L'amministrazione Bush Jr. rilancia fortemente il progetto di difesa spaziale definito da molti "Guerre Stellari".Quali sono le ragioni del riavvio di questo costosissimo e pericoloso progetto? Questo articolo tratto da Reporters on line ci consente di capire meglio perchè la militarizzazione dello spazio è tornata prepotentemente alla ribalta. A chi giova veramente lo "scudo stellare" americano? Di Cesare Pavone - http://www.rol.it/ |

| Ronald Reagan aveva un sogno: un programma di ricerca capace di rendere "impotenti e obsolete" le armi nucleari, uno scudo in grado di neutralizzare qualunque ordigno atomico. Il sogno si chiamava SDI (Iniziativa di difesa strategica), meglio noto come Guerre Stellari, e nel marzo del 1983 l'allora presidente lo rivelò agli Stati Uniti e al mondo. Un sogno che a 18 anni di distanza non è ancora diventato realtà, si è molto ridimensionato, ed è costato nel frattempo ai contribuenti americani 70 miliardi di dollari. |
Già durante il secondo mandato di Reagan problemi tecnici, tracimazione di costi e progressi nei negoziati sovieto-americani sulla riduzione degli armamenti avevano fatto sembrare il programma impraticabile e fuori luogo, e ridotto notevolmente l'entusiasmo da esso suscitato in un primo momento. Sotto la presidenza Bush senior il programma vivacchiò, costando ai contribuenti dai 3 ai 4 miliardi di dollari l'anno, e con Clinton i finanziamenti per la ricerca sulla difesa missilistica vennero mantenuti, ma l'attenzione si spostò su una strategia di difesa "di teatro" volta a fronteggiare missili balistici a corto e medio raggio (con portata inferiore a 5500 chilometri). Nel 1994 però, proprio quando sembrava che le Guerre Stellari fossero ormai diventate un residuato della Guerra Fredda, i repubblicani conquistarono la Camera dei Rappresentanti e presentarono il Contratto con l'America, una piattaforma legislativa che, nell'unico articolo specifico sulla politica estera e della difesa, chiedeva un rinnovato impegno per il dispiegamento di sistemi di missili antibalistici capaci di difendere gli Stati Uniti da un attacco missilistico.
L'NMD |

| I costi stratosferici preventivati per la realizzazione della Difesa Missilistica Nazionale (NMD) dall'Ufficio del Congresso per il Bilancio - da 31 a 60 miliardi di dollari - tennero al guinzaglio per due anni la foga dei repubblicani, finché si arrivò al compromesso proposto dall'Amministrazione Clinton: altri tre anni di ricerca intensiva sulla difesa antimissili seguiti, nel corso dei tre anni successivi (poi prolungati a cinque), dalla decisione di passare al dispiegamento se i pericoli esterni, la tecnologia, i costi e l'impatto sulla sicurezza del paese l'avessero giustificata. |
L'NMD è stata comunque molto ridimensionata rispetto all'idea che aveva in mente Reagan: non più una "difesa a ombrello" basata nello spazio e in grado di far fronte a una pioggia di migliaia di testate nucleari sovietiche, ma un sistema che si propone molto più modestamente di intercettare qualche decina di missili lanciati intenzionalmente da "un paese criminale" o per errore da una potenza nucleare di vecchia data come la Russia o la Cina. Il sistema dovrebbe usare intercettori basati a terra affiancati da un veicolo killer esoatmosferico progettato per distruggere una testata in arrivo collidendo contro di essa a grande velocità. Il lancio di un missile "nemico" viene per prima cosa rilevato da satelliti di allerta rapida già esistenti o di nuova concezione. L'NMD usa quindi differenti sensori per individuare il missile e gli eventuali oggetti che da esso si staccano, per seguire attentamente questi oggetti in modo da guidare gli intercettori, e per cercare di distinguere tra le testate vere e i falsi bersagli. Di questi sensori fanno parte cinque radar di allerta rapida già installati in California, nell'Alaska centrale, in Gran Bretagna, Groenlandia e Massachusetts, che verranno potenziati affinché possano cercare i bersagli con la precisione necessaria per guidare gli intercettori. Ci saranno inoltre radar creati appositamente per l'NMD e con più accentuate facoltà discriminatorie.
