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Merita un solo cenno, ma e
importante, quel ch’e accaduto a Roma il 23 ottobre: dopo l’uscita del libro
Zero a cura di Giulietto Chiesa (Piemme Editrice), in quel giorno e stato
presentato l’omonimo film. Entrambi hanno circostanziato nella sostanza molto
bene, e con efficacia, il fatto che attorno al fatidico 11 settembre 2001 troppe
siano ancora le lacune e le contraddizioni della versione ufficiale: e non e
certo complottismo il denunziar lo stato di cose e chiedere una riapertura delle
indagini, anzitutto nel nome e nell’interesse delle famiglie delle vittime degli
attentati di quella giornata.
C’e stata qualche reazione più o meno
isterica e qualche risposta sedicente “documentata”: ma in realtà non si e
andati oltre il consueto ricatto politico-morale: chi dice cose del genere e un
“complottista”, un antiamericano, e quindi un antisionista, e pertanto (quest’ultima
cosa non sempre la si dichiara apertis verbis, tuttavia la si sottintende) un
antisemita.
Su quanto logica sia questa catena
di consequenzialità, e inutile spender parole. Chi se ne serve, confida sul
carattere intimidatorio di certe accuse: ma sembra proprio che esso non sia piu
poi cosi efficace. Ormai i complottisti che vedono sempre al-Qaeda e i
“terroristi musulmani” (nonché magari “i comunisti”) dappertutto, ormai dovranno
rassegnarsi a mettere insieme nelle loro performances propagandistiche anche
qualcosa che abbia la parvenza di un argomento: e passato il tempo in cui
potevano vivere di rendita baloccandosi con l’ironia, i ricatti e le minacce.
Tantopiù che, nonostante l’occhiuta sorveglianza esercitata dai custodi del
politically correct, ogni tanto passano attraverso le barriere massmediali
(pensate per disinformare anziché informare) anche divertenti cosucce: come
l’”esternazione” dell’ex Presidente della repubblica e senatore a vita Francesco
Cossiga apparsa fugacemente sul “Corriere della sera” del 30 novembre e quindi
passata a un “lancio d’agenzia” Ansa prima di venir completamente oscurata.
Parlando dell’ultima audiocassetta
attribuita a Usama bin Laden, quella diffusa il 22 ottobre scorso in cui si
formulavano minacce anche a Silvio Berlusconi, Cossiga affermava che si
tratterebbe nientemeno che di “un videomontaggio realizzato negli studi di
Mediaset a Milano e fatto giungere alla rete televisiva islamista Al Jazira che
lo ha ampiamente diffuso”: il tutto per “sollevare un’ondata di solidarietà
verso Berlusconi, nel momento nel quale si trova in difficoltà”. Nella medesima
audiocassetta, il sedicente Bin Laden si assumeva di nuovo, direttamente, la
responsabilità per gli attentati dell’11 settembre 2001. In realtà, si tratta di
un copione vecchio.
Una videocassetta che avrebbe dovuto
fugare ogni residuo dubbio sulla colpevolezza di Bin Laden e soci nel Nine
Eleventh era gia stata scoperta fin troppo fortunosamente da alcuni marines a
Jalalabad nrl dicembre del 2002, e Bush era comparso più volte alle TV americane
per difenderne l’autenticità e diffidare chi avanzava al riguardo dei dubbi e
delle riserve. Bene: era un volgarissimo falso, come fu di li a poco
inoppugnabilmente dimostrato. (La faccenda e ricostruita in F. Cardini, Astrea e
i Titani, Laterza 2003, p. 29). Ora Cossiga, il 30 novembre 2007, affermava
tranquillamente e pubblicamente: “...tutti gli ambienti democratici d’america e
d’Europa, con in prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai
bene che il disastroso attentato e stato pianificato e realizzato dalla CIA
americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i
paesi arabi e per indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq, sia
in Afghanistan”.
