|
Giochino di società. Confrontare questi tre lanci
di agenzia, uno del 1996, l'altro del 2002, il terzo di pochi giorni fa,
e trovare l'eventuale errore.
Il primo - un'Ansa da Milano del 22 febbraio 1996 - dice così: «Il
vicepresidente della Techint,
Paolo Scaroni,
ha patteggiato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per le
tangenti pagate per gli appalti nelle centrali Enel. La sentenza è stata
emessa dai giudici della sesta sezione penale del Tribunale di Milano.
Scaroni era accusato di corruzione dal Pm Paolo Ielo per una serie di
tangenti versate al Psi quando era amministratore delegato della Techint».
Seconda agenzia Ansa, datata Roma 24
maggio 2002: «L'assemblea dell'Enel ha approvato le liste
dei nomi proposti dall'azionista di maggioranza e da quelli
di minoranza per il rinnovo del cda del gruppo, nominando
alla presidenza - su proposta del Tesoro - Piero Gnudi. Nel
pomeriggio è prevista la nomina di
Paolo Scaroni
ad
amministratore delegato».
Terza agenzia, stavolta dell'Adnkronos, datata 21 ottobre 2004: «Ecco l'elenco
dei Cavalieri del Lavoro, nominati dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi, su proposta del ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, di
concerto col ministro per le Politiche agricole Gianni Alemanno, con
l'indicazione del settore economico e della regione di attività: (...) Paolo
Scaroni (elettrica, Lombardia)».
Niente paura, non c'è nessun errore. Non ci sono casi di omonimia: il Paolo
Scaroni promosso dal governo amministratore delegato dell'Enel e nominato
Cavaliere del Lavoro su proposta dello stesso governo Berlusconi è lo stesso
Paolo Scaroni che, quand'era vicepresidente della Techint, pagava le tangenti al
Psi di Bettino Craxi e
patteggiò la relativa pena di un
anno e 4 mesi di reclusione davanti al tribunale di Milano.
E non ci sono
nemmeno errori di valutazione: in Italia un condannato (sia pure col
patteggiamento) per tangenti non è ritenuto incompatibile con incarichi in
un'azienda pubblica o semipubblica. Anzi. Prima di pagare le mazzette Scaroni ne
dirigeva una privata: fu promosso a quella pubblica solo dopo che
fu preso con le mani nel sacco e
patteggiò la pena. Forse per
dargli un'altra chance. Ora è arrivata la decorazione finale: il cavalierato del
Lavoro dalle mani del capo dello Stato (ovviamente ignaro del suo pedigree). Una
sorta di risarcimento all'incontrario, riservato al colpevole anziché alle
vittime.
Nessun errore, ci mancherebbe. In un paese governato da ben altro Cavaliere, è
tutto nella norma. Tutto, ma proprio tutto. Anche la mezza pagina d'intervista
che il Corriere della Sera ha voluto gentilmente regalare il 20 ottobre a
Marcello Dell'Utri, per la firma di Maria Latella, valente giornalista che ha
appena pubblicato un libro intervista alla signora Berlusconi.
L'intervista-lenzuolo a Dell'Utri è comparsa proprio sotto i servizi dedicati
dal Corriere alla controriforma dell'ordinamento giudiziario. Scelta azzeccata
quant'altre mai, visto che stiamo parlando di un signore condannato in via
definitiva a un paio d'anni a Torino per false fatture e frode fiscale,
condannato in primo grado a Milano per tentata estorsione insieme al boss di
Trapani Vincenzo Virga, imputato a Milano per falso in bilancio e a Palermo per
concorso esterno in associazione mafiosa e per calunnia pluriaggravata.
Figurarsi con
quale avidità i lettori del Corriere si sono avventati sull'intervista,
dall'avvincente titolo: «Dell'Utri: è tempo di pensare ai nuovi leader». Titolo
che faceva presagire un più che opportuno ritiro dalla politica del personaggio
in questione. Invece non era di questo che si parlava, né dei suoi copiosi guai
giudiziari: ma di come rinnovare la classe dirigente, un'alta missione affidata
proprio a lui, l'uomo giusto al posto giusto. L'implacabile intervistatrice,
poi, lo incalzava con domande impietose: «L'Italia è una società immobile. Però
si fanno un sacco di convegni. Ci si mette anche lei?».