Progetto "ad alto rischio" Pur essendo una versione "povera" della SDI reaganiana, tuttavia, l'NMD ha dovuto fare i conti con gli stessi problemi tecnici (bersagli mancati nei test d'intercettazione) e di costi che hanno travagliato il suo molto più ambizioso predecessore. Secondo alcuni esperti, il sistema non funzionerà come previsto prima del 2004, creando nel frattempo tre o quattro anni di instabilità nucleare caratterizzati dall'invalidamento del Trattato sui missili antibalistici (ABM) e da un netto peggioramento dei rapporti tra gli Stati Uniti e i loro alleati NATO (che a giugno di quest'anno, prima dell'arrivo di Bush in Europa, con Francia e Germania in testa, hanno rifiutato di appoggiare il progetto americano sostenendo che qualunque piano di difesa antimissili "deve rinforzare la nostra sicurezza e stabilità… non scatenare un'altra corsa agli armamenti"). Un documento dell'Ufficio indipendente dei test e della valutazione (ministero della Difesa americano ) e due rapporti della speciale commissione di esperti di difesa antimissili esprimono addirittura dubbi sulla possibilità che l'NMD diventi operativa entro il 2005. E ciò sia a causa di programmi di prove inadeguati e compressi che situano il progetto nella categoria "ad alto rischio", sia perché i test d'intercettazione non sono pienamente rappresentativi dei veri pericoli, perché nella realtà l'attacco di uno stato criminale sarebbe accompagnato da contromisure e manovre diversive. Ciononostante, i "guerrieri stellari" repubblicani al Congresso affermano che si dichiareranno soddisfatti solo dopo che gli Stati Uniti avranno costruito un massiccio sistema di difesa costituito da intercettori basati sulla terra, in mare e nello spazio. Anche se i costi di questo sistema oscillerebbero tra i 120 miliardi (stime del Council for a Livable World) e i 240 miliardi di dollari (stime del Center on Strategic and International Studies), cioè quattro volte di più del progetto "limitato" che avevano in mente Clinton e Gore. Senza contare i rischi per la sicurezza degli Stati Uniti e la stabilità globale. Perché, se la Russia non accetterà le modifiche del trattato ABM che consentirebbero il dispiegamento dell'NMD, insistere nel portare avanti il programma significherebbe mettere a repentaglio 30 anni di passi avanti nel controllo delle armi nucleari. E mandare a monte l'offerta di ridurre a 1000 soltanto le testate nucleari strategiche russe e americane fatta dal presidente russo Vladimir Putin. Il dispiegamento comporterebbe inoltre un brusco aumento di missili nucleari strategici e a medio raggio negli arsenali di Cina, India e Pakistan e un'ulteriore diffusione di tecnologia militare nel Medio Oriente.