E’ ovvio che dichiarazioni di questa
gravita suscitino sorpresa, apprensione, magari scandalo. E’ logico che debbano
essere accolte non senza alcune riflessioni sull’età e sullo stato di lucidità
mentale di chi le proferisce. Ma, dato il loro carattere e l’autorevole fonte
dalla quale provengono, non possono venir precipitosamente “oscurate” e
occultate. Chi lo fa, si rende responsabile di una grave colpa nei confronti
dell’opinione pubblica e complice del dilagare dei sospetti: poiché e ovvio che
ci si domandi chi verrebbe avvantaggiato se queste voci, anziché passare al
vaglio attento della critica, venissero semplicemente silenziate.
Un paese in fallimento.
Ma ora, dicevamo, tutti i nodi
stanno rapidamente venendo al pettine. Gia al tempo delle due successive
aggressioni degli Stati Uniti e dei paesi loro complici (tra cui purtroppo il
nostro), all’Afghanistan nell’ottobre del 2001 e all’Iraq nel marzo del 2003,
era chiaro che dietro i pretesti sostenuti da scandalose bugie – l’asserita
necessita di smantellare la rete di al-Qaeda nel primo caso (cosa che, stando
agli stessi che avevano l’intenzione di farlo, non e avvenuta), di distruggere
le pericolose armi di distruzione di Saddam (che non esistevano) nel secondo –
si stava gia stagliando la fallimentare situazione socioeconomica statunitense:
il governo Bush sperava, con la guerra, di distogliere da essa l’attenzione
dell’opinione pubblica, e intanto di rilanciare un po’ l’economia grazie alla
produzione e alla mobilitazione bellica.
Per alcuni mesi, il trucco e
sembrato funzionare, sia pure con molta fatica. Ma ormai siamo alla frutta, come
dimostrano i dati relativi alla faccenda dei mutui variabili (con decine di
migliaia di famiglie statunitensi costrette a rinunziare alla casa) e all’ormai
gia avanzato processo di rallentamento dell’economia degli Stati Uniti (si
prevede che nel 2008 il ritmo di crescita sarà negli States inferiore all’1,4%,
crollando rispetto al 2007 quando aveva raggiunto il 3% e scendendo sotto i
livelli della vecchia Europa che peraltro pare non raggiungerà il 2%, almeno
stando al parere di Almunia). Il 2008 sarà dunque e comunque l’anno del
decoupling, dello scollamento: l’economia statunitense sara sganciata da quella
del resto del mondo, che ha ormai trovato altri “motori”, in particolare l’Asia
e l’Europa orientale. Si veda su questo il puntuale articolo di Giuseppe Turani,
La casalinga USA non compra più, “La Repubblica”, 9 dicembre 2007. Gli ambienti
che dirigono economia, finanza e politica europee continuano a fingere di non
aver capito che il vero problema per noi, adesso, e riuscir a costituire un polo
d’attrazione per i nuovi “motori” mondiali: restiamo collegati al “potente
alleato” statunitense in economia e nella finanza esattamente come in politica
estera, in diplomazia e sulle questioni militari.
Fine di un ostinato bugiardo.
Mentre il paese gli crolla addosso,
e a pochi mesi dall’abbandono della casa Bianca nella quale e purtroppo
soggiornato per quasi otto lunghi anni, George W. Bush jr. reagisce al
fallimento con una scelta tipicamente maniacale: l’ostinato indurirsi della sua
politica di errori e di menzogne. All’indomani del preteso messaggio di Usama
bin Laden del 22 ottobre del 2007, il Presidente reagiva sottolineando come il
capo della cosiddetta al-Qaeda fosse in difficoltà, preoccupato per il
diffondersi della finta, la guerra civile tra musulmani, che in effetti e tanto
in Iraq quanto in Afghanistan la migliore alleata degli occupanti (e difatti la
politica del comandante militare in Iraq, generale Petraeus, e di assecondarla e
sfruttarla); e chiedendo al Congresso altri 190 miliardi di dollari (dopo i 600
gia sprecati) per proseguire l’occupazione tanto in Iraq quanto in Afghanistan,
in attesa magari d’aggredire lo stesso Iran.
