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Vi ricordate la conversazione tra Mrs e Mr Bridge nel film di
Ivory? Dice lei, con il libro in mano: «Mi stavo chiedendo se hai mai
letto Veblen. - Chi? - Thorstein Veblen, La teoria della classe
agiata». Dice lui, in poltrona: «Senti, ho avuto una giornataccia. Non
posso passare la serata a parlare di un socialista svitato ... ». Ecco.
Forse non si può ripetere tale e quale la definizione di Wright Mills:
«Thorstein Veblen è il miglior critico dell'America che l'America abbia
prodotto». Bisognerebbe dire oggi: è uno dei migliori.
Comunque,
senz'altro vera, e più attuale che mai, è quest'altra definizione di
Wright Mills: «Thorstein Veblen si rese conto che il mondo in cui viveva
era dominato da quello che si potrebbe definire il "realismo dei pazzi".» Stiamo
parlando di un libro, un classico delle scienze sociali ma anche degli
studi storici del Novecento, che compie cento anni, appunto La teoria
della classe agiata, ripubblicato da Comunità, nella stessa traduzione
Einaudi di Ferrarotti, risalente a cinquant'anni fa.
Un testo dunque che ha circolato nella nostra cultura, ma che forse ha
inciso nelle sue pieghe meni di quanto avrebbe dovuto. Il riformismo
debole di casa nostra non ha trovato il coraggio nemmeno di riferirsi a
questa anticipata critica interna delle società affluenti, attraverso il
racconto dello stile di vita delle classi dirigenti.
Perché questo è
il discorso. Il termine "agiatezza"
come qui è usato, non indica ignavia né ozio. Ciò che esso indica è un
consumo, non produttivo di tempo. Il tempo è speso senza un lavoro
produttivo.
1) per un senso di
indegnità del lavoro produttivo, e
2) come un segno della capacità finanziaria di condurre una vita oziosa».
Il termine di «classe
agiata» viene da
lontano. Si trova già nei più alti gradi della civiltà barbarica.
Comprende
guerrieri e sacerdoti, anzi classi nobili e sacerdotali, insieme a molti
elementi del loro seguito. « ... L'istituzione di una classe agiata è
emersa gradualmente durante il trapasso dal primitivo stato selvaggio alla
barbarie; o più precisamente, durante il trapasso da un'abitudine di vita
pacifica a un'altra costantemente bellicosa». La distinzione tra
occupazioni industriali e non industriali «è una forma derivata della
distinzione barbarica fra impresa gloriosa e lavoro degradante».
Due classi, «delle
gesta e dell'industria»:
gesta e acquisto per rapina da una parte, occupazione industriale
dall'altra, come distinzione antagonistica. «Non c'è nessun momento
nell'evoluzione culturale prima del quale non si incontri la lotta... Così
è impraticabile una civiltà di rapina nei tempi antichi, finché le armi
non si sono sviluppate a un punto tale da fare dell'uomo un animale
temibile». Poi, «nell'ulteriore evoluzione culturale il sorgere di una
classe agiata coincide con l'inizio della proprietà».
La a primissima forma di proprietà è proprietà delle donne
da parte degli uomini capaci della comunità. «L'usanza di rapire donne al
nemico come trofei diede origine a una forma di proprietà-matrimonío, che
mise poi capo alla famiglia governata da un maschio». Dalla proprietà
delle donne il concetto di proprietà si allarga fino a comprendere tanto
le cose quanto le persone. «Dovunque si trova l'istituzione della
proprietà privata, anche in forma poco sviluppata, il processo economico
ha il carattere di una lotta fra uomini per il possesso dei beni... La
proprietà ebbe origine come bottino considerato quale trofeo della razzia
fortunata».
Quando l'orda
comincia a svilupparsi in una comunità industriale più o meno
autosufficiente, «la proprietà accumulata
sostituisce sempre più i trofei delle gesta predatorie come esponente
convenzionale di strapotere e di successo». «Il possesso della ricchezza
che all'inizio era considerato semplicemente prova di capacità,
nell'opinione popolare diventa esso stesso atto meritorio». Così Veblen,
nei primi capitoli della Teoria della classe agiata che precedono
quelli decisivi su L'agiatezza vistosa e Il consumo vistoso.