La lobby delle Guerre Stellari Date queste premesse, è chiaro che il presidente Clinton è stato indotto a prendere sul serio e in fretta il problema della difesa nazionale antimissili non tanto da una realistica valutazione delle minacce con cui gli Stati Uniti dovranno fare i conti nei prossimi decenni, quanto dalle forti pressioni politiche esercitate da un nucleo molto impegnato di fautori convinti dell'NMD e da speciali gruppi d'interesse che sperano di trarre vantaggio dalla decisione di mettere in campo le difese antimissili. Gruppi costituiti da imprese affamate di appalti, "pensatoi" conservatori, e scienziati degli armamenti che rappresentano una formidabile forza di pressione a Washington, ma che vedranno compensati lautamente i loro sforzi solo il giorno in cui l'NMD passerà da progetto di ricerca e sviluppo finanziato senza risparmio a programma urgente per la produzione e il dispiegamento rapidi di un sistema di difesa antimissili. Il più attivo sostenitore della necessità di schierare un sistema di NMD è Frank Gaffney, ex funzionario della Difesa ai tempi di Reagan e oggi direttore del Center for Security Policy (CSP), che ogni anno diffonde circa 200 comunicati stampa e sintesi di articoli relativi alla sicurezza nazionale su argomenti come la minaccia dei missili nordcoreani, lo spionaggio nucleare cinese e i presunti pericoli cui gli Stati Uniti si espongono rispettando vari trattati sul controllo degli armamenti. I trattati, sostiene Gaffney, sono una gran brutta cosa perché degli altri paesi non ci si può fidare, e quindi gli Stati Uniti farebbero meglio ad attestarsi su una posizione di incontestabile superiorità militare che possa consentir loro di agire unilateralmente e con impunità. Quanto ai paesi con cui devono trattare, come gli alleati che fanno parte della NATO, ebbene questi devono essere "educati" e convinti con opportune pressioni ad allinearsi. Pur presentandosi come un'organizzazione imparziale impegnata a stimolare e informare a livello nazionale e internazionale su tutti gli aspetti della politica della sicurezza, in realtà il CSP svolge un ruolo centrale nel saldare insieme i conservatori del Congresso, l'industria degli armamenti e i gruppi di ricerca interdisciplinare conservatori, diventando il centro nevralgico della lobby delle Guerre Stellari. A differenza della maggior parte dei "serbatoi di pensiero" che si occupano di problemi di sicurezza nazionale, il CSP riceve circa il 25% dei suoi proventi annui da imprese che in molti casi operano nel settore degli armamenti. Destinatari di primo piano degli appalti per la difesa antimissili come la Boeing, la Lockheed Martin, la Raytheon e la TRW hanno finanziato generosamente l'organizzazione di Gaffney, che ha ricevuto da loro oltre due milioni di dollari da quando è sorta, nel 1988.
Il primo rapporto della Commissione Rumsfeld |

| A resuscitare la questione della Difesa Nazionale Antimissili, e a fornire argomenti ai conservatori per riavviare il dibattito sull'argomento e far apparire non rimandabile il dispiegamento di un sistema NMD, ha contribuito in maniera determinante la Commissione Rumsfeld, che prende il nome dal suo presidente Donald Rumsfeld, ora ministro della Difesa nell'Amministrazione Bush junior. Il primo rapporto della Commissione, presentato nel giugno 1998, faceva presente che la minaccia di un attacco con missili balistici contro gli Stati Uniti stava crescendo più rapidamente di quanto previsto dai servizi segreti americani, ma ignorava sistematicamente gli ostacoli reali - economici, politici e tecnici - che i paesi emergenti devono superare per riuscire a lanciare missili balistici a largo raggio, ed esagerava allarmisticamente qualunque fattore suscettibile di aumentare le loro possibilità di procurarsi missili utilizzabili in un più breve arco di tempo. |
Così facendo, la Commissione ha fornito ai falchi del Congresso l'appoggio quasi ufficiale di cui avevano bisogno per continuare a premere per la realizzazione del programma. Pochi osservarono all'epoca che il presidente della Commissione, Donald Rumsfeld, non poteva essere un analista obiettivo del problema in questione, dal momento che faceva parte della lobby della difesa antimissili. Nel rapporto annuale del CSP l'attuale ministro della Difesa americano viene infatti definito un "consulente fidato" e figura tra i finanziatori dell'organizzazione. Come se non bastasse, alla redazione del primo Rapporto Rumsfeld hanno collaborato consulenti ed ex dipendenti del Center for Security Policy accolti nella Commissione.