In questa strategia e obiettivamente
rientrata anche la conferenza di Annapolis, candidata fin dall’inizio a un
“fallimento programmato” dal momento che dal trattare le questioni
vicino-orientali sono stati esclusi d’ufficio, sulla base del dogma degli “stati
(o movimenti)-canaglia”) alcuni che, si voglia o no, di esse sono protagonisti,
come Hamas, Hezbollah e Iran. Quel che resta da capire e se Bush stia
semplicemente seminando alcune mine internazionali sul percorso del suo
successore, che dovrà in qualche modo disinnescarle o ci cadrà sopra, o sia
davvero vittima di una specie di delirio di fallimento-onnipotenza che lo spinge
a obbligare il suo paese a percorrere la strada suicida sulla quale egli lo ha
spinto anche all’indomani della sua auspicabile uscita di scena.
Intanto, pero, gli eventi si stanno incaricando di farlo uscire di scena il più
ingloriosamente possibile. All’inizio del dicembre 2007 i ben 16 organi che
compongono la costellazione dei “servizi2 statunitensi, CIA in testa, hanno
rovesciato la situazione sulla quale si erano fondati un paio di anni fa,
allorché avevano manifestato high confidence nel fatto che l’Iran stesse
allestendo un programma di armamento nucleare.
Oggi, i “servizi” statunitensi
informano invece che tale programma e stato con certezza sospeso ben quattro
anni fa, quindi che attualmente lo sforzo iraniano e con certezza teso
unicamente al conseguimento di un potenziale nucleare civile, senza tralignare
dal “patto di non proliferazione” (a sua volta scandaloso sotto il profilo
morale e politico, perché si fonda sul diritto di alcuni governi a disporre di
armi nucleari e sul divieto imposto ad altri, sulla base di evidenti presupposti
politici). Vero e che al riguardo gli ispettori dell’AIEA (“Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica”) non hanno ancora sciolto i loro dubbi,
mentre anche da Russia e da Cina giunge ad Ahmedinejad l’invito a una più aperta
collaborazione con gli organi internazionali di controllo. Ma Bush non demorde:
e si rifugia dietro al pretesto delle colpe pregresse, argomentando che gli
iraniani debbano comunque rispondere dell’aver avuto un programma nucleare
militare fino al 2003, pur negandolo. Insomma, dietro il voltafaccia della CIA e
soci parrebbe esserci la volontà di fornire al governo Bush, e soprattutto a
quello del suo successore, la scappatoia per tirarsi “onorevolmente” (?!) fuori
dal pasticcio in cui tanto il Presidente quanto – e soprattutto – il suo vice,
l’inqualificabile Dick Cheney, si erano infilati negli ultimi mesi, minacciando
in toni sempre più pesanti un’aggressione militare contro l’Iran.
La vergogna e il disonore:
vittime nostre in guerre altrui.
Intanto, comunque, la compagine
degli aggressori tanto in Iraq quanto in Afghanistan sta perdendo pezzi ogni
giorno: ai ritiri effettivi si sommano quelli annunziati, anche da parte di
paesi fedelissimi alla superpotenza.
In questa saggia e doverosa politica l’Italia brilla per scomposta semiassenza.
Il governo Berlusconi si e reso complice, sia pur in modi differenti, di
entrambi le aggressioni. Molti hanno votato “a sinistra” proprio per romperla
con quella politica di acquiescenza, che il centrodestra gabellava per
“esportazione della democrazia”, “rispetto degli impegni internazionali” e
“interesse nazionale”. Gli avversari di Berlusconi avevano chiesto voti anche al
centro e alla destra proprio contro questa inqualificabile politica: al riguardo
c’era un preciso impegno elettorale.
Il governo Berlusconi ci ha cacciato in due disastrose e vergognose avventure
militari, contro la lettera e lo spirito della Costituzione repubblicana. Il
governo prodi non ha ne saputo, ne voluto tirarcene fuori, mentre nuove nubi
minacciose si addensano sul Kosovo: e nessuno dimentica che fu un altro
centrosinistra a farci partecipare all’altra vergognosa aggressione militare,
quella che condusse al bombardamento di Belgrado.