Dell'Utri
vacillava, ma Latella insisteva: «Da Giulio Cesare a Shakespeare, i potenti non
sono mai granché lieti di occuparsi della successione». Dell'Utri abbozzava una
difesa, ma Latella lo colpiva ancora con un gancio destro: «Nel vostro convegno
di Sorrento si parlerà di formazione e anche di ricerca: chi è più responsabile
dei ritardi nell'uno e nell'altro campo?». Dell'Utri implorava pietà, ma Latella
era incontenibile: «A proposito di calcio, lei che ha un grande amico nel
settore, può aiutarci a capire perché appena un imprenditore italiano fa due
lire si compra subito una squadra?».
Dell'Utri,
alle corde, faceva per avvicinarsi ai secondi, e si iscriveva alla categoria dei
nuovi poveri («Ricco io? Io ho i mutui, e chi ha i mutui non è ricco. Tra tasse,
mutui e quattro figli da mantenere, non mi rimane granché per sentirmi ricco»).
Ma Latella lo finiva con un uppercut dei suoi: «Restiamo sul terreno del
pallone: che ne pensa della disputa tra Galliani e Della Valle?». Premio
Pulitzer a lei. O cavalierato a lui.
Scaroni, un uomo tutto d'un pezzo,
"da 90"
|
 |
«In termini personali, io ho pedalato in discesa tutta la
vita. All’improvviso, mi sono trovato davanti questo enorme
problema, che mi ha reso più fiducioso in me stesso e mi ha
fatto capire che sarei in grado di pedalare anche in salita».
Chi parla, intervistato sulle colonne dell’autorevole
Financial Times, è Paolo Scaroni, 55 anni, uomo ottimista e
manager di successo.
L’«enorme problema»
a cui accenna è un
arresto,
subìto da Scaroni nel pieno di Mani pulite e seguito
da una pena,
patteggiata,
di 1 anno e 4 mesi. Per tangenti:
pagate per ottenere appalti e ammesse davanti ai magistrati.
Ma dieci anni dopo, Scaroni, sul quotidiano londinese, si
autoassolve: «In un paese in cui gli affari e il governo erano
così strettamente intrecciati, dove le istituzioni erano
controllate dai politici, era possibile comportarsi in modo
diverso? La risposta semplice è: no, non era
possibile». Chiusi così i conti con Mani pulite, il
manager riprende felicemente a pedalare in discesa. Dopo un
breve esilio è tornato in Italia ed è risalito sulla cresta
dell’onda: il 13 maggio 2002 è stato nominato dal governo
Berlusconi amministratore delegato dell’Enel: proprio
l’azienda pubblica da cui dieci anni prima aveva «comprato»
appalti, a suon di tangenti («Something that in retrospect is
somewhat ironic», si permette di commentare il Financial
Times). |
Ora, con la sua intervista del 3 ottobre 2002, si
offre di fatto come caso emblematico, diventa paradigma dei
rapporti tra affari e politica in Italia: una vicenda
esemplare, una microstoria da studiare. Vale la pena dunque di
accettare il terreno di confronto. E allineare materiali e
informazioni per illuminare il caso e capire il fenomeno.
Tangentopoli,
due volte protagonista!!!
Paolo Mario Scaroni, vicentino,
studia alla Bocconi e si specializza a New York, alla Columbia
University. Lavora alla McKinsey, alla Chevron, alla Saint
Gobain, infine alla Techint, il gruppo della famiglia Rocca,
con grandi interessi in Messico e Argentina. Proprio come
amministratore delegato della Techint inciampa nell’inchiesta
Mani pulite: il 14 luglio 1992 viene arrestato con l’accusa di
aver pagato tangenti ai partiti per ottenere appalti
dall’Enel.
Dopo qualche tempo confessa: «Dal 1985 a
oggi ho versato al Partito socialista circa 2 miliardi e
mezzo, sempre su richiesta dell’onorevole Balzamo,
consegnandogli denaro a volte in contanti e a volte su conti
esteri». Racconta a verbale di essere stato convocato a metà
degli anni Ottanta da Vincenzo Balzamo, segretario
amministrativo del Psi e braccio destro finanziario di Bettino
Craxi, il quale gli avrebbe spiegato che gli appalti alla
Techint sarebbero stati condizionati da contributi versati al
partito socialista. Gli uomini del Psi messi nei posti chiave,
spiega Scaroni ai magistrati, «erano in grado di stoppare
qualsiasi iniziativa del gruppo Techint, qualora non ci
fossimo adeguati al sistema».
Il manager si adegua.