L'industria degli armanenti investe nelle lobby Nell'aprile del 2000 25 senatori repubblicani hanno scritto all'ex presidente Clinton una lettera in cui gli chiedevano di non negoziare una revisione del Trattato ABM che potesse limitare le scelte future nel campo della difesa antimissili. Ebbene, gli stessi 25 firmatari della lettera avevano ricevuto in campagna elettorale più di due milioni di dollari in contributi ai comitati di azione politica (PAC) da fabbriche di armi come la Lockheed Martin, la Boeing e la Raytheon. Una pratica che negli ultimi anni il complesso militar-industriale americano ha adottato senza badare a spese nei confronti dei candidati e dei lobbisti che potevano favorirlo a Washington e che gli ha fatto guadagnare una notevole influenza. Non bisogna dimenticare che il motore primo delle azioni della lobby degli armamenti è il profitto, non gli interessi della sicurezza nazionale, o i posti di lavoro negli Stati Uniti. Né che il complesso militar-industriale - e in particolare i "Grandi Quattro", Boeing, Lockheed Martin, Raytheon e TRW, che si spartiscono una fetta gigantesca delle spese del Pentagono per l'acquisizione dei materiali, la ricerca e la tecnologia (32 miliardi di dollari nel 1999) - costituisce, anche per le centinaia di migliaia di dipendenti di cui dispone, una potente forza politica. Dal 1991 al 1997 le imprese che lavorano per la Difesa hanno speso in donazioni più della lobby dei fabbricanti di sigarette. E dopo hanno fatto anche meglio: dal 1997 a oggi i "Grandi Quattro" hanno sborsato circa 4 milioni di dollari in contributi ai comitati di azione politica dei membri del Congresso, e oltre 2 milioni di dollari ai partiti. Ma è con i gruppi di pressione, le lobby, che non hanno badato a spese, versando loro 34 milioni di dollari (dati del 1997-98, i più recenti al momento disponibili). Tutto questo prima per garantirsi che la fine della Guerra Fredda, e la conseguente riduzione delle spese militari, non si ripercuotessero negativamente sui loro bilanci, e poi perché negli ultimi due anni, a causa di problemi tecnici, di gestione e di concorrenza, il valore delle azioni Boeing, Lockheed Martin e Raytheon si è ridotto di metà e anche più, e ora i grandi appaltatori dello scudo stellare americano, costretti a chiedere al governo aiuti sotto forma di leggi sull'esportazione meno rigide e ispezioni contabili indulgenti, hanno soprattutto un disperato bisogno dei contratti legati al dispiegamento della NMD per rinsanguare i profitti.
Il secondo rapporto della Commissione Rumsfeld Lo scorso gennaio la seconda Commissione Rumsfeld ha presentato un nuovo rapporto nel quale si dice che gli Stati Uniti potrebbero rischiare nei tempi brevi "una seconda Pearl Harbor" che avrebbe i caratteri di un attacco a sorpresa contro i satelliti americani in orbita attorno al pianeta. L'America, sottolinea il rapporto, dipende in modo massiccio dai satelliti, e paesi o gruppi a essa ostili dispongono ora dei mezzi per danneggiare o distruggere i suoi sistemi spaziali. Di fronte a questa possibilità, gli USA devono ridurre la loro vulnerabilità dotandosi di capacità superiori, tra cui quella di negare l'uso ostile dello spazio a detrimento degli interessi americani. In altre parole, la Commissione Rumsfeld chiede la creazione, la sperimentazione e il dispiegamento di armi antisatellite (ASATS) basate nello spazio o sulla Terra.