Intanto, anche noi contiamo i nostri morti: che non sono più cosi pochi; e che
soprattutto sono caduti da soldati italiani, certo, ma in una guerra non nostra.
La patria si serve, e stato detto, anche facendo la guardia a un bidone di
benzina: non pero a un bidone altrui.
Sabato 24 novembre 2007, presso Kabul, uno di quelli che ormai e divenuta
pessima consuetudine indicare come "kamikaze" si e fatto saltare in aria accanto
a un ponte in costruzione presso Kabul, uccidendo nove civili afghani, tra i
quali sei bambini, e un militare italiano, il maresciallo capo Daniele Paladini.
Ferite anche dodici altre persone, compresi altri tre militari italiani.
Particolare che rende tutto ancor più penoso: i bambini vittime delle'splosione
stavano uscendo da una scuola situata nei pressi.
L'attentato e avvenuto nella Valle di Pagman, una localita ad una ventina di
chilometri a nord-ovest da Kabul, mentre era in corso l'inaugurazione di un
ponte da parte dei militari del contingente italiano. Recentissimi dati indicano
che il territorio dell'Afghanistan, a sei anni dall'inizio dell'occupazione, e
oggi in mano per il 54% alle varie realtà che lottano contro gli occupanti:
talebane, ma non solo. In questo contesto le truppe italiane di stanza ad Herat
e a Kabul sono costrette sempre di più ad esporsi nel conflitto.
All'inizio di novembre nell'area di Farah e a Gulistan, forze speciali italiane,
elicotteri da combattimento Mangusta mezzi corazzati Dardo dei bersaglieri sono
stati impiegati intensamente contro gli insorti. Decine le vittime afgane in
questi combattimenti. Su tutto ciò, i mass media italiani hanno taciuto e il
governo non ha dato segno di accorgersi.
A tali eventi hanno fatto seguito due tentativi di attacco diretto contro gli
italiani, il primo con una bomba stradale, il secondo con lancio di razzi
nell'aeroporto controllato dalle "nostre" truppe. Dal momento che le notizie
relative al contesto e in particolare alla precedente offensiva italiana, erano
state omesse, gli attacchi successivi sono stati presentati come condotti "a
freddo", verso truppe impegnate solo nella "costruzione della pace". Ora,
l’aumento dell'11% di spesa per il comparto militare nella Legge Finanziaria
2008 chiarisce ancora di più le intenzioni di questo esecutivo per il futuro.
Continuare a usare il danaro dei contribuenti italiani, e a mettere a rischio la
vita dei soldati italiani, per una guerra che non e nostra, che non ci
appartiene, che e condotta contro un popolo che non ci ha mai nuociuto e che
risponde a interessi estranei a quello nazionale (anche se non estranei a molte
imprese e a troppi speculatori italiani che ne traggono profitto). Va
doverosamente rilevata un’ulteriore questione. Questa.
L'attentato costato la vita al maresciallo capo Daniele Paladini e il terzo
contro gli italiani in pochissimi giorni, e segue un massacro simile costato la
vita ad oltre 40 bambini, avvenuto pochi giorni prima del 24 novembre durante
l'inaugurazione di uno zuccherificio, alla presenza delle autorità del
governo-fantoccio Karzai (definirlo “collaborazionista” pare un onore eccessivo)
e delle truppe NATO d’occupazione. Perché mai, in questa situazione di guerra
aperta, le truppe italiane/NATO promuovono iniziative propagandistiche ad
esclusivo uso e consumo della stampa occidentale, mettendo cosi a rischio la
vita dei civili afghani, soprattutto bambini? Ma poiché alle cattive notizia non
v’e mai fondo, ecco qua. Dal 6 dicembre 2007 Kabul e formalmente “sotto comando”
italiano. Per otto mesi il nostro paese assumerà la guida del Regional Capital
Command dell’ ISAF, tale la sigla della missione NATO multinazionale in
Afghanistan ai sostanziali ordini di Washington.