Agli inizi degli anni Novanta, però, il sistema sembra
incepparsi: «Craxi aveva espresso uno sgradimento nei miei
confronti», gli viene spiegato nel 1991 da un collaboratore di
Balzamo, Vittorio Valenza. Scaroni chiede allora udienza al
rappresentante di Craxi nel settore energia, Bartolomeo De
Toma: «Mi fece capire che la ragione per cui Craxi ce l’aveva
con noi era perché voleva più soldi dall’impresa». Il leader
socialista voleva alzare il prezzo. «Transattivamente,
convenimmo su un versamento della somma di lire 800
milioni».
Tornerà in cella, per un giorno, nell’aprile
1993. Ammesse le tangenti – ma non un ruolo da regista nelle
mazzette Enel – al processo, che si celebra nel 1996, Scaroni
chiede di patteggiare la pena: 1 anno e 4 mesi, sotto la
soglia che obbliga a entrare in carcere. Con ciò, chiude i
suoi problemi penali.
Segue un periodo di eclissi,
durante il quale però Scaroni realizza il suo capolavoro: la
compravendita della Siv. Scoppiata Tangentopoli, lo Stato
avvia la gigantesca operazione delle privatizzazioni. Ancor
prima, però, deve mettere in liquidazione, sotto la regia di
Giuliano Amato e Alberto Predieri, l’Efim, carrozzone di Stato
che fa acqua da tutte le parti, ma che contiene anche qualche
boccone prelibato: come la Siv, un’azienda che produce vetri
per auto.
Scaroni, che ha iniziato giovanissimo la sua
carriera come manager proprio di un’impresa del vetro, la
Saint Gobain, fiuta l’affare e, per conto della Techint in
alleanza con la britannica Pilkington, compra la Siv per soli
210 miliardi di lire: circa la metà del valore assegnatole da
una perizia di Mediobanca, protesta invano qualche ex manager
del gruppo. Dopo qualche tempo, la Pilkington rileva l’intera
Siv e Scaroni si trasferisce a Londra, come chief executive
officer dell’azienda britannica.
Di Tangentopoli
Scaroni è stato dunque due volte protagonista: la prima, come
manager che
ha comprato
appalti pubblici in cambio di mazzette ai partiti,
contribuendo così a formare
la voragine del debito pubblico che ha portato nel 1992 l’Italia sull’orlo della
bancarotta; la seconda,
come beneficiario delle
privatizzazioni rese necessarie per salvare il paese dai guasti di Tangentopoli.
Trasversale, tra Londra e
Roma
Gli anni londinesi, più che un esilio, sono
un periodo di intensi rapporti stretti con gli italiani che
contano. In vista, evidentemente, del grande rientro. Scaroni
ha sempre avuto ottime relazioni: è cugino di Margherita
Boniver, ex ministro socialista; è amico di Massimo Pini, già
uomo di Craxi all’Iri e oggi consigliere economico di An; e ha
sempre avuto buoni rapporti con Gianni De Michelis, ex doge
socialista. Non si può dunque dire che fosse taglieggiato da
un Psi estraneo e nemico.
Ma le sue amicizie sono
sempre state trasversali: Luigi Bisignani, democristiano,
tessera P2, ex giornalista, condannato a 2 anni e 8 mesi per
le tangenti Enimont, è il lobbista che ha lavorato per lui,
contribuendo a costruire il suo ritorno in Italia: prima, nel
2001, come presidente degli industriali di Venezia; poi,
l’anno successivo, come amministratore delegato dell’Enel. Per
Scaroni le pubbliche relazioni, si sa, sono importanti, tanto
che ha incaricato un’agenzia specializzata di Londra, la
Fensbury, di ricostruirgli l’immagine. Con ottimi risultati, a
giudicare dall’articolo del Financial Times.
Del resto,
la carta stampata è sempre stata una sua passione, tanto che a
metà degli anni Ottanta, insieme a un giornalista di Panorama,
Angelo Maria Perrino, scrisse un libro, Professione manager,
edito da Mondadori. In copertina il suo nome non compariva:
«Anonimo», era scritto prima del titolo, mentre il nome di
Perrino era preceduto da un «a cura di». Il gioco però era
fatto per essere scoperto: l’«Anonimo» autore di Professione
manager era proprio lui, Paolo Scaroni, fisico alla Gene
Hackman e voglia di cavalcare l’onda anni Ottanta dei manuali
all’americana dove si indica la strada più breve per il
successo.
