.
Dobbiamo renderci conto che è arrivato il momento di mettere a nudo i limiti
dell'economia di mercato globalizzata. D'altronde lo stesso Adam Smith aveva
capito che il mercato andava inserito in un sistema di controlli. I
liberisti? Nel 2000 e ancor prima credevano di aver conquistato il mondo.
«E' finita l'deologia è iniziata la libertà», gridavano ai quattro venti. In
realtà la vera ideologia era la loro ed è quella ideologia che ha registrato
un clamoroso fallimento.
C'è chi ha fatto dei paragoni con la grande crisi del '29. Lei che ne pensa?
Attenzione, la crisi del 1929 fu molto diversa. Fu una crisi strisciante che
durò anni. La caduta iniziale delle Borse non fu così drammatica ma i
ribassi dei valori dei titoli continuarono fino al 1933 quando ci si rese
conto che il valore di Borsa si era ridotto di tre quarti rispetto al 1929.
Il New Deal di Roosevelt nacque proprio per gestire la grande depressione e
ancora nella seconda metà degli anni 30 negli Stati Uniti si assisteva al
crollo del Pil e a una caduta dei profitti. Io credo che la la crisi del '29
fu purtroppo risolta dalla seconda guerra mondiale. Solo allora si uscì
dalla grande depressione.
E la crisi attuale?
La crisi attuale non è partita nel 2007. Le basi di quello che sta accadendo
ora vengono poste alla fine del millennio passato con la bolla della new
economy. Si scopre che il sistema economico e finanziario mondiale è un
insieme di grandi bolle speculative che prima o poi esplodono con effetti
drammatici. Nel 2000 poi scoppia l'altro fenomeno che caratterizza la nostra
epoca: il debito pubblico. E proprio all'inizio di questo millennio che
torna l'nstabilità dei mercati di keynesiana memoria. E con l'instabilità si
fa sempre più gigantesco il deficit degli Stati Uniti. Un deficit, si badi
bene, che viene finanziato in gran parte dai paesi asiatici e in particolare
dalla Cina. Ecco l'intreccio tra est e ovest che molti osservatori hanno
sottovalutato. Ma all'inizio del 2000 si verifica il fenomeno più grave
della storia economica recente: inizia una totale, forsennata e
irresponsabile deregolamentazione. Anche in questo caso gli effetti sono
gravidi di conseguenze: gli animal spirits dei banchieri prendono il
sopravvento e sul mercato vengono messi prodotti ad alto rischio. Come ha
detto Warren Buffett le banche e i banchieri hanno inventato prodotti e
strumenti finanziari che si sono rivelati armi di distruzione di massa. C'è
una grave responsabilità in tutto ciò e non sappiamo se mai qualcuno pagherà
per i guasti che sono stati fatti al sistema.
Mi pare che il guaio vero sia che gli animali della finanza abbiano
infettato anche l'economia reale. Non è così?
Certo che è così. L'esempio dei fondi pensione è drammatico da questo punto
di vista. Lì non si tratta semplicemente di un crollo di titoli azionari, in
quel caso dietro la caduta di corsi di Borsa ci sono le liquidazioni di
milioni di persone messe a rischio dalle belve selvagge. Chi sono le belve
selvagge? E' una definizione efficace con la quale Martin Wolf definisce la
finanza moderna: una giungla abitata da belve selvagge. Ora io credo che per
il futuro non sarà più possibile immaginare un sistema economico interamente
dominato dalla finanza. Lei mi chiede come mai malgrado le iniezioni di
liquidità immesse nel sistema dai governi la crisi persiste e si aggrava. Io
le rispondo che oggi il problema non è più quello della liquidità ma quello
dell'insolvenza delle grandi imprese industriali e bancarie. Il virus è
ormai insediato nell'economia reale. Oggi paghiamo i costi dell'illusione
liberista. L'illusione che nel mercato del lavoro, ad esempio, si potesse
risolvere la crisi con un equilibrio spontaneo del mercato. Keynes l'aveva
già capito: la disoccupazione è uno dei sintomi dell'instabilità permanente
del capitalismo.
Come si esce dal questa crisi?
Intanto dobbiamo sapere che il centro di gravità del mondo è cambiato, si è
spostato dagli Stati Uniti alla Cina. Gli Stati Uniti hanno dominato per
anni ma ora hanno soltanto il primato del deficit puublico, mentre la Cina è
il paese che possiede assieme ai paesi asiatici la maggior parte dei titoli
del debito pubblico americano. Io credo che un'utopia possibile sia una
sorta di Commonwealth composto da Cina Europa e Stati Uniti in grado di
ricucire il sistema finanziario mondiale. Io penso ad esempio a un authority
internazionale sui mercati finanziari. Per far ciò è assolutamente
necessario che ci sia un ritorno del ruolo degli Stati e dunque del primato
della politica sull'economia, altrimenti sarà un disastro. Non possiamo
permetterci la memoria corta. La crisi del '29 ebbe come sbocco drammatico
gli Stati totalitari in Italia e Germania e poi la seconda guerra mondiale.
Se vogliamo evitare catastrofi di quelle dimensioni dobbiamo immaginare un
nuovo multilateralismo in grado di controllare e gestire la crisi. |