Di recente un portavoce dell’ISAF,
il generale portoghese Carlos Branco, ha addirittura tentato di minimizzare i
successi degli insorti, sottolineando che i talibani non controllerebbero più di
cinque dei cinquantanove distretti del sud dell’Afghanistan e tacendo quattro
insignificanti particolari come i seguenti: primo, la resistenza patriottica
afghana non e fatta per nulla dai soli talibani; secondo, tra gli armati afghani
non ci sono soltanto i resistenti patriottici, ma anche gruppi tribali ed
eserciti privati dei “Signori della guerra”; terzo, che il governo-fantoccio
Karzai e i suoi alleati-complici-custodi della NATO, italiani compresi (e ora a
Kabul in primo piano), in conseguenza dei due punti suddetti, non controllano
quasi per nulla il paese; quarto, che il precipitare della situazione afghana ha
ormai compromesso anche la situazione del confinante Pakistan, contribuendovi ad
introdurre altri elementi di destabilizzazione (e il fatto che di recente gli
americani si siano accorti che il loro alleato Musharraf non era un modello di
liberta costituzionale e di correttezza politica non contribuisce granché a
risolvere la questione: anche Kissinger e Mohammad reza Palhevi, alla fine degli
Anni Settanta, si erano accorti che qualcosa d’ingovernabile stava crescendo in
Iran: ma ciò non arresto il corso delle cose).
In America, forse non troppo diversamente da quanto era accaduto per il Vietnam,
qualcosa comincia a muoversi a livello d’opinione pubblica e di mass media: e,
come sovente accade in quel paese, Hollywood e tra i primi a rendersene conto.
Robert Redford ha diretto il film Leoni per agnelli, uno straordinario, scarno,
puntuale appello alla coscienza civile americana che, sull’onda dello shock
dell’11 settembre, aveva dimenticato di esser guidata da un Presidente entrato
alla Casa Bianca in seguito a un broglio elettorale e che ora si sta rendendo
conto che il petroliere ex alcoolista e poi born again in Jesus Christ l’ha
trascinata a colpi di menzogne in due guerre e l’ha infangata con le vergogne di
Guantanamo e di Abu Ghraib.
Ma qui, nel Bel Paese, notte e nebbia. I nostri soldati sono in Iraq e in
Afghanistan “in missione di pace”. Tutta la nostra classe politica e coinvolta
in questa disonorante avventura: il centrodestra che l’ha voluta, il
centrosinistra che l’ha accettata e fatta propria. A questo punto, siamo tutti
colpevoli: l’unica cosa dignitosa e onorevole che ci resterebbe da fare sarebbe
riconoscere che abbiamo sbagliato e andarcene subito, senza tante storie. Debbo
dirlo chiaro: onoro e rispetto i nostri soldati perché sono tali, tutti, i
caduti e gli altri; credo che ad essi vada comunque la gratitudine della societa
civile italiana, perché hanno fatto il loro dovere di soldati e no e su di loro
che gravano le responsabilità delle guerre ingiuste e cattive nelle quali sono
stati coinvolti.
Vero e d’altronde che anch’essi
hanno coscienza e quindi responsabilità: ne in Iraq, ne in Afghanistan , abbiamo
soldati di leva. Il nostro personale militare li presente guadagna bene e lucra
meriti per la sua carriera. La nostra solidarietà per i caduti e pertanto chiara
e sincera: ma deve tener conto di queste condizioni, di questi limiti. Come
cittadino, come pubblico dipendente e come ufficiale delle nostre forze armate
in congedo, lo dico chiaro e tondo: mi sento personalmente umiliato e disonorato
dalla partecipazione dei soldati del mio paese a due guerre d’aggressione
condotte sulla base di scelte e d’interessi stranieri; cosi come mi sento
personalmente umiliato e disonorato dal fatto che il mio paese sia presidiato da
decine di basi militari straniere, sia pur “alleate”.