Dove - come dice Ferrarotti - questo studioso eretico, isolato, uomo di
insuccesso, inventa un linguaggio per le scienze sociali del futuro,
attraverso formule fortunatissime come «istinto dell'efficienza»,
«confronto antagonistico. , o «sciupio onorifico». Oltre a fungere da
ponte tra Alfred Marshall e Schumpeter, riguardo a una teoria innovativa
dell'imprenditore. Pensiero sociale il suo, non specialistico, proprio di
uno spirito insofferente. Wright Mills definisce Veblen «una sorta di
Wobbly intellettuale». I
Wobblies, gli
Industrial Workers of the World, furono, tra il 1905 e il 1920, il più importante gruppo
proletario rivoluzionario degli Stati Uniti.
Del resto lo stesso Wright
Mills considerava attuale nel '53, e noi possiamo considerare attuale nel
'99 quello che Veblen scrisse nel '22: «L'America dei nostri giorni è
stata sulla via di diventare una specie di clinica psichiatrica. Per
capire il nostro paese vi sono senza dubbio molte altre cose da tener
presenti, ma il problema americano non si può comprendere se non si tiene
in debito contò un certo diffuso squilibrio e confusione mentale... Forse
la prova più tipica e semplice di questo squilibrio psicologico si può
vedere nella inaudita e febbrile credulità da cui sono affetti gran parte
degli americani».
Veblen, nato nel Wisconsin, da una famiglia di
emigrati norvegesi, è cultura europea impiantata in terra americana.
Precursore dei francofortesi nel States. Nello stesso tempo è una delle
poche correzioni anglosassoni del marxismo europeo. Fece un tentativo di
scrivere quel capitolo antropologico mancante nell'opera scientifica di
Marx. Ci ha descritto l'uomo capitalistico, qualcosa di più
sociologicamente pregnante de «il borghese» di Sombart. Tra l'altro si
tratta anche della donna, come mostra il gustosissimo capitolo su
L'abbigliamento come espressione della cultura finanziaria.
Ma
abbiamo insistito sugli stadi primitivi di evoluzione nella psicologia di
ostentazione della ricchezza e del potere, in una parola della proprietà,
perché Veblen insiste molto sulla «conservazione
delle caratteristiche arcaiche»,
nelle fasi più avanzate dello sviluppo: fino a un ritorno di
caratteristiche barbariche nella civiltà industriale, e noi possiamo
tranquillamente aggiungere, nelle società post-industriali.
La
differenza è che l'adattamento selettivo darwiniano alla lotta per
l'esistenza in una civiltà di rapina, non è più qui monopolio di una
classe agiata ristretta, si è democraticamente esteso a una classe agiata
diffusa, la società dei due terzi, comprendente il piccolo borghese,
l'intellettuale medio, il lavoratore autonomo di prima e seconda
generazione e, nella speranza dei cantori del nuovo, anche il prossimo
lavoratore, flessibile, atipico, giovane e senza diritti, solo così avrà
«l'opportunità» di passare dalla inoccupazione al lavoro. Scrive Vleben
nel capitolo nono: «La
caratteristica saliente della civiltà barbarica è una emulazione e un
antagonismo incessanti fra le classi e gli individui».
Possedere tratti selvaggi pacifici non aiuta nella lotta per la vita.
Come
non servono in regime di competizione «le doti di buon carattere, equità e
simpatia per tutti». «Si può dire che, entro certi limiti, la libertà
dagli scrupoli, dalla simpatia, dall'onestà e dal rispetto per la vita,
favorisca il successo dell'individuo nella civiltà finanziaria».
Rileggiamoli questi classici del Novecento, grandi anticipazioni
sull'esito del secolo, lucidi sguardi sulle ombre che si addensano alla
fine. Qualche libro in meno di quelli che escono ogni giorno a riempire
gli scaffali della letteratura apologetica sulle cose così come sono
andate. E qualche libro in più di questi che hanno fatto da lontano
critica della cultura, cioè critica della civiltà, lumi troppo presto
spenti per paura che potessero far vedere quello che non si deve
guardare. |