Chi vuole chiudere la bocca ad Indymedia? Sono in molti a
farsi questa domanda dopo che ieri è stata confermata la
notizia, circolata nella tarda serata di giovedi, del
sequestro, a Londra e negli Usa, degli hard disk del network
di informazione indipendente.
Alle 18 di giovedi alcuni agenti
dell'Fbi statunitense si sono presentati negli uffici della
capitale britannica della società americana Rackspace,
un'azienda che fornisce connettività ad Indymedia. Di fronte
all'ordinanza della Corte, gli impiegati della Rackspace non
hanno potuto far altro che consegnare il materiale agli
investigatori americani.
La celerità con cui è stata eseguita
l'ingiunzione non ha lasciato il tempo alla società americana
di providers di replicare all'ordinanza di sequestro. L'azione
dell'Fbi ha prodotto l'effetto immediato di oscurare più di
venti siti Indymedia in tutto il mondo. Al momento i siti
disabilitati sono: Amazzonia, Uruguay, Andorra, Polonia, West
Massachusetts, Nizza, Nantes, Lilles, Marsiglia (ovvero tutta
la Francia), Euskal Herria (Paesi Baschi), Liegi, Antwerpen
(ovvero tutto il Belgio), Belgrado, Portogallo, Praga,
Galizia, Italia, Brasile, Regno Unito e per finire Germania.
Negli ambienti di Indymedia rimbalzano le telefonate, ma la
realtà è che si sa poco o niente. Anche perché il decreto di
sequestro è stato notificato a Rackspace e non al centro di
media indipendente. E a norma di legge Indymedia non è tenuta
ad essere informata.
Ieri Liberazione è riuscita a
contattare telefonicamente la sede della Rackspace negli Stati
Uniti. L'azienda americana ha confermato di aver agito in
ottemperanza ad un'ordinanza di un tribunale conformemente al
Mutual legal assistance treaty (trattato di mutua assistenza
legale). Questa legge prevede l'assistenza reciproca tra paesi
contraenti in investigazioni, tra cui il terrorismo
internazionale, il rapimento ed il riciclaggio di denaro
sporco.
L'ordinanza è stata emessa in base al Titolo 28,
Codice degli Stati Uniti, sezione 1782. La Rackspace non ha
potuto divulgare ulteriori informazioni per via del segreto
istruttorio. Analizzando i pochi elementi a disposizione, e
sebbene ci sia un coinvolgimento dell'Fbi, sembra comunque che
la richiesta di sequestro non sia partita dagli Usa.
E allora
da dove parte l'inchiesta? Sul sito internet di Indymedia si
legge che negli ultimi tempi sono stati condotti nei loro
confronti numerosi attacchi in tutte le parti del mondo. «In
agosto - si legge su Indymedia Italia - i servizi segreti
(americani, ndr) hanno cercato di interrompere il NYC IMC
(Indymedia di New York, ndr) prima della convention
repubblicana provando a sequestrare i logs da un provider di
internet negli Stati uniti e nei Paesi Bassi.
Il mese scorso
la Commissione Federale per le Comunicazioni ha chiuso
numerose radio comunitarie in tutti gli Stati Uniti». Sempre Indymedia fa sapere che due settimane fa l'Fbi aveva chiesto
all'Indymedia di Nantes di togliere dal loro sito alcune foto
che ritraevano alcuni ufficiali della polizia svizzera in
borghese. Inoltre, alcuni attivisti di Indymedia Seattle erano
stati interrogati dall'Fbi sempre per lo stesso motivo.
E' probabile che esista un nesso tra l'ultimo sequestro e
le foto dei poliziotti elvetici sotto copertura?
Ma in un clima da caccia alle streghe, a Londra si fa
strada un'altra inquietante ipotesi: si vuole forse oscurare
uno dei network di informazione più efficienti a pochi giorni
dall'inizio dei lavori del Social Forum Europeo che si terrà
nella capitale britannica dal 15 al 17 ottobre?
Guy
Fawkes