La tentazione di militarizzare lo spazio Ai tempi della Guerra Fredda la tentazione di assicurarsi un vantaggio militare nello spazio dotandosi di armi extraterrestri si presentò sia agli Stati Uniti che all'ex Unione Sovietica, ma venne respinta con la consapevolezza che entrambi i contendenti avevano più da perdere che da guadagnare da una simile competizione. Pur usando i satelliti per la ricognizione, l'identificazione degli obiettivi, la comunicazione, le previsioni del tempo, l'allerta rapida e altri compiti legati ai servizi segreti e alle forze armate, né gli americani né i sovietici inviarono mai vere e proprie armi nello spazio. Anzi, posero di comune accordo limiti precisi alle attività militari extraterrestri con l'Outer Space Treaty del 1967, che proibisce il posizionamento di armi di distruzione di massa nello spazio o su corpi celesti, e con l'Anti-Ballistic Missile Treaty del 1972, che vieta di ostacolare l'azione di monitoraggio dei satelliti. Il presidente Billy Carter cercò di andare oltre, proponendo il bando totale sulle armi antisatellite, ma fallì sia perché risultò difficile definire la portata del divieto e decidere come verificarne l'osservanza, sia perché, allora come oggi, la proibizione mancherebbe di praticità, dal momento che riguarderebbe tutti i missili balistici con portata globale, tutte le difese antimissile d'alta quota, e perfino la navetta spaziale, trattandosi di tecnologie capaci di danneggiare i satelliti. Dopo di allora, e fino al secondo Rapporto Rumsfeld, solo l'Amministrazione Reagan cercò di accelerare la corsa agli armamenti spaziali con il programma Guerre Stellari. Guardandosi bene dal sostenere apertamente che si trattava di un modo per garantirsi la sicurezza attraverso il predominio extraterrestre, e sostenendo invece che la SDI avrebbe facilitato una transizione all'insegna della collaborazione nei rapporti USA-URSS e sarebbe stata a un tempo efficace senza costituire una minaccia per i sovietici. Oggi i programmi spaziali russi, con i finanziamenti ridotti all'osso, sono l'ombra di ciò che erano ai tempi dell'Unione Sovietica, e Mosca non ha alcun interesse a inseguire Washington nel munizionamento dello spazio. Ma tutto dipende da ciò che deciderà di fare il governo Bush, che ha altrettante buone ragioni per lasciar perdere il dispiegamento di armi antisatellite, soprattutto perché i sistemi di difesa antimissili non possono funzionare bene se i sistemi di sorveglianza basati nello spazio, da cui dipendono, non sono protetti dal rischio di venire danneggiati o distrutti dalla tecnologia antisatellitare della parte avversa. Seguire la logica del Rapporto Rumsfeld, d'altra parte, significa per l'Amministrazione Bush procedere all'installazione su larga scala di ASATS e altri dispositivi offensivi e difensivi, col rischio che gli alleati dell'America, già preoccupati dalle difese antimissili, decidano di andarsene per la propria strada, come già minacciano di fare. Mosca e Pechino, nel frattempo, replicheranno senza dubbio con i loro programmi ASATS, sperando di accecare i satelliti USA e neutralizzare così lo scudo spaziale americano con la minor spesa possibile, e la collaborazione strategica tra i due paesi diventerà certamente più stretta. Inoltre, la ricerca del predominio militare extraterrestre portata avanti da Washington accelererà la vanificazione del Trattato ABM e dei trattati sulla riduzione delle armi strategiche. Che oggi gli Stati Uniti dipendano dai satelliti come mai prima è fuori di dubbio. Secondo lo U.S. Space Command, entro il 2010 i satelliti in orbita intorno alla Terra saranno 2000, contro i circa 600 di oggi, e in gran parte al servizio del settore delle comunicazioni. Ora che l'economia globale è così strettamente legata a risorse collocate nello spazio, eventuali iniziative di militarizzazione extraterrestre da parte dell'Amministrazione Bush junior potrebbero gettare lo scompiglio nel commercio dipendente dai satelliti, provocando per esempio la disattivazione dei pager, i ricevitori di messaggi personali, la scomparsa dall'etere di stazioni radio e televisive e l'impossibilità di verificare la validità delle carte di credito. Incidenti di questo genere sono già avvenuti, e la Commissione Rumsfeld se n'è servita per presentarli come preoccupanti avvisaglie della vulnerabilità all'azione di criminali dello spazio cui sarebbe esposta in futuro l'America. E quindi per raccomandare l'adozione di adeguate misure. Ma per gli Stati Uniti il modo migliore di proteggere i satelliti americani e il commercio americano a essi legato è quello di scongiurare le guerre spaziali prima che comincino, invece di essere loro a creare le premesse della deflagrazione.
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