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Consideriamo a riguardo
che alcune delle più grandi banche del mondo (ed in teoria anche le più
solide e sicure) sono state recentemente in prossimità di un default
finanziario, prospettiva impensabile fino a cinque anni fa.
Tralasciando l'analisi macroeconomica già trattata in altre
occasioni ritengo
interessante soffermarmi sui modi e tempi messi in essere dal nostro paese
nell'eventualità che si verifichi un caso Northern Rock anche in Italia. A
riguardo infatti il nostro paese prevede per legge la presenza di un
organismo di garanzia che possa contribuire al mantenimento della stabilità
finanziaria evitando appunto comportamenti di bank running, il nome di
questo organismo viene riportato solitamente sull'intestazione di ogni
estratto di conto bancario: a proteggere i depositi dei risparmiatori e
correntisti italiani ci pensa il cosidetto FITD ovvero il Fondo
Interbancario di Tutela dei Depositi. Il nome in sè dovrebbe già rassicurare
chi sta leggendo. In teoria dovrebbe essere così. Ma siamo certi che anche
una sua estrema applicazione pratica non consenta il salvataggio di quanto
depositato ?
Cominciamo con una buona notizia. L'unica, purtroppo, a mio giudizio.
L'Italia detiene l'assicurazione con l'importo maggiore (103.000 euro)
all'interno dell'Unione Europea a copertura dei depositi presenti presso i
suoi istituti di credito. Altri paesi europei sono molto meno virtuosi di
noi, in Francia, per esempio, la copertura è di 70.000 euro, in Germania di
20.000 euro e nel Regno Unito circa 45.000 euro. Per una volta tanto
l'Italia eccelle sugli altri.
Quello che dovremmo conoscere non è tanto il massimale assicurato
dall'organismo di garanzia (che non ha fatto altro che recepire una
direttiva comunitaria la quale imponeva un minimo di garanzia di almeno
20.000 euro), ma le modalità di intervento del fondo di garanzia per far
fronte alla stabilità e solidità del sistema bancario italiano. Tanto per
iniziare, sappiate che questo fondo non è un contenitore di liquidità e
risorse finanziarie o meglio ancora non è una cassaforte che detiene oro,
euro, immobili e preziosi, come nell'immaginario collettivo si pensa tutt'oggi.
Niente di tutto questo. Nella fattispecie infatti il Fondo Interbancario di
Tutela dei Depositi è un consorzio obbligatorio di diritto privato a cui
aderiscono le circa 300 banche presenti nel territorio italiano (tranne le
banche di credito cooperativo che hanno a loro volta un proprio fondo di
tutela dei depositi).
Un eventuale intervento di questo fondo a copertura di un default
finanziario di un istituto di credito italiano si configura pertanto come un
intervento congiunto in comune partecipazione da parte di tutte le altre
banche che aderiscono al fondo attraverso l'immissione di liquidità e/o
fondi nel sistema o nella banca sventurata ormai in crisi o insolvenza
manifesta. In buona sostanza questo fondo è privo di risorse proprie. Il
fondo, che dovrebbe chiamarsi consorzio e non fondo a mio modesto parere, si
preoccupa di coordinare, a livello di tesoreria, gli accantonamenti
contributivi di cui ogni banca deve rispondere in base al volume dei suoi
depositi e ad uno specifico livello di rischio.
Questo tipo di approccio
presuppone una lentezza di intervento nell'effettuare eventuali rimborsi nel
caso del fallimento di un soggetto bancario, a causa della necessità di
raccogliere i conferimenti da parte delle varie controparti bancarie,
sottolineando invece una preoccupante inefficacia in caso di crisi
strutturale dell'intero sistema bancario.
Questa considerazione infatti permette di intuire come agisce il fondo a
livello pratico: se una banca fallisce, tutte le altre intervengono per
sorreggerla attraverso il ricorso a fondi propri appositamente accantonati
(o almeno che dovrebbero essere stati prudentemente accantonati). Mentre nel
caso di una crisi strutturale del sistema (quella menzionata da Alan
Greenspan), quindi per esempio due grandi gruppi bancari che si trovassero
in situazioni analoghe a quelle della Northern Rock, il fondo risulterebbe
sostanzialmente incapace di intervenire. Questa incapacità deriverebbe da
uno stato di insolvenza che colpirebbe con effetto domino una moltitudine
significativa di banche aderenti al fondo incapaci a loro volta di sostenere
le prime in default.
In questa eventualità solamente un intervento pubblico potrebbe essere in
grado di salvare l'intero sistema bancario. Per l'ennesima volta compare lo
spettro del prestatore di ultima istanza che attualmente in Italia ed in
Europa non è ancora molto ben identificato ovvero il soggetto che per ultimo
dovrebbe essere in grado di mettere una pezza finale al buco che si è venuto
a formare. A riguardo allora ognuno di voi tragga le dovute considerazioni
sulla base di quanto proposto recentemente in occasione del meeting Ecofin
svoltosi in Slovenia, all'interno del quale i banchieri centrali dell'Unione
Europea hanno proposto un memorandum of understanding dal quale si evince la
totale assenza di interventi con denaro pubblico a sostegno dell'azionariato
di banche in eventuali difficoltà.
Pertanto consiglio a tutti
di aprire il prima possibile un conto di deposito presso il Banco delle
Giovani Marmotte in quanto grazie alle fideiussioni di Zio Paperone potremmo
contare su una banca solida ed in grado di resistere anche ai take over
ostili da parte di Rockerduck: grazie alle competenze di Qui, Quo e Qua,
finalmente saremo in grado di costruire un innovativo ed inattacabile
sistema bancario. |