Ma in molti cominciano ad aprire
gli occhi: se n’e accorto Giuliano Ferrara.
Quindi, facciamo un bilancio.
Primo. L’audiocassetta di Usama bin
Laden dell’ottobre 2007 e probabilmente falsa, al pari di tutte o quasi quelle
che l’avevano preceduta: e delle quali comunque nessuna e con certezza
autentica.
Secondo. Sull’11 settembre 2007 non ce l’hanno raccontata giusta. Nessuno e in
grado di ricostruire le cose come sono sul serio accadute, ma certo la
ricostruzione ufficiale e piena di bugie, di reticenze, di contraddizioni. Se ne
sono accorti ormai in molti, in America come in Europa; e le famiglie delle
vittime reclamano la verità, in attesa di reclamare anche la giustizia.
Terzo. In Iraq e in Afghanistan la guerra di Bush va male, gli italiani vi sono
coinvolti e direttamente e non ci sono ne forze di pace ne impegni
internazionali che tengano. Bisogna uscirne, punto e basta.
Quarto. Ne israeliani, ne palestinesi possono risolvere da soli un’intricata
questione come quella israelo-palestinese, che si trascina da ormai più o meno
ottant’anni e che sta inquinando l’intero Vicino oriente e non solo esso. Il
problema, ormai, non e più soltanto israeliano e palestinese. Ne sufficiente si
dimostra la “mediazione” statunitense”, unilaterale e screditata. La conferenza
di Annapolis, nata sulla base di un diktat che ne escludeva alcuni degli
obiettivi protagonisti, non poteva non risolversi in una bolla di sapone. E’ la
comunità internazionale che deve imporre la propria mediazione, se si vuole che
il contagio della violenza abbia fine.
Quinto. Sull’Iran e il suo preteso programma nucleare militare il Presidente Bush, secondo il suo costume di bugiardo cronico, aveva mentito. Ora, anche al
questione-Iran va riproposta su basi nuove, differenti da quelle imposte da Bush
e da Cheney.
Sesto. Se gli USA rischiano di venir emarginati sotto il profilo economico e
produttivo nei prossimi decenni, che sarà anche della loro superpotenza
militare? E come si atteggerà l’Europa, che ha finora contato fin troppo sul
loro appoggio? In Asia si sente il bisogno d’una presenza politica e diplomatica
europea: ma l’Unione Europea e in crisi e le istanze centrifughe sembrano avere
la meglio. Una parola nuova avrebbe potuto venire da Sarkozy: ma per il momento
egli sembra non riuscir a disbrigarsi nei suoi problemi interni mentre, in
politica estera, da segno di aver rispolverato un atlantismo dal quale la
Francia si era liberata, beata lei, da un buon quarantennio. nel nodo c’e sempre
più bisogna d’Europa, ma l’Europa tace e latita. Intanto la Cina sviluppa il suo
programma coerente nei confronti ad esempio dell’Africa: avete notato, o
europei, quanto ci stia vicino il continente africano?
Tutti questi problemi sono semignoti in Italia, dove l’opinione pubblica, tra le
partite di calcio e le varie “Isole dei Famosi”, sembra in altre faccende
affaccendate mentre la classe politica ha del tutto rinunziato sia a una
politica estera, sia a una politica europeistica. Tra i principali responsabili
di tutto ciò spiccano i mass media, grandi anestesisti della morale e della
consapevolezza politica nazionale al servizio dei politici a loro volta al
servizio degli interessi di quella che ancora per alcuni anni resterà la
superpotenza.
Ma qualcosa sta cambiando anche in questo campo. Lo si vede dalle reazioni alla
“lettera aperta” spedita nell’ottobre del 2007 da 138 studiosi musulmani al
papa, e al quale Benedetto XVI ha risposto alla fine del novembre invitandoli in
Vaticano. Tra le reazioni più equilibrate e intelligenti a questa, che si
annunzia come una vera e propria svolta nei rapporti cristiano-musulmani, con
ripercussioni che potrebbero essere incalcolabili, e molto positive, sulla
situazione internazionale – dal terrorismo alla questione israelo-palestinese
alla lotta contro la fame, la malattia, lo sfruttamento e l’ingiustizia nel
mondo, che resta il problema centrale – va annoverata quella del Direttore de
“Il Foglio”, Giuliano Ferrara:
“Ci piace quest’idea pragmatica secondo cui musulmani e cristiani formano oltre
meta della popolazione mondiale e la “sopravvivenza” dipende da un accordo tra
di loro"; "I 138 riaprono la strada al razionalismo arabo dei mutaziliti che
produsse Farabi, Avicenna e Averroe. (...) Dopo Ratisbona c’era bisogno di una
mano islamica tesa verso la nostra umma. Questo e un buon inizio".
Il rispetto e il mantenimento del proprio ruolo, in un opinion maker, e sempre
comprensibile: anche quando comporta qualche forzatura. Il che non toglie che
Magdi Allam abbia esagerato, reagendo in questi termini: "Rincresce... che in
Italia sia stato proprio ‘Il Foglio’ di Giuliano Ferrara, da sempre in prima
fila nella difesa di Israele e contro il terrorismo islamico, a cadere nel
tranello teso da maestri nell'arte della dissimulazione. Accreditando come
‘Fatwa della riconciliazione’ una lunga dissertazione teologica sull'unicità di
Dio e sull'amore del prossimo, in cui non compare mai la parola Israele e il suo
diritto alla vita, cosi come non si fa alcuna esplicita menzione del terrorismo
islamico e della sua condanna".
Legittima, e prevedibile, la reazione di Ferrara: "Stavolta ci e sembrato
più
serio esaminare in modo aperto, senza ripetere concetti come litanie, un testo
la cui ambiguità aperturista e dialogante, sia per il suo tenore teologico sia
per il suo senso politico sia per i suoi firmatari, farebbe scandalo o
introdurrebbe contraddizione nelle moschee e nelle madrasse in cui si predica il
jihad".
Non meno prevedibile, ma quanto meno inopportuna, la reazione di Carlo Panella,
contenente un giudizio tanto gratuito quanto pesante nei confronti del documento
dei 138 musulmani, "venato di antisemitismo, pieno di ipocrisia, che fa finta
che la pace dipenda da tensioni tra cristiani e musulmani, mentre invece e messa
in pericolo dalla finta, da una lacerazione tutta interna al mondo musulmano".
Un parere che ha fatto perdere le staffe a Giuliano Ferrara: "Caro Carlo, se
fossi supponente come te in questa letterina, e decidessi di ritorcere contro il
mittente il suo metodo polemico, liquiderei la faccenda nel modo seguente:
‘Eccitato islamista dilettante sfoga il proprio senso di colpa per il suo
passato khomeinista trasformandosi in professionista dell’anti-islam; prende
autolesionisticamente a bersaglio il giornale a cui collabora e che pubblica da
anni le sue idee e ricerche (e purtroppo un certo numero di non-notizie da lui
proposte, non sempre classiche); gli imputa di essere fuori linea, con cedimenti
creduloni all’antisemitismo, per aver pubblicato la lettera dialogante dei 138
saggi musulmani ed averla commentata, oltre che con un pregevole scritto dell’islamista
dilettante in questione, anche con qualche opinione di filosofi professionali,
gesuiti professionisti di un’islamistica a prova di bomba e altra gente a
conoscenza della lingua coranica, cardinali e patriarchi la cui voce era
interessante ascoltare almeno quanto quella di C. Panella’ ".
Il tutto e molto divertente e varrebbe la pena seguire l’intera, intricata
faccenda, ricca di sottintesi, diverticoli e ramificazioni che vanno ben al di
la dell’usuale costume giornalistico. Ma a un osservatore esterno, che conosce
un po’ – sia pure in modo differente – questi tre personaggi del nostro universo
massmediale e che si e talvolta trovato a dover dialogare o polemizzare con
loro, e comunque interessante il fatto che ormai quelle che parevano un’alleanza
e un’identità di vedute ricche certo di sfumature e articolazioni, ma nel
complesso ferree e coerenti, si vadano invece in apparenza, e salvo resipiscenze
e ritrattazioni, sfaldando se non lacerando. la tesi del “conflitto di civiltà”
e del necessario scontro frontale, del the West and the Rest, dell’Occidente
contro l’Eterno nemico e il Male Assoluto, non regge più: e i più intelligenti
(e magari anche i più furbi) tra i suoi sostenitori corrono ai ripari,
correggono il tiro, magari mettono i remi in barca perché gia si profila
all’orizzonte il nuovo vascello vincitore sul ponte del quale bisognerà ben
salire: non solo per mettersi in salvo, ma anche per guadagnarsi rapidamente,
anche li, almeno i galloni di commodoro se non i gradi da ammiraglio.
Ma non c’e da abbassare la
guardia.
Pero, non c’e alcun motivo di gioire
oltre i limiti d’una modesta e ben contenuta soddisfazione. la strada da fare e
lunga e il vantaggio e sempre dell’avversario. Non si deve ne abbandonare il
posto di vedetta, ne abbassare la guardia. Una notizia del 7 giugno 2007
riferita da RaiNews24 riferiva che due giorni prima, il 5, alcuni appartenenti a
non meglio specificate “forze dell’ordine” statunitensi (?), in abito civile,
avevano tentato di far passare da un posto di blocco presso Heiligendamm in
un’auto una valigia contenete un certo quantitativo di esplosivo plastico del
tipo C4; scoperti, avevano asserito che si trattava di una misura volta a
verificare l’efficienza dell’organizzazione antiterroristica tedesca. La polizia
tedesca non ha mai confermato la notizia. Ma a meta novembre del 2007, come
riferisce in data 22.11. una notizia raccolta in www.ariannaeditrice.it, due
militari statunitensi sono stati ricoverati in gravi condizioni per essersi
fatti esplodere tra le mani un ordigno artigianale all’interno della base
statunitense di Aviano. Anche questa notizia e stata abbuiata. Sta correndo un
po’ troppo esplosivo d’origine sospetta, in Europa: si dovrebbe pur tenerne
conto, in caso di prossimi, auguriamoci sventati, “attentati terroristici di
matrice islamica”.
Infine, in data 22.11.2007 RaiNews24 ha annunziato la prossima installazione,
nella base aerea statunitense di Sigonella, di un nuovo sistema radar integrato
della marina americana, il MUOS (“Mobile User Objective System”): la società
Maxim, cui la Marina aveva affidato uno studio sui rischi della nuova
attrezzatura, ha rilevato che le microonde del radar potrebbero addirittura
causare l’esplosione di eventuali ordigni presenti nella base. Non sappiamo se
possa trattarsi di ordigni nucleari. Al di la di ciò, c’e da chiedersi quale
sarà il ruolo futuro della base di Sigonella sotto il profilo tattico e
strategico, e se, e come, e in che misura, e fino a che punto esso si concilierà
con gli accordi internazionali e con le norme costituzionali in materia di
partecipazione italiana ai conflitti. Infine, nulla e dato sapere sulle
conseguenze dell’installazione di nuovi sistemi in quanto concerne la sicurezza
e la salute della popolazione residente attorno alla base.
Che cosa pensano di ciò i politici e i parlamentari che, a proposito di moschee
gestite da comunità marocchine o da campi rom, si dimostrano cosi coscienziosi
nella difesa della dignità e dell’identità nazionale? Un esercito straniero che
spadroneggia sul nostro territorio a nostra insaputa e davvero cosa meno grave
di uno scippatore extracomunitario? Sara interessante ascoltare l’illuminato
parere di lorsignori: fino ad oggi, su tali argomenti, hanno rigorosamente
taciuto. Distrazione? Timidezza? Conflitto d’interessi? Timore di disturbare
qualche superiore?
Franco Cardini |