Nella sua città ha mantenuto salde radici,
tanto da diventare, per un periodo, presidente del Vicenza
Calcio. Ma le sue capitali d’adozione sono Londra e,
naturalmente, Roma. E la sua relazione più preziosa è quella
con un uomo anch’egli molto attivo sull’asse Roma-Londra:
Mario Draghi, ex direttore generale del Tesoro, l’uomo che nel
momento delle privatizzazioni tolse alla Mediobanca di Enrico
Cuccia il monopolio delle operazioni finanziarie in Italia
aprendo alle merchant bank straniere.
La trasversalità
dell’uomo ha il culmine naturale in Forza Italia: Scaroni ha
buoni rapporti con Giancarlo Galan, ex venditore di pubblicità
per Publitalia e oggi il presidente della Regione Veneto, ma
soprattutto con Bruno Ermolli, personaggio chiave del mondo
berlusconiano all’incrocio tra affari e politica. Basti
pensare che Ermolli è il tutore di Marina Berlusconi,
l’uomo-ombra che ha gestito la ristrutturazione della
Fininvest restata senza il capo, ormai prestato alla politica.
Così Scaroni, uomo dall’ottimo curriculum e dalle ottime
relazioni, ha potuto arrivare alla poltrona che è stata di
Franco Tatò.
Il manager ha però qualche sponda anche a
sinistra, se è vero che ai tempi dei governi dell’Ulivo era
circolato il suo nome come possibile risanatore dell’Alitalia;
e che la sua nomina ai vertici dell’Enel ha provocato, accanto
alle reazioni critiche dell’ex ministro Pierluigi Bersani, Ds,
anche i commenti soddisfatti di un altro ex ministro della
Quercia, Vincenzo Visco. Un bel risultato, per l’autore di un
manuale che consigliava agli aspiranti manager di non
schierarsi troppo, di non bruciarsi brandendo una sola
bandiera politica.
La leggenda del povero
manager
Ora al corruttore dell’Enel diventato
manager dell’Enel (ironica sorte, come scrive il Financial
Times) toccherà gestire la strana stagione di una grande
azienda privatizzata ma a metà (il ministero dell’Economia ne
detiene ancora il 68 per cento), diversificata ma a metà (che
fine farà Wind?), risanata ma a metà (24 miliardi di euro di
debito, 20 mila dipendenti considerati in eccesso). Certo è
che ha già preso a soffiare un’arietta neo-statalista (il suo
amico Massimo Pini, per esempio, è passato da Bettino Craxi a
Maurizio Gasparri, ma con il medesimo programma: lavorare per
mantenere un solido intervento statale – cioè dei partiti di
governo – nell’economia).
In tutto ciò, i cattivi
spiriti di Tangentopoli sono ormai solo un lontano ricordo. In
quell’Italia non si poteva lavorare senza pagare mazzette,
scolpisce Scaroni per sempre sulle colonne austere del
Financial Times. Lo ha dichiarato perché sa che,
presumibilmente, nessuno s’alzerà a smentirlo, nessun manager
gli risponderà: parla per te. Pagava lui, grande manager della
grande Techint, come pagavano alla Fiat e alla Ferruzzi, alla
Fininvest e all’Olivetti. Resta da spiegare perché grandi
gruppi come Fiat, Ferruzzi, Techint, con attività
multinazionali e immenso potere di pressione sulla politica,
si comportassero come le piccole imprese di pulizia che
barattavano un appaltino con una bustarella.
Per
smontare la leggenda dei cattivi politici che vessavano loro
malgrado i poveri imprenditori, Maurizio Prada, ex cassiere
della Dc milanese, ha riempito pagine memorabili di verbali
giudiziari, che oggi si leggono come un romanzo balzacchiano.
Un suo collega cassiere “riservato”, Roberto Mongini, ha
spiegato al magistrato Piercamillo Davigo: «Ma quale
concussione, dottore, i concussi siamo noi: gli imprenditori
ci corrono dietro per poterci pagare le tangenti prima che
arrivino i loro concorrenti». E Antonio Di Pietro, che ha
subito capito il sistema in cui s’incistavano politici e
imprenditori, per descriverlo ha coniato un’espressione delle
sue: «dazione ambientale».
Agli imprenditori, ai
manager – almeno a quelli dei grandi gruppi – sarebbe bastato
alzare la voce, svelare in pubblico il sistema. Invece,
evidentemente, i patti con la politica e gli accordi di
cartello sono più comodi della concorrenza e del libero
mercato. E più facile, così, è rimpinguare i conti all’estero.
Eppure non era quello che c’era scritto su Professione
